03 Lug2012
Scritto da Roberto Pugliese . Pubblicato in Cinema
Dimitri Tiomkin
55 giorni a Pechino (55 days at Peking, 1963)
La-La Land Records/Sony Music LLLCD 1184
Cd 1, 28 brani – Durata: 56’46”
Cd 2, 28 brani + una canzone – Durata: 59’16”
55 giorni a Pechino di Nicholas Ray è uno di quegli snodi della storia di Hollywood attraverso i quali la “fabbrica dei sogni”, all’inizio degli anni Sessanta, dovette dolorosamente e traumaticamente misurarsi con la crisi degli studios, delle majors e dello star system, attraverso il fallimento commerciale, spesso catastrofico, di dispendiosi e ambiziosissimi kolossal “d’autore”. Si potrebbero citare come ulteriori esempi
La caduta dell’Impero Romano di Anthony Mann e
Cleopatra di Joseph L. Mankiewicz (1964 e ’63), ma anche altri meno noti.
Diverse di volta in volta le circostanze e le cause di questi fallimenti, ascrivibili nel complesso ad un mutamento epocale del mercato e dei gusti, all’affacciarsi della televisione, di nuovi linguaggi e di una produzione indipendente sempre più insofferente dei dettami e della miopia culturale dei grandi tycoons. Poco importava – anzi, semmai aggravava la situazione – che spesso questi prodotti altamente spettacolari veicolassero con sé, grazie alla personalità forte, acuta e polemica dei rispettivi registi, una lettura complessa, “ideologica”, storiograficamente anomala degli eventi narrati, sia pur all’interno delle logiche narrative e degli stereotipi imposti.
55 giorni a Pechino ne è un esempio particolarmente probante giacchè, in un’architettura di racconto a episodi, fortemente romanzata e ovviamente filo-occidentale, vi si descrive comunque l’essenza del moderno imperialismo nella Cina degli inizi del XX° secolo, quando la società segreta dei Boxer, nazionalista e anti-cristiana, neanche tanto occultamente sobillata dall’Imperatrice Tzu-Hsi, aggredì e assediò per quasi due mesi le ambasciate straniere di stanza a Pechino nel corso di una rivolta sedata a fatica, e la cui sconfitta preludiò di fatto alla fine della dinastia Qing e ai nuovi profondi sconvolgimenti rivoluzionari che avrebbero di lì a poco scosso dalle fondamenta quell’immenso paese.
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