• News
    • Eventi & Ultime Notizie
    • Novità Discografiche
    • Concerti
    • Premi & Concorsi
    • Scuole & Corsi
    • Comunicati Stampa
  • Recensioni
    • Cinema
    • TV
    • Videogiochi
    • Musical
    • DVD
    • Libri
  • Contenuti Speciali
    • Interviste
    • Monografici
    • Dossier
    • Reportage
    • Video & Multimedia
    • Filmografie
  • Extra
    • L'angolo dei lettori
    • Archivio Rivista Cartacea
    • 1M1 Blog
  • Partners
  • Cerca
  • Home
  • Legenda Recensioni
  • Recensioni
  • Cinema
  • The Woman in Black
06 Giu2012

The Woman in Black

Scritto da Roberto Pugliese . Pubblicato in Cinema

cover_woman_in_black.jpgMarco Beltrami
The Woman in Black (Id., 2012)
Silva Screen Records SILCD14378
22 brani – Durata: 55’35”

 

Marco Beltrami non cerca mai facili consensi né insegue ascolti distensivi o disimpegnativi. Va altresì aggiunto che il suo immenso talento meriterebbe forse occasioni migliori di questo perdurante esilio nell’horror (postmoderno o, come nel caso presente, neogotico) che se da un lato ne ha potenziato e valorizzato le infinite risorse di inventore sonoro e architetto della paura musicale dall’altro sembra averne limitato le doti di musicista “puro”, lirico e raffinatissimo, anche cameristico e sommesso, emerse per esempio in occasioni anomale come Le tre sepolture, o quelle di sperimentatore intransigente e “border line” come in The Hurt Locker.  Il ghost-movie di Watkins è molto diverso, per atmosfere e impatto, dagli slasher tipo Scream o dai thriller spinti come Red Eye, nei quali il compositore italo-americano si è prodotto in autentiche, millimetriche ingegnerie del terrorismo sonoro all’interno di una struttura forma sempre lucidamente rigorosa e implacabilmente efficace.  Qui invece il riferimento sembra quasi essere il Silvestri di Le verità nascoste, ma con il sovrappiù di un’intersezione continua fra suono orchestrale (rigoglioso e perentorio, soprattutto per quanto attiene archi e fiati) ed effetti computerizzati, concepiti come raddoppio dell’orchestra o comunque come contributo espressivo (le voci fatate e spettrali che emergono in continuazione) all’interno di una concezione musicale quasi vintage. Il che non esclude, anzi presuppone, fasi di vero e proprio “rumorismo” quasi da mickeymousing (l’effetto-passi e scricchiolìo di “The door opens”!...), ovvero momenti dello score in cui Beltrami più che quello di compositore sembra assumersi il ruolo di un tecnico del suono “complessivo”, nel quale ciò che abitualmente chiamiamo rumore (o “effetti”, per essere più scrupolosi) si rivela in realtà anch’esso “musica”: ne sono un caratteristico esempio le “scosse” di percussione, più archi strisciati e computer (i cosiddetti “stinger”), ben note a Beltrami dai tempi di Scream & seguiti, utilizzate per creare soprassalto e cosparse lungo tutta la partitura.
 La quale – va ricordato – si caratterizza per un’andatura molto lenta, quasi solenne, sommessa, gravida di attesa, di suspense ma nel contempo anche carica di una malinconica staticità, di una pensierosità espressa attraverso le lunghe linee orizzontali dei violini (a volte divisi e posti in dissonante conflitto, come in “Elisabeth’s vision”, brano paradigmatico dell’intero score), gli ampi arpeggi dei celli, e il vagare incerto di melodie in minore dall’esito interrogativo e spesso inconcluso, con porzioni frammentate dei due temi principali enunciate in una nebbia di suoni ed effetti perturbanti.
 La nenia carillonistica e tintinnante di “Tea for three plus one”, contenente il tema della “donna” e pedinata da un crescendo affilato di violini urticanti, è una sorta di chiave di lettura dell’intero lavoro di Beltrami: che include una componente senza dubbio “terroristica”, allarmante e diabolicamente manovrata dal compositore ma anche – sin dal successivo “The woman in black”, in cui è viceversa presentato dagli archi il tema di Arthur, una frase misteriosa di sei note costituita da una coppia discendente e una quartina di “aggiramento” – una rigorosa severità formale e concettuale, riconoscibile nel fraseggio lento e denso di alcuni adagi per archi dal baricentro tonale ambiguo, come “Bill past due”, dove celli e clavicordo creano un connubio inquietante. Le scelte armoniche di Beltrami, le modulazioni maggiore-minore si rivelano essenziali in alcuni frangenti (“Crossing the causeway”) non meno delle tecniche esecutive adottate (spesso i violini suonano sugli armonici in agghiaccianti flautandi che si traducono in una sorta di subdolo e insinuante lamento). Sono opzioni che Beltrami predilige allo sviluppo dei temi, che qui non sembra molto interessare il compositore.  Se il tema della “woman” viene prevalentemente polverizzato e segmentato in particelle di suspense music concepite secondo una struttura a puzzle di millimetrica precisione, l’Arthur’s theme ha un’andatura esitante, involuta, e la sua struttura viene spesso scomposta per utilizzarne cenni significanti e allusivi (“Voices in the mist” o “The attic room”): trattandosi di un leit-motiv sostanzialmente “attendista”, orizzontale e privo di picchi emotivi (l’intero score sembra rifuggerne con premeditazione), anche i suoi elementi confluiscono facilmente in un “tappeto” ansiogeno piuttosto generico dal punto di vista comunicativo, pur se estremamente sofisticato da quello tecnico-strutturale.
 “Into the fire”, con l’improvvisa movimentazione degli archi e i lugubri richiami degli ottoni con sordina, è forse il brano dinamicamente più contrastato nonché quello dove la bipartizione fra horror music e lirismo notturno, gotico-romantico, così scrupolosamente perseguita da Beltrami, ottiene i propri esiti migliori, anche nell’interazione fra i due leit-motiv. Ma il sospetto di una deriva “routinière”, che aleggia sul lavoro di Beltrami già da qualche titolo e ne attenua l’enorme talento viceversa ben riscontrabile nelle occasioni meno convenzionali e più autoriali, permane in pagine come “Summoning the woman in black”, autentico repertorio di sound effects che fanno ormai parte della cassetta degli attrezzi di qualunque tecnico di studio. Peraltro, il lavorìo timbrico, specialmente intorno al tema di Arthur, assumerebbe – ove fosse sviluppato in pieno – contorni interessanti, come dimostrano le ricapitolazioni di “Reunion” e “Arthur’s theme”, in cui la frase è assaporata in tutto il suo trasognato profilo onirico anche grazie al suono incantatore del dulcimer, sostenuto dall’arpa e dai violini.
 La sensazione complessiva è che negli ultimi tempi Beltrami riesca, con apparente paradosso rispetto a quanto dicevamo all’inizio, ad essere più convincente e a cesellare creazioni musicali più autonome e indipendenti dai contesti di committenza proprio quando gli viene richiesto di addossarsi, di aderire strettamente ai moduli dello “scary movie” sussultorio e sobbalzante, per i quali egli individua e inventa soluzioni spesso di sconcertante, caustica modernità e originalità: alle prese con il lato romantico del genere, con i suoi risvolti lirico-impressionistici, la sua musica perde un po’ di smalto e la sua ispirazione ripiega verso i più rassicuranti e sempre efficaci, ma non altrettanto stimolanti, lidi della tradizione.

 

Stampa

  • Indietro
  • Avanti
CS on Spotify
soundtrackcity

Daniela Bocconi

  • Pubblicità
  • Redazione
  • Cookie Policy
  • Info & Contatti

Copyright © 2017 - ColonneSonore.net | Vietata la riproduzione anche parziale dei contenuti

  • News
    • Eventi & Ultime Notizie
    • Novità Discografiche
    • Concerti
    • Premi & Concorsi
    • Scuole & Corsi
    • Comunicati Stampa
  • Recensioni
    • Cinema
    • TV
    • Videogiochi
    • Musical
    • DVD
    • Libri
  • Contenuti Speciali
    • Interviste
    • Monografici
    • Dossier
    • Reportage
    • Video & Multimedia
    • Filmografie
  • Extra
    • L'angolo dei lettori
    • Archivio Rivista Cartacea
    • 1M1 Blog
  • Partners
  • Cerca