Ehi amico...c’è Sabata, hai chiuso!
Marcello Giombini
Ehi amico...c’è Sabata, hai chiuso! (1969)
The Saifam Group/Sony Music Publishing COM 478
Lato A: 12 brani
Lato B: 7 brani

Troppo spesso ci dimentichiamo di Marcello Giombini, nonostante il suo nome sia legato ad una porzione non esigua del cinema di genere italiano tra i Sessanta e i primi Ottanta. Nelle edizioni discografiche è poco presente, al punto che Alessandro Tordini nel suo libro “Così nuda così violenta” ne tratta nella pirandelliana sezione “Discografie in cerca d’autore” insieme con altri ventuno più o meno illustri colleghi (1). Spaziò tra generi diversi, spesso legati ai ‘mondi neri, una cinematografia minore basata sull’imitazione di pellicole di successo: mondo e sexy movie, qualche peplum, fantascienza, para007, thriller, horror, western (2). Accanto allo specialista, lo sperimentatore di sonorità elettroniche con il Commodore 64 e l’attenzione verso esperienze di tutt’altra specie come la “Messa dei giovani” (1966) per voci, chitarre elettriche, organo e batteria e i “Salmi per il nostro tempo” (1969-72) ovvero 150 canti ispirati ai salmi – triplo salto mortale per chi aveva musicato, tra gli altri, Sexy nudo, Quando Marta urlò dalla tomba, Le notti erotiche dei morti viventi, Antropophagus… –. Senza dimenticare i precedenti colti di organista nelle chiese della capitale, direttore del Coro dell’Accademia Filarmonica di Roma, autore di musica sinfonica. Il cinema potrebbe allora apparire come un passo indietro, discesa dal livello alto di un’arte ‘pura’ ai piani bassi delle pratiche artigianali e di servizio. Una posizione prevenuta smentita dai risultati, per lui come per tanti altri.
L’apporto di Giombini al western italiano o autarchico – non vogliamo chiamarlo “spaghetti” rischiando di oltraggiare e il sottogenere e il celebre formato di pasta – fu caratterizzato da un approccio a discreto tasso d’inventiva, non troppo supino al dominante modello morriconiano. Lo provano i commenti per Ehi amico… c’è Sabata, hai chiuso! (1969) e il successivo E’ tornato Sabata, hai chiuso un’altra volta! (1971). Il primo viene adesso riproposto in vinile dal gruppo Saifam, su licenza Sony Music Publishing, ulteriore opportunità per familiarizzare con una film music non scontata, ricca di invenzioni brillanti e spiritose, echi liturgici e valide pagine di suspense; spigliata, colorita, e ben aderente allo spirito di un western che puntava a rinverdire le convenzioni del genere, alleggerendo la violenza di prammatica con dosi ingenti di ironia e situazioni surreali. Dirige Gianfranco Parolini in arte Frank Kramer, che dopo Sartana inventa un’altra maschera iconica, appunto Sabata, pistolero nerovestito e incravattato affidato all’estro attoriale di Lee Van Cleef. Non funereo come il predecessore, “è un personaggio completamente diverso dal solito pistolero spietato e insensibile. Eternamente paludato di nero, armato di fantasiose e micidiali pistole [Parolini sviluppa uno spunto presente in Per qualche dollaro in più dove il colonnello Mortimer/Van Cleef già esibiva un equipaggiamento di fucili e pistole potenziati con appendici varie e che il Monco chiamava con spregio ‘trappole’] […] Sabata è un personaggio che supera i confini del western, è più che un Superman, uno 007 calato nell’Ottocento americano più che non un pistolero classico. Non è un fuorilegge, ma uno che preferisce muoversi sul filo della legge” (3). Si parte da una rapina a Daugherty City organizzata da insospettabili maggiorenti della cittadina. Sabata li ricatta, vani saranno i tentativi di eliminarlo. Alla fine riuscirà a tenere per sé il bottino di 100.000 dollari. La ieratica solennità di Sergio Leone si dissolve in spacconate varie e toni cartooneschi, abbondano arguzie e gag, ‘parolinate’ come le chiamava Leone – era una constatazione neutra? -. Variazione godibile, il film non sconfina mai nei territori beceri del comico come in seguito avverrà, portando all’estinzione del genere, seppellito dalla sua stessa stupidità. Più che soddisfacenti gli incassi e nuovo centro per il produttore Alberto Grimaldi e la sua PEA. Accanto a Van Cleef, William Berger nel ruolo di Banjo, Pedro Sanchez, Robert Hundar, Gianni Rizzo e la bella di turno Linda Veras. Fotografia di Sandro Mancori, scenografie e costumi di Carlo Simi. Girato in Almeria, come si conviene, e non in improbabili località strapaesane. Da (ri)vedere per capire di che cosa si sta parlando.
La partitura di Giombini, espansiva, empatica, talvolta smargiassa e beffarda, ironica, avventurosa anche, è figlia legittima della rivisitazione italiana del genere a partire dalle scelte strumentali e dalla timbrica: chitarre elettriche moderatamente rock – compresa quella a dodici corde -, banjo, tromba, organo, voci, manca solo il fischio. Eppure suona inconfondibile e per ciò autoriale – l’autore ci mette del proprio, l’epigono va a rimorchio -. Quello che possiamo denominare “tema di Sabata” è lo smagliante biglietto da visita di un commento classificabile come storico. Lo ascolti ed entri in un’altra dimensione, pirotecnica e frizzante, con trovate a ripetizione che gareggiano con i pistoleri sempre disposti a concedere il bis. “Ehi amico… c’è Sabata, hai chiuso!” enuncia a bruciapelo una voce tra lo stentoreo e il sardonico. Ad onta del contenuto, il tono non suona minaccevole: è una goliardata, un gioco, un fumetto. La dimensione ludica viene confermata dalla risata che segue, d’un sadismo affettato; puro spettacolo sonoro che sotto sotto non fa male, o meglio lo fa in quel particolare contesto ove predominano il piacere infantile dell’avventura e lo spirito guascone. Irrompe poi la chitarra elettrica, dal timbro ben connotato (chitarra bassa?) che più western non si potrebbe ed enuncia un refrain al fulmicotone, acrobatico, sussultorio e di seguito replicato da una tromba vivace con fioriture (niente degüello, per adesso). Prima però la formula sbruffona era stata replicata da altre voci, ciascuna differente per ogni sintagma, che amplificano il burbanzoso annuncio e alzano la posta rodomontesca. Le note squillanti della tromba – correlativo oggettivo dell’estro di Sabata, eroe dinamico e aproblematico - cedono il campo a un interludio che sfocia nella coda, base ritmica per la ripresa a più voci dell’enunciato iniziale concentrato sul sintagma “hai chiuso!” insistito sino appunto alla chiusura. Che dire? Non s’era mai sentito alcunché di simile. Ci si potrebbe richiamare alle invenzioni morriconiane per la trilogia del dollaro. Ma qui lo spirito è diverso. Morricone rimaneva ‘serio’ pur nelle stravaganze di organico e di timbro, le note rinviavano ad un contesto realistico e ‘primitivo’ dove ci si giocava la pelle per denaro e/o per vendetta. Giombini asseconda il tono gradasso di un film che è animazione pura e crea una musica ‘animata’, spericolata, tutta scatti. Un mood ripreso in “Alternate Version 3”, dove la presenza di Sabata prefigura (im)probabili sfaceli. Escludendo “Main titles – Alternate German Vocals”, che ripropone in tedesco (?), le altre versioni consentono di apprezzare l’aspetto melodico che può dispiegarsi in libertà senza la concorrenza delle voci recitanti. E qui l’avventura davvero diffonde una genuina fragranza western che si dispiega nei brani “Titoli” e “Verso Los Aloe”, solari e propulsivi supportati da un ricco organico: banjo, fiati, corni, chitarre dialogano, si inseguono, si lasciano, si riprendono sullo sfondo orchestrale mobile e fasciante. Più prevedibili “Alternate Version 1-2”, più incisive le riprese nelle suite 1 e 2 delle quali si dirà a breve.
Un secondo tema è riservato al deuteragonista Banjo (William Berger). “Banjo” e “Autra Banjo” offrono un percorso melodico ilare e mosso, sorta di country riveduto e rivitalizzato da iniezioni di vitamine ritmiche e l’apporto di banjo ovviamente e chitarra e flauti e clarinetti e corni e l’orchestra d’archi effusa in suoni caldi e pieni. La musica di Giombini è diretta, comunicativa, ‘popolare’ secondo la definizione del compositore, nemico acerrimo della dodecafonia e della marxifilosofia di Theodor Wiesengrund Adorno. Anche se in gioventù ebbe lui pure un breve periodo seriale che gli servì per catturare talune sonorità utilizzate poi in contesti orrorifici (4). La preferenza per il sistema tonale si traduceva in soluzioni ascoltabili ma non banali, in sviluppi di note identitari e riconoscibili, resistenti all’usura del tempo e ai capricci delle mode.
Nelle partiture scritte per il western autarchico è di rito il degüello, che qui risuona nel brano “Nel covo di Stengel”: introduzione orchestrale, tromba ed anche corno, ritmica accentuata, archi in funzione drammaturgica: insomma gli ingredienti base, manca solo il coro peraltro non obbligatorio anche se gradito. Giombini maneggia correttamente gli stereotipi e crea una pagina per forza di cose derivativa ma migliore di tante bolse imitazioni.
Discreto spazio viene lasciato alla suspense, esposta con ottima padronanza dei ferri del mestiere. Il momento più interessante è “Morte di Stengel”, oppressivo con suoni disarticolati, percussioni ondeggianti, cadenze pianistiche irrisolte e organo da chiesa solenne (quest’ultimo fu abituale frequentatore del nostro western dopo l’investitura morriconiano/bachiana in Per qualche dollaro in più). Abbiamo poi “L’attesa” (statico con chitarra elettrica a dodici corde e fraseggi degli archi in crescendo), “Desolazione” (registro scuro dei contrabbassi e grave dell’orchestra), “L’agguato” (archi in tensione e fiati), “La vendetta” (ripresa tematica, effetti sospesi del trombone, organo mistico). Due incidentali “Saloon” introducono la nota d’ambiente senza infamia e senza lode (la ripresa per pianoforte/saloon del tema d’amore nel successivo E’ tornato Sabata… hai chiuso un’altra volta! sarà invece più di una tappezzeria) (6)
Completano due preziose suite con il raccordo dei vari momenti – con variazioni - intercalato da abbozzi di nuove proposte. La “Suite 1”, di durata già importante (7’ 29”), articola una pluralità di percorsi che intrecciano riprese tematiche, attesa e azione. L’esordio pomposo con archi e ottoni trascolora in ritmica action, seguono momenti sospesi dell’orchestra d’archi e poi del fagotto accompagnato da rapide percussioni; di seguito fraseggi dell’organo, contrabbassi e timbri scuri. Da qui prende l’aire il tema principale preannunciato dalle trombe e alternato a momenti atmosferici sino al pieno recupero con esteso respiro orchestrale e fuggevole citazione dal degüello. Tutti i passaggi avvengono agili e il risultato appare compatto pur nella varietà.
La “Suite 2” dimezza la durata a 4’02” e suona non meno gratificante, vuoi per i nuovi assemblaggi (tromba degüello in apertura, ripresa tematica con flauti, archi cupi, chitarra e organo), vuoi per lo sfumato lirismo della sezione centrale con violino e orchestra. Manca la “Suite 3” presente invece nella precedente edizione Quartet, per i limiti di spazio imposti dal formato vinilico. Tuttavia, tagliando un paio di versioni alternative non necessarie ed anche la riproposizione del tema in tedesco, avrebbe trovato comodo ricetto. E ne sarebbe valsa la pena: il tema è ripreso con clavicembalo, flauti vari, marimba in forme giocose che anticipano lo stile del sequel. Comunque, il materiale offerto nella nuova edizione curata dal Saifam Group (con le note di copertina del nostro direttore Massimo Privitera) offre un compendio ragguardevole di una score western emblematica di un sottogenere che fu – anche nella musica - rivoluzionario.
L’ottimo risultato al botteghino portò all’inevitabile sequel dal titolo ritoccato E’ tornato sabata… hai chiuso un’altra volta!” nel 1971, diretto sempre da Parolini e con ancora Lee Van Cleef, questa volta nei panni di un ufficiale sudista e un altro bottino da recuperare. C’è anche un piccolo circo. Manca – e si sente - William Berger. Più spinto del precedente sul pedale surreal/demenziale, denuncia qualche stanchezza. Anche le location – non più l’Almeria ma Paclemica nei pressi di Zara - rendono meno. La score, ancora di Giombini, mantiene invece la freschezza e suona ancora più cartoonesca (bombo bombo bon bombo bombo bombo bombon), ammicca, sbeffeggia, mescola serio e faceto ed offre in più un bel tema d’amore.
Sabata – in compagnia dei vari Django, Ringo, Sartana - fece storia, maschera cangiante calzata, oltre che dal leggendario prototipo, da Anthony Steffen (Arriva Sabata!..., 1970, Tullio De Micheli, musica sempre di Giombini; pellicola “da recuperare” secondo Giusti) (7). E da Charles Southwood (C’è Sartana… vendi la pistola e comprati la bara!, 1970, Anthony Ascot/Giuliano Carmineo), dove Sabata irrompe vestito di bianco a circa metà film e fa coppia con Sartana. Per inciso, ottimo commento di Francesco De Masi. Ancora Brad Harris (Wanted Sabata, Roberto Mauri, 1970, musica di Elsio Mancuso) e Victor R. Richelmy (Attento gringo… è tornato Sabata!, Alfonso Balcazar, 1972, musica di Piero Piccioni).
Parolini mise mano ad un terzo Sabata, ma a Van Cleef il copione non piacque e non volle interpretarlo (8). Si ricorse a Yul Brinner che nel film si chiamerà Indio Black: Indio Black sai che ti dico: sei un gran figlio di… (1970). Il nome Sabata rimase nei titoli stranieri, ma era uno specchietto per allodole. Ottimo film, con una score romanticamente western di Bruno Nicolai.
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A. Tordini, Così nuda così violenta. Enciclopedia della musica nei mondi neri del cinema italiano, pp. 330-331.
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Per un elenco dei film musicati da Giombini e delle scarse incisioni discografiche, https://www.marcellogiombini.it/ (ultimo accesso: marzo 2026).
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Così Lee Van Cleef in “La Domenica del Corriere”, 1971, cit. in M. Giusti, Dizionario del western all’italiana, Mondadori, Milano 2007, p. 181.
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https://www.marcellogiombini.it/peccati-di-gioventu (ultimo accesso: marzo 2026).
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The Sabata Trilogy, Quartet Records QR198 (2015), disco 1, traccia 16: https://www.youtube.com/watch?v=UErpV-J9mjI&list=PLy5kryT0xrJOPWG2Y-KWCeHXnGfhINm7N&index=16 (ultimo accesso: marzo 2026). Prima di allora era stato pubblicato solo il singolo United Artists Records – UA3169 nel 1969 con le due tracce “Sabata” (lato A) e “Banjo” (lato B).
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Id., disco 3, traccia 13.
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M. Giusti, cit, p. 31.
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Id., p. 235.
