Marty Supreme
Daniel Lopatin
Marty Supreme (Id. – 2025)
A24 Music
23 brani – Durata: 46’15”

Sentiremo parlare molto di Daniel Lopatin dopo questa score per l’acclamato Marty Supreme, film pluripremiato e nominato – 8 candidature agli Oscar (scandalosa l’esclusione della colonna sonora) e 3 ai Golden Globe, tra cui la vittoria di Timothée Chalamet come miglior attore protagonista –. Il quarantatreenne compositore statunitense, noto anche col nome d’arte di Oneohtrix Point Never, con questa partitura ha ottenuto ben 14 nomination a premi prestigiosi: il suo approccio a questo dramma sportivo – un giovane truffatore di professione diventa campione di ping pong vincendo 22 titoli e divenendo il più anziano campione nazionale a 67 anni – è figlio di un’elettronica anni ’80 dalle discontinue inflessioni jazz-fusion (molte le rimembranze di un certo tematismo alla Vangelis, John Carpenter, Wendy Carlos o Goblin prima maniera). Molti i brani che risaltano: l’enfasi corale vangelisiana di “I Love You, Tokyo”; la frastornante epicità electro-jazz, in crescendo, dell’ipnotico e martellante “The Real Game”; la cantabilità pop, con qualche stilettata ritmica vorticosa alla Pino Donaggio di Omicidio a luci rosse e un leitmotiv che rammenta il Klaus Doldinger de La Storia Infinita; la rutilante psichedelia ironica di “Marty’s Dream”; la frenesia iniziale, stemperata da un flauto campionato vibrante e ipnotizzante, di “The Scape”, che via via cresce, aumentando quella sorta di corsa ansiogena senza fine; la corale mahleriana cupa e strisciante di “Shootout”; l’organo folleggiante e spaziale alla Wendy Carlos, con bordoni alla Zimmer, di “Holocaust Honey”; il beat pulsante di “End’s Game”, alla John Carpenter per Distretto 13 – Le brigate della morte; il pop oscillante di “The Call”; la carillonistica e sentimentale nenia jazzy elettronica di “End Credits (I Still Love You, Tokyo)”.
Recensione concessa su autorizzazione e pubblicata in origine sulla rivista cartacea Audioreview 2026
