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08 Gen2012

Reportage dalla 68ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia

Scritto da Barbara Zorzoli. Pubblicato in Reportage

Reportage dalla 68ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia
Un‘edizione da ricordare.


Scorrendo il cartellone della 68ma Mostra Internazionale d’Arte cinematografica di Venezia sin dall’inizio  autori di prestigio come David Cronenberg (A Dangerous Method – Un metodo pericoloso), William Friedkin (Killer Joe – Joe l’assassino), Roman Polanski (Carnage – Carneficina), Alexander Sokurov (Faust), Jonnie To (Duo Mingjn – Una vita senza principi). Accanto a questi figurano alcuni habitué come Mr George Clooney (The Ides of March – Le idi di marzo), Abel Ferrara (4:44 Last Day On Earth - 4 e 44 l’ultimo giorno sulla terra), Philippe Garrel (Un été brulant – Un’estate ardente), Ann Hui (Taojie – Un vita semplice), Steve McQueen (Shame – Vergogna), Marjane Satrapi e Vincent Paronnaud (Poulet aux prunes – Pollo alle prugne) e Todd Solondz (Dark Horse – Cavallo nero, ma il senso è quello legato alla locuzione italiana Pecora Nera). Nutrita e gustosa anche la pattuglia italiana composta di Gian Alfonso - Gipi - Pacinotti (L'ultimo terrestre), Cristina Comencini (Quando la notte) ed Emanuele Crialese (Terraferma).

Interessante anche la scelta della giuria del Concorso, presieduta, come noto, da Darren Aronofsky, affiancato dalla regista e artista visiva finlandese Eija-Liisa Ahtila, il grande musicista David Byrne, leader dei Talking Heads e reduce dalla collaborazione con Paolo Sorrentino, poi il regista americano Todd Haynes, il maestro francese André Téchiné e due italiani, il regista Mario Martone e l’attrice Alba Rohrwacher.
Ed ora i film.
E‘ partita alla grande la sessantottesima Mostra Internazionale d’Arte cinematografica di Venezia. Le idi di marzo (The Ides of March) che l’attore e regista George Clooney ha tratto dal lavoro teatrale Farragut North (Farragut Nord), scritto nel 2008 dal drammaturgo Beau Willimon che si è ispirato alla campagna per le primarie del Partito Democratico, più precisamente alla corsa, nel 2004, di Howard Dean. Lo consigliamo caldamente per tantissime ragioni: il tema della corruzione e dei compromessi del mondo politico (purtroppo) fortemente attuale, un George Clooney regista (e tendente, cosa non scontata, a farsi da parte in favore dei suoi attori) particolarmente ispirato ed un cast di altissimo livello. A spiccare è Ryan Gosling che dopo la mancata nomination agli Oscar lo scorso anno per Blue Valentine, promette di rifarsi nell’edizione 2012, se non con questa pellicola, probabilmente grazie all’acclamato Drive di Nicolas Winding Refn.
Lo affiancano Paul Giamatti, Evan Rachel Wood, Philip Seymour Hoffman e Marisa Tomei. Tratto dal lavoro teatrale di Beau Willimon ‘Farragut North’, scritto da George Clooney, Grant Heslov e Beau Willimon, il film è ambientato nel mondo politico statunitense in un prossimo futuro, durante le primarie in Ohio per la presidenza del Partito Democratico. Racconta la vicenda di un giovane e idealista guru della comunicazione Stephen Meyers (tratteggiato sulla figura dell’addetto stampa di Barack Obama), che lavora per un candidato alla presidenza, il governatore Mike Morris, e che si trova suo malgrado pericolosamente coinvolto negli inganni e nella corruzione che lo circondano. Quarta regia cinematografica per Clooney, che ha lavorato per parecchi anni al progetto: inizialmente il film avrebbe dovuto entrare in produzione proprio durante la campagna elettorale di Obama, ma come ha spiegato Clooney ‘I tempi non erano maturi, c’è un momento per ogni cosa’.
foto_carnage.jpgLa sezione competitiva della Mostra ha presentato altri tre titoli, uno dei quali si è inserito nell’elenco delle opere per vedere le quali valeva la pena venire al Lido. Roman Polanski ha tratto Carnage (Carneficina) dal testo teatrale Le dieu du Carenage (Il dio della carneficina, 2006) della scrittrice, attrice e drammaturga francese Yasmina Reza (1959). L'autrice del testo teatrale ha scritto anche la sceneggiatura del film insieme al regista Premio Oscar, Roman Polanski. La storia è quella di due coppie, per un totale di quattro adulti (è giusto chiamarli così?) che in seguito a una banale lite che vede protagonisti due ragazzi, i rispettivi genitori decidono di incontrarsi per far luce sull’accaduto. E così, con Alan (Christoph Waltz) e Nancy (Kate Winslet) da un lato e Michael (John C. Reilly) e Penelope (Jodie Foster) dall’altro, comincia una lunga discussione che, tra cambi di tono e argomenti a proprio favore, presto degenera e verte su tematiche estranee allo scontro dei figli, come la misoginia, il pregiudizio razziale e l’omofobia, finendo con il litigare aspramente l'uno con l'altro, anche all'interno delle singole coppie.
W.E. che la cantante Louise Veronica Ciccone (1958), in arte Madonna, ha dedicato a una delle più famose coppie della storia monarchica inglese: Edoardo VIII (1894 –1972) e Wallis Simpson (1895 – 1986). La pellicola racconta la storia di due donne fragili ma determinate - Wally Winthrop e Wallis Simpson - separate da più di sei decadi. Nel 1998 la giornalista del New Yorker Wally Winthrop è ossessionata dalla storia d’amore che portò all’abdicazione Re Edoardo VIII, a causa della divorziata americana Wallis Simpson. Ma la ricerca di Wally, che include diverse visite alla Tenuta dei Windsor ed alle aste di Sotheby’s, rivela che la vita della coppia non era perfetta come pensava. Spostandosi avanti e indietro nel tempo, in W.E. il viaggio di Wally si intreccia con la storia di Wallis ed Edward, dai giorni del glamour iniziale al lento dipanarsi della loro vita nei decenni che seguirono.
La Settima Internazionale della Critica ha presentato El campo (Il campo) dell’esordiente argentino Hernán Belón (1970). La Storia è quella di Elisa, la cui vita non può dirsi certo riuscita: con una brillante carriera professionale e una famiglia che ama e la ama, la donna può programmare e aspettare un futuro sereno. Un inverno, Elisa e suo marito Santiago decidono di passare una settimana in una casa di campagna, insieme alla loro bambina Luna.
Nel mezzo della prima notte Elisa si sveglia improvvisamente, inquieta. Guarda il marito, e quel corpo con cui ha vissuto tanto tempo le sembra estraneo. Si alza e corre verso il letto di sua figlia, per sentire se respira.
La donna avverte un’indefinibile presenza salire nella notte, come un’esalazione dalla campagna circostante, che appare insopportabilmente infinita. Una sensazione che non la lascia respirare. E che inizia a demolire, una dopo l’altra, ogni sua certezza.
locandina_w_e.jpgNonostante le premesse e tutto il chiacchiericcio per un nudo di Monica Bellucci, con Un été brûlant (Un’estate ardente) del francese Philippe Garrel la Mostra ha preso un abbaglio. Già. Madame Bellucci interpreta Angéle, un’attrice che vive in Italia con un giovane marito scapestrato che si fa di cocaina e dipinge non vendendo i suoi quadri ma regalandoli, insomma una sorta di “mantenuto”, a cui presta il volto il figlio del regista : Louis Garrel.
I coniugi passano un po’ di tempo con una coppia di amici, nell’arco dell’estate ardente che dà il titolo al film, e i due  diventano testimoni della loro rottura, dovuta ad innumerevoli tradimenti ed incomprensioni.
La trama però è esile, e la regia non convince.
A Dangerous Method (Un metodo pericoloso) diretto dal canadese David Cronenberg nasce da una sceneggiatura che Christopher Hampton (1946) ha tratto dal suo testo teatrale The Talking Cure (La cura della conversazione, 2002). Un copione che, a sua volta, si è ispirato al libro A Most Dangerous Method (Un metodo molto pericoloso, 1994) di John Kerr (1943). Al cento della storia ci sono i complessi rapporti fra l’ebreo austriaco Sigmund Freud (1856 – 1939), lo psichiatra svizzero Carl Gustav Jung (1875 – 1961) e la russa Sabina Spielrein (1885 – 1942). Quest’ultima, figlia di un ricco commerciante ebreo, era stata curata da Jung che l’aveva guarita da una grave forma di disturbo mentale, ne era diventata l’amante per poi affermarsi come psichiatra e schierarsi dalla parte di Freud nella disputa che lo contrappose al suo ex allievo elvetico. Lo scenario è quello dei primi anni del ‘900, passando per le avvisaglie della grande carneficina legata alla Prima Guerra Mondiale e arrivando al pieno della Seconda guerra Mondiale che travolse sia il fondatore della moderna psicoanalisi, costretto a rifugiarsi a Londra per sfuggire alle persecuzioni antisemite, sia la donna fucilata dai nazisti, assieme alle due figlie, nei giorni dell’occupazione dell’Unione Sovietica da parte della Wermacht. Il conflitto fra i due grandi studiosi della mente umana fu alimentato da molte discordanze che il film riassume nella certezza dell’austriaco sulla riconducibilità alla sfera sessuale di ogni comportamento umano e la disponibilità dello svizzero a guardare oltre il personale per coinvolgere anche altri fattori, prima di tutto quelli legati all’ambiente sociale. Non c’è che dire, tutto ruota intorno alla turbolenta relazione fra il giovane psichiatra Carl Gustav Jung, il suo mentore Sigmund Freud e Sabina Spielrein, la bella e tormentata giovane donna che viene a interporsi tra loro. Nell’intreccio è coinvolto anche Otto Gross, un paziente incline alla depravazione e determinato a spingersi ben oltre i confini della morale comune. In questa esplorazione della sensualità, l’ambizione e l’inganno preparano la scena per il momento cruciale in cui Jung, Freud e Sabina si incontrano e si separano, cambiando per sempre il corso del pensiero moderno. “Ho cercato di fare un film elegante che parlasse di abissi emozionali – dice Cronenberg – ma che non perdesse la capacità di sedurre lo spettatore. Mi hanno stimolato alcuni insoliti dettagli intimi della vicenda, che sono illuminanti per comprendere i tre protagonisti, e che restituiscono il senso di un viluppo di legami intellettuali e carnali capaci al tempo stesso di intrappolare e liberare le loro coscienze”. Il cast composto da Michael Fassbender, Viggo Mortensen, Keira Knightley e Vincent Cassell, è foto_a_dangerous_method.jpgstato fortemente voluto dal regista. La pellicola punta molto sulle differenze tra i due protagonisti, sia nella vita privata che in quella professionale. "Freud diceva che non dobbiamo necessariamente curare le persone - spiega Mortensen - L’obiettivo è ascoltare e capire, per aiutare loro a capire perché fanno certe cose, perché provano certe cose, perché le cose stanno come stanno, e aiutarli così ad accettare la situazione. Nelle sue lettere a Jung il livello intellettuale del discorso è sempre molto alto, ma nella conversazione diretta i suoi modi erano molto più affabili e spiritosi. Jung è un uomo molto intelligente, ma molto diverso da Freud”. Gli fa eco Fassbender: “Jung era più aperto ad esperienze nuove, mentre Freud era molto fermo su una sola forma di psicologia: l’idea che tutte le nevrosi hanno un’origine essenzialmente sessuale. Io credo che Jung non fosse del tutto d’accordo con questa ipotesi, che non la ritenesse così esclusiva”. Le riprese si sono svolte in esterni a Colonia, Bodensee e Vienna in otto settimane. Per gli interni è stato scelto il Burghölzli, e gli MMC Studios a Colonia.
Ed ora passiamo a Todd Haynes autore di Mildred Pierce, episodi 1 – 5, un telefilm che, cito dalla sinossi ufficiale, riporta in vita il memorabile personaggio del classico romanzo di James M. Cain. Il telefilm in cinque puntate è ambientato nella Los Angeles della grande depressione, Mildred Pierce si separa dal marito inefficiente e lotta per mantenere se stessa e le sue due figlie. Da semplice cameriera inizia una scalata verso il successo, diventando proprietaria di vari ristoranti, ma l'eccessivo attaccamento nei confronti della figlia maggiore Veda e le scelte sbagliate in fatto di uomini, portano Mildred a dover affrontare conseguenze disastrose.
Fuori concorso si è visto Contagion (Contagio) di Steven Soderberg in cui il regista americano conferma la solida fama di narratore consacrata con i film della serie Ocean's: eleven (2001), twelve (2005) e thirteen (2007). In questo caso il racconto muove dall’esplosione, a Hong Kong, di una terribile epidemia che, in breve contagia il mondo intero causando milioni di morti. La regia disegna questo scenario con grande abilità, trasforma in elementi di un thriller magistrale le pratiche e i protocolli adottati dagli enti posti a tutela della salute pubblica, negli Stati Uniti come nel mondo. E’ un’opera appassionante, girata e montata con grande mestiere, che in più vanta il cast con il più alto numero di stelle di Hollywood: Matt Damon, Gwyneth Paltrow, Marion Cotillard, Kate Winslet, Jude Law, Bryan Cranston, Laurence Fishburne e il grandissimo Elliott Gould, e non possiamo citarli tutti. E, la cosa bizzarra è che muoiono quasi tutti, dato che da come potrete avere evinto dal titolo si parla di una pandemia, di un virus che proviene da animali infettati che a loro volta per una serie di conseguenze inizieranno a far fuori una serie di persone in ogni parte del mondo. La prima a morire è Gwyneth Paltrow arrivata qui al Lido, insieme al regista, a Matt Damon, Lawrence Fishburne e a Jennifer Ehle. Scritto da Scott Z. Burns, autore anche di The Bourne Ultimatum, il film di Soderbergh è un catastrofico veramente atipico rispetto al genere. Il tono mantenuto per tutto il film è estremamente realistico, Contagion non ha nulla a che vedere con blockbusteroni come Deep Impact o Armageddon, giusto per chiarire le cose.
locandina_contagion.jpgMister Soderbergh, Contagion è un film che mantiene uno stile estremamente legato alla realtà, dove tutto è plausibile e credibile. Una forza del film, sicuramente. Da dove viene questa scelta? “Il merito – afferma il regista – è sicuramente dello sceneggiatore. Scott Z. Burns ha fatto un lavoro eccezionale e io ho accettato di dirigere la pellicola proprio per il suo script. E’ vero che è tutto estremamente realistico perché la nostra idea del film era quella di proporre una storia che, non con queste conseguenze così drammatiche, ma è già avvenuta. Se pensate per esempio a pandemie come la SARS. Quindi siamo stati molto attenti a dare a tutti i personaggi il massimo della credibilità a secondo dei loro ruoli, una attenzione particolare l’abbiamo poi riposta agli ambienti scientifici e agli studi che questi medici fanno quando accadono questi eventi straordinari. Tutto doveva essere come avviene davvero in questi laboratori dove si studiano e si cercano le cure quando arrivano virus letali come quello che deve affrontare l’umanità in Contagion. E’ già abbastanza drammatica così la situazione, non vi è alcun motivo di spingere il pedale sull’accelleratore e poi non ci interessava fare un film con le caratteristiche tipiche del genere catastrofico. Almeno, personalmente, non rientra nei miei interessi”. Ora ecco un breve estratto di ciò che è stato detto in conferenza stampa dai protagonisti.
Signora Paltrow lei è la prima vittima nel film ed è una donna che si trova ad Hong Kong, è sposata con Matt Damon, ma durante quel viaggio d’affari ha una storia con un altro uomo. Pensa sia una punizione per il suo tradimento… “Direi proprio di no. Perché se tutti gli esseri umani che tradiscono nel mondo fossero puniti venendo colpiti da un virus allora sì, ci sarebbe davvero, la fine dell’umanità. Ho amato molto il mio ruolo e non ho mai giudicato il mio personaggio. E’ una donna in gamba, fallibile come lo siamo tutti noi, quindi lungi da me dare giudizi. Quello che ho amato moltissimo del film è che viene messo in evidenza come l’essere umano quando si trova a dovere salvare la sua vita sia disposto a tutto. Non c’è solidarietà che tenga perché non è come andare ad aiutare chi ha subito una tragedia, ad esempio quando c’è stato l’uragano Kathrina, qui salvare qualcuno equivale a mettere a rischio la tua vita perché lo sai che sarai contagiato. E questa situazione così estrema porta a dei comportamenti assolutamente imprevedibili”.
Mister Soderbergh il virus che contagia e stermina milioni di persone in tutto il pianeta è metafora di qualche cosa di altro, visto i tempi che viviamo? “No, e questa è la cosa che ho maggiormente apprezzato della storia di Scott. Contagion è un film il cui protagonista è un virus, un protagonista che non ha parola ma che agisce, sono tutti gli altri che parlano di lui e devono trovare una soluzione per annientarlo. Non ci sono messaggi subliminali. Se non il fatto, riprendendo il discorso della SARS, che ci sono zone del mondo – non per niente il film inizia ad Hong Kong – più a rischio di altre. Perché dato che questo è un virus trasmesso da quello che mangiano alcuni animali è evidente che come vengono trattati questi animali e la scarsa prevenzione che ne consegue è un dato di fatto. E sicuramente l’umanità dovrebbe essere più attenta, più rispettosa verso gli animali e la natura in generale, altrimenti prima o poi ne pagheremo delle conseguenze davvero devastanti”.
Si dice in giro che vuole ritirarsi dal mondo del cinema e dedicarsi alla pittura. Quanto c’è di vero? “Nulla di così drastico – ci dice Soderbergh – ho solo deciso di prendermi un anno sabbatico. Ho bisogno di staccare per un po’ e di dedicarmi ad altro ma continuerò a fare il regista”.
Dicevamo all’inizio del realismo del film. Ci sono pellicole che ha riguardato o alle quali ha pensato facendo Contagion? “Sì – continua il regista – ad uno in particolare ed è: Tutti gli uomini del Presidente. Il film di Alan Pakula è stato il mio punto di riferimento perché è un film con un stile perfetto. Pulito, diretto sia nello stile che nella narrazione”. Jude Law nel film è un blogger che attraverso Internet diffonde notizie, a volte vere a volte false, ma che smuovono l’opinione pubblica mettendo anche in evidenza la speculazione che le case farmaceutiche, puntualmente, mettono in atto quando si trova un vaccino. Cosa ci può dire su questo ruolo? “Che ci serviva un controcanto. – afferma Soderbergh – Come avete detto voi volevamo qualcuno che dicesse anche quello che i canali ufficiali non dicono mai perché per la politica interna di queste associazioni, come la CDC (Centri per il controllo e la prevenzione delle malattie) non fanno trapelare. Inoltre oggigiorno le notizie si muovono veloci come un virus e quindi volevamo un blogger ambiguo, intelligente ed interessante che mostrasse anche molte altre verità possibili”.
foto_terraferma.jpgIl primo film italiano in concorso s’intitola Terraferma e porta la firma di Emanuele Crialese, che ha già presentato alla Mostra, nel 2006, Nuovomondo che ottenne il Leone d’Argento Rivelazione. Cinque anni dopo Nuovomondo, Emanuele Crialese torna dietro la macchina da presa per Terraferma, ed è uno degli italiani in concorso di questa 68° edizione. Due donne, un’isolana e una straniera: l’una sconvolge la vita dell’altra. Eppure hanno uno stesso sogno, un futuro diverso per i loro figli, la loro Terraferma. Terraferma è l’approdo a cui mira chi naviga, ma è anche un’isola saldamente ancorata a tradizioni ferme nel tempo. E’ con l’immobilità di questo tempo che la famiglia Pucillo deve confrontarsi. Ernesto ha 70 anni, vorrebbe fermare il tempo e non vorrebbe rottamare il suo peschereccio. Suo nipote Filippo ne ha 20, ha perso suo padre in mare ed è sospeso tra il tempo di suo nonno Ernesto e il tempo di suo zio Nino, che ha smesso di pescare pesci per catturare turisti. Sua madre Giulietta, giovane vedova, sente che il tempo immutabile di quest’isola li ha resi tutti stranieri e che non potrà mai esserci un futuro né per lei, né per suo figlio Filippo. Per vivere bisogna trovare il coraggio di andare. Un giorno il mare sospinge nelle loro vite altri viaggiatori, tra cui Sara e suo figlio. Ernesto li accoglie: è l’antica legge del mare. Ma la nuova legge dell’uomo non lo permette e la vita della famiglia Pucillo è destinata ad essere sconvolta e a dover scegliere una nuova rotta. Scritto insieme a Vittorio Moroni, Crialese ha definito il suo nuovo lavoro ‘un dramma simbolico, sul conflitto tra turismo e integrazione osservato attraverso il prisma delle mutazioni antropologiche’. Il titolo, suggerisce il senso della meta, del miraggio dei naviganti, e che allude però alla natura salda dell'Isola, ancorata a tradizioni e valori fuori dal tempo. E' un sottile fil rouge quello del mare e delle tradizioni dei pescatori, quello che collega la produzione di Crialese, da questo Terraferma, passando per Nuovomondo per arrivare a Respiro. “Ritornare a girare sulla stessa isola di Respiro è stato ritrovarsi in un luogo ‘altro’. E’ cambiato tutto e in peggio. Così ho scritto e realizzato questo film cercando di tenere dentro di me il ‘c’era una volta...’. Ho cominciato a scrivere come se mi rivolgessi ad un bambino, come se potessi raggiungere il bambino che è dentro di me. Ho cercato un linguaggio libero da pregiudizi e da paure. Provo un senso di ribellione all’idea di essere trattato come un piccolo disubbidiente a cui si dice ancora “attento all’uomo nero che ti mangia tutto intero”... questa è la cantilena che ascoltiamo da anni, questo lo strumento usato per renderci più docili, più fragili, più bisognosi di protezione. Sono tornato dalla mia protagonista africana domandandole di imbarcarsi con me, su una barca immaginaria, quella della rappresentazione. Le ho proposto di reinterpretare alcuni momenti della sua storia vera con l’intesa e l’intento di poter cambiare, di poterla riscrivere, ricreare. Le ho proposto l’incontro con un'altra donna, un’isolana, con la stessa voglia di andare, di ricostruire altrove, per migliorare se stessa, per aiutare suo figlio a crescere senza paura”.
Shame (Vergogna), opera seconda del regista inglese Steve McQueen. Se il primo film di Steve McQueen, Hunger, parlava di un uomo privato della sua libertà, Shame è la storia di un uomo che ha tutte le libertà del mondo occidentale ma ha fatto del proprio corpo la sua prigione. Brandon è un trentenne di successo che vive in un confortevole appartamento di New York. Per evadere dalla monotonia della vita d’ufficio seduce varie donne, dividendosi tra una serie di storie senza futuro e incontri di una notte. Il ritmo metodico e ordinato della vita di Brandon, però, entra in crisi con l’arrivo imprevisto di sua sorella Sissy, ragazza ribelle e problematica. La sua presenza dirompente spingerà Brandon a inoltrarsi nelle pieghe più oscure dei bassifondi di New York, per sfuggire al difficile rapporto con la sorella e ai ricordi che risveglia in lui. Shame indaga la natura profonda dei nostri bisogni, il modo in cui affrontiamo la nostra vita e le esperienze che ci segnano.
locandina_salome.jpgWilde Salomè, visto fuori concorso, si affianca a quel Riccardo III - un uomo, un re (Looking for Richard, 1996) con cui Al Pacino documenta la sua passione e il processo creativo che sta dietro la lettura di un famoso testo teatrale: ieri William Shakespeare (1564 – 1616), oggi Oscar Wilde (1854 – 1900). Il testo in questione è Salomè (1893), scritto in francese e andato in scena a Parigi. Al Pacino riprende quello che fu il lavoro più controverso di Oscar Wilde, Salomè, una storia di lussuria ed ingordigia e lo fa utilizzando diversi generi, dal documentario, alla fiction, fino all'improvvisazione per riuscire a rispecchiare in pieno l'opera. Protagonista assoluta Jessica Chastain – già vista in The Tree of Life di Terrence Malick – nei panni di Salomè (Pacino interpreta se stesso ed Erode).
Todd Solondoz è un regista americano il cui lavoro si muove lungo linee stilistiche molto precise: l’uso di elementi figurativi – punti di ripresa, colori – che rimandano all’iconografia delle soap opera inserendovi racconti dal tono notevolmente tragico. Nel caso di Dark Horse (letteralmente Cavallo Scuro, ma il senso è quello legato alla locuzione italiana Pecora Nera) il Protagonista del dramma è un trentenne bamboccione che vive con i genitori, lavora per il padre e colleziona avidamente giochi. Cercherà un suo analogo al femminile per lasciarsi alle spalle lo status di “ronzino” (il cavallo cattivo, da cui il titolo originale) a lui riservato in famiglia e per realizzare finalmente qualcosa.
E finalmente quello che si definsce un gran bel film. E’ passato in concorso Tinker, Tailor, Soldier, Spy (Stagnino, sarto, soldato, spia) che Tomas Alfredson ha tratto dal romanzo omonimo di John Le Carrè (1931), edito in Italia con il titolo La talpa. Il libro, uscito nel 1974, è considerato il primo della cosiddetta trilogia di Karla, che comprende anche L'onorevole scolaro (The honourable schoolboy, 1977) e Tutti gli uomini di Smiley (Smiley's people, 1980), dove Karla è lo pseudonimo del capo del KGB russo. Il libro appartiene a quel genere che ha reso realistica la rappresentazione del lavoro delle spie, privandole di qualsiasi alone romantico per immergerle in atmosfere sordide, violente e per niente eroiche. Il libro aveva già avuto un’ottima trasposizione in una serie televisiva nel 1979 per opera della BBC, regia di John Irvin, ove il personaggio del grigio ma astutissimo funzionario George Smiley era affidato all’arte di Alec Guinness. Siamo nel 1973 e lo spionaggio inglese assiste al fallimento di una serie di operazioni oltrecortina, una delle quali, sviluppata a Budapest, porta alla morte – almeno così si dice – di un agente operativo. L’Intelligence inglese richiama in azione l’agente George Smiley (Gary Oldman) per proporgli una nuova missione. George, armato di pazienza, deve scoprire chi è la pericolosa spia che si nasconde tra i membri dei servizi segreti e deve catturarla, cercando di rompere i fitti rapporti che la talpa è riuscita a crearsi. Dopo aver individuato quattro possibili sospetti, per George sarà difficile barcamenarsi tra vecchie storie di amicizie e rivalità e la riuscita della missione comporterà un prezzo molto alto da pagare. Un meritato applauso, oltre che al regista, va agli attori, tutti superlativi: Gary Oldman, Colin Firth, Katty Burke e John Hurt.
locandina_la_talpa.jpgNon convince, invece, Andrea Arnold che propone una nuova versione di Wuthering Heights (Cime tempestose). Rispetto al libro di Emily Brontë (1818 –1848), pubblicato nel 1847, tetro racconto di un amore appassionato e contrastato, rivalità tra fratelli e vendette. Un contadino dello Yorkshire in visita a Liverpool incontra per la strada Heathcliff, un ragazzo senzatetto. Decide di accoglierlo in famiglia, portandolo con sé tra le sperdute colline dello Yorkshire, dove il ragazzo instaura una relazione ossessiva con Catherine, la figlia del contadino. Mentre i ragazzi crescono, i familiari e i vicini rimangono invischiati negli spietati giochi di famiglia, alimentati da orgoglio e presunzione. Pur essendo chiaramente un dramma d’epoca, la storia affronta temi attuali, come il razzismo e la dipendenza, ed eterni, come la gelosia, l’odio verso l’altro, l’amore e la famiglia. Il film è ambientato nelle aspre campagne dello Yorkshire, che di questa storia crudele e appassionata sono lo sfondo ideale e al tempo stesso uno dei protagonisti.
E’ ora il turno di Ermanno Olmi con Il villaggio di cartone, presentato fuori concorso, che propone un’interessante script. Una chiesa. Un parroco. Un'impresa di traslochi. La chiesa non serve più e viene svuotata di tutti gli arredi sacri, ivi compreso il grande crocifisso sopra l'altare. Restano solo le panche in uno spazio vuoto. Il vecchio prete sembra non sapersi rassegnare a questa sorte mentre il sacrestano ne prende atto. Ma, di lì a poco, un folto gruppo di clandestini in cerca di rifugio entra nella chiesa e, con panche e cartoni, vi installa un piccolo villaggio. Il sacerdote vede la sua chiesa riprendere vita ma dall'esterno gli uomini della Legge si fanno minacciosi.
Sempre fuori concorso si è visto anche Questa storia qua che Nicola Giuliano e Francesca Cima hanno dedicato al cantante Vasco Rossi. L‟eccezionale percorso musicale e artistico di Vasco Rossi raccontato attraverso la sua voce e un ricco e inedito materiale di repertorio. 30 milioni di dischi venduti in 30 anni di carriera, un successo che non tramonta, una storia unica quella di Vasco Rossi che in Questa storia qua per la prima volta si racconta consegnandoci un suo ritratto intimo. Filmati super 8, fotografie di famiglia, VHS amatoriali, vecchie registrazioni radiofoniche contribuiscono a tracciare un quadro nuovo ed autentico del rocker emiliano. Vasco ci accompagna lungo le tappe del viaggio che da Zocca, provincia di Modena, lo ha portato sino al successo e nel tratteggiare, senza mai prendersi troppo sul serio, la sua storia personale, le sue parole ci restituiscono anche un‟epoca ed una generazione. Accanto a lui gli amici, gli affetti di una vita e i musicisti che lo seguono da sempre ci portano alla scoperta di quel luogo speciale fatto di ricordi, nostalgie, ribellione, libertà e talento dove nascono le sue canzoni.
Non male per 4:44 Last Day on Earth (4 e 44 ultimo giorno sulla terra) dell’americano Abel Ferrara. Un film che parte dall'idea: 'che cosa fareste se vi rimanessero da vivere quattro ore e quarantaquattro minuti?!'. Domanda che - spostata all'interezza di un giorno la si trova su moltissimi settimanali - nelle nostre edicole. Chiesta settimanalmente ad un personaggio famoso. 'Se le rimanesse un solo giorno di vita cosa farebbe?'.
Ma Abel è sempre una sorpresa e così ci imbattiamo in Cisco, interpretato da Willem Dafoe, e nella sua compagna, la pittrice Skye (Shanyn Leigh, ex-del regista) che in questa giornata di 'fine del mondo' trascorrono il pomeriggio nel loro appartamento newyorkese.
L’ultimo terrestre di Gian Alfonso Pacinotti, in arte Gipi, è il terzo film italiano in concorso. Si tratta di un’opera liberamente tratta dal romanzo a fumetti, gli inglesi direbbero graphic novel, Nessuno mi farà del male (2011) che raduna racconti e storie scritte e disegnate da Giacomo Monti (1975). La storia dell'ultima settimana sulla terra prima dell'annunciato arrivo di una civiltà extraterrestre, vista attraverso gli occhi di un uomo solo, che odia le donne e non desidera per sé altro che routine e solitudine.
locandina_killer_joe.jpgEcco poi, Killer Joe dell’americano William Friedkin (1939), uno dei maestri del cinema hollywoodiano. Il film è tratto dal testo teatrale omonimo scritto da Tracy Letts (1965) nel 1993. La vicenda raccontata ruota attorno a tre sgangherati texani che assoldano, senza averne le disponibilità, un poliziotto killer con l’incarico di assassinare una vecchia alcolizzata, ex-moglie di uno e madre dell’altro, per incassarne l’assicurazione. Solo che, da pasticcio a pasticcio, le cose vanno a rotoli, anche grazie al doppio gioco della donna che forma il terzo lato del triangolo – l’attuale moglie di uno dei due, che tresca con l’attuale amante della donna da uccidere. Una trama basata su personaggi e situazioni che sarebbe difficile costruire in modo più degradato, ma che contribuisce assai bene a mettere assieme una storia avvincente e a fornire un quadro impietoso di quell’altra faccia degli Stati Uniti che si cela dietro lo sfavillio dei grattacieli.
Il terzo titolo in concorso, Faust,  ha la firma di un grande autore russo, Alexander Sokurov che riprende in modo molto libero il dramma, parte prima (1808) e seconda (1832), di Johann Wolfgang von Goethe (1749 – 1832). Faust è un pensatore, un ribelle, un pioniere ma è anche un essere umano anonimo, fatto di carne e sangue guidato dai suoi istinti, soprattutto dall'avarizia e dal desiderio…un film particolare, per molti, ma non per tutti.
Jonnie To, figura di punta del cinema di Hong Kong, con Duo Mingjn – Una vita senza principi. Questa la storia. 1998, Macao. Il passaggio della colonia portoghese nelle mani dell’amministrazione cinese fa cambiare anche le dinamiche tra le bande criminali. Wang, arrivato da Hong Kong, vorrebbe prendere il potere, intanto medita vendetta nei confronti di Wo, che un tempo aveva tentato di ucciderlo e ora vive proprio a Macao, insieme alla moglie e al figlio appena nato. Ad ucciderlo manda due killer, amici d’infanzia di Wo. Il sentimento di amicizia e un debito di riconoscenza, modificherà gli equilibri.
Ed ora veniamo all’ultimo titolo in concorso: Texas Killing Fields secondo lungometraggio dell’americana Ami Canaan Mann (autrice televisiva, oltre ad avere il vantaggio di essere figlia di Michael Mann che coproduce il film ed è uno dei maggiori registi del cinema hollywoodiano). Basato su una storia vera (lo spunto è nato da una serie di fatti di cronaca, quando, alcuni anni or sono, si scoprì che nella zona paludosa che fiancheggia l’interstatale 45 - nei pressi di Texas City, a una trentina di minuti d’auto a sud di Huston – furono scoperti i resti di una cinquantina di cadaveri di donne che erano state vittime di violenze sessuali), il film racconta di un tenace e misantropo detective della omicidi del Texas, Jake (Worthington), che si unirà ad un detective di New York, Brian, per indagare su un recente omicidio che è connesso ai noti “assassini nei campi”, una serie di omicidi irrisolti in Texas.


I PREMI

Leone d’Oro: Faust di Aleksandr Sokurov

Leone d’Argento: Cai Shangjun per Ren Shan Ren Hai (Gente di montagna, gente di mare) di Cai Shangjun

Premio Speciale della Giuria: Terraferma di Emanuele Crialese

Coppa Volpi (femminile): Deanie Yip per A Simple Life di Ann Hui

Coppa Volpi (maschile): Michael Fassbender per Shame di Steve McQueen

Premio Mastroianni (attore rivelazione): Shôta Sometani e Fumi Nikaidô per Himizu di Sion Sono

Premio Osella per la miglior sceneggiatura: Yorgos Lanthimos e Efthimis Filippou per Alpsdi Yorgos Lanthinos

Premio Osella per la miglior fotografia: Robbie Ryan per Wuthering Heights di Andrea Arnold

Premio Venezia Opera Prima Luigi De Laurentiis: Là-Bas di Guido Lombardi

Premio Orizzonti: Kotoko di Shinya Tsukamoto

Premio speciale della giuria: Whore’s Glory di Michael Glawogger

Premio Orizzonti Cortometraggio: In attesa dell’avvento di Felice D’Agostino e Arturo Lavorato

Premio Orizzonti Mediometraggio: Accidentes Gloriosos di Mauro Andrizzi e Marcus Lindeen

Premio Controcampo italiano: Scialla! di Francesco Bruni.

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Daniela Bocconi

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