It's a Wonderful …Cannes!
Reportage dal Festival di Cannes 2011
“It's a Wonderful …Cannes!”

Il festival si è aperto con un piacevole e interessante film del più europeo fra i registi americani: Woody Allen. Midnight in Paris, un viaggio nel tempo, una fiaba, un racconto magnifico e una realtà scomoda. Midnight in Paris è un gioiello dove i sogni si concretizzano grazie al potere della fantasia ma anche alla volontà del protagonista. Un film dal quale si esce più leggeri ma anche più concretamente illuminati. Gil (Owen Wilson) e la fidanzata Inez (Rachel McAdams) sono in vacanza a Parigi al seguito dei genitori di lei, John (Kurt Fuller) e Helen (Mimi Kennedy). John, un uomo d’affari molto conservatore si trova in Francia per concludere una trattativa di altissimo livello e non prova neanche a dissimulare l’assoluto disprezzo che nutre nei confronti di Gil, che ai suoi occhi è un ometto insignificante e inaffidabile, sicuramente indegno di sua figlia. Gil è uno sceneggiatore di Hollywood che da giovane aspirava a diventare un autore serio e adorava i grandi scrittori americani quali Hemingway e Fitzgerald dei quali avrebbe voluto seguire le orme. Ma ad un certo punto, Gil si è perso per strada, ha scoperto di avere talento come sceneggiatore e ha optato per un lavoro di routine molto ben remunerato che non lo soddisfa e che gli assicura un’agiatezza nella quale si sente un po’ a disagio. Ad un certo punto Gil si sente un po’ come il protagonista di quella famosa barzelletta che gira a Hollywood: “Mi sono sdraiato a bordo piscina... e quando mi sono alzato erano passati dieci anni”. A Parigi i sogni e le aspirazioni di Gil ritornano fuori più vive che mai e l’ossessione dell’uomo verso il romanzo che vorrebbe scrivere e – che lo distrae dalla più lucrativa professione di sceneggiatore cinematografico - non fa che peggiorare la situazione, almeno agli occhi di fidanzata e dei suoi genitori. Fino a quando grazie alla magia che è riservata solo ai puri di cuore, Gil mentre gira di notte per Parigi, inizia ad incontrare tutti quei personaggi che per lui rappresentano il senso di un’esistenza degna di tale nome. E l’uomo viene catapultato negli anni ’20 entrando in relazione con le migliori menti di quell’epoca...Woody Allen lo promise diversi anni fa. “Prima o poi dedicherò un intero film a Parigi”. Promessa mantenuta e al meglio, visto che Midnight in Paris, è indubbiamente uno dei migliori film del regista newyorkese degli ultimi anni. Oltre ad avere avuto uno straordinario successo di pubblico e critica, il film è stato il miglior incasso Usa di Woody degli ultimi venticinque anni. Presentato all’ultimo Festival di Cannes, in apertura, la pellicola è una prismatica cartolina della ‘Ville Lumière” ma anche un luogo in bilico fra sogno e realtà in cui ritrovare un Allen al top della forma come non accadeva da anni. Midinight in Paris è un film denso raccontato attraverso una serie di gag e battute a raffica che diventano una vera lezione di vita. Dicevamo Parigi, Allen ha confessato di essersi innamorato della Capitale Francese ai tempi di Ciao Pussycat, suo debutto come sceneggiatore e attore cinematografico e di avere pensato di lasciare New York per trasferirsi per un po’ di tempo nella città. “Poi ci ho ripensato e non l’ho fatto – ha affermato il regista – e ancora me ne pento. Naturalmente tifo New York perché sono nato e cresciuto lì – osserva - ma se non vivessi a New York, Parigi sarebbe la mia città d’adozione. Ci ho girato alcune scene di Tutti dicono I Love You ma è solo con Midnight in Paris che credo di avergli reso l’omaggio che merita”. Parigi è il magnifico e fondamentale sfondo per fare uscire il suo protagonista, Gil, magistralmente interpretato da Owen Wilson. Gil ha un’anima da bohémien, vorrebbe fare lo scrittore, e vivere in un mansarda circondato da libri, quadri, musica e poesia. Ma la sua realtà è totalmente diversa. E’ fidanzato con una ragazza ricca e molto americana che non capisce assolutamente queste sue ‘fantasie’. E, qui vediamo la maestria di Allen che, come fece per La Rosa Purpurea del Cairo, non mette in scena un suo alter ego ma un uomo che sogna un’altra vita, quella della Parigi degli anni ’20, e allo scoccare della mezzanotte viene risucchiato in un flusso temporale che lo porta ad incontrare geni come Scott Fitzgerald e sua moglie Zelda, Ernest Hemingway, Gertrude Stein, Pablo Picasso, Salvador Dalì, Man Ray, Luis Buñuel. Con loro beve, discute, impara, va nei club, balla, ride, vive... Ma, altro colpo di genio di Allen, a differenza di altre volte qui i sogni, la fantasia non rimangono speranza o rifugio. Diventano il vero motore per fare capire a Gil che la vita che sta vivendo non è quella che vuole, e che tra il presente e il passato, ci sarà un futuro diverso. Nel suo film, il regista fa dire a Gertrude Stein che l'artista non è colui che fugge, ma colui che con la sua opera cerca di dare senso e speranza di fronte all'insensatezza dell'esistenza. E questo è quello che ha fatto Allen con Midnight in Paris. Tutto questo e molto altro fanno di questa pellicola un’esperienza imperdibile, ogni spettatore, può giocare con la fantasia e pensare a chi vorrebbe incontrare, con chi vorrebbe parlare e scambiare opinioni sull’universo, se avesse la possibilità di tornare indietro nel tempo. Ma non per un’operazione nostalgia, al contrario, per ritornare al presente più forti e sicuri di chi si è realmente. Al Festival di Cannes, Allen ha affermato: “Midnight in Paris nasce da due ragioni in particolare, girare una storia che celebrasse Parigi, infatti la prima cosa a cui ho pensato è il titolo, e poi inserirci una vicenda che contenesse elementi magici. I viaggi nel tempo affascinano tutti, non vi è persona al mondo che non ci ha mai pensato o non ne ha mai parlato anche se, personalmente, non cambierei il mio presente con nulla. Pensare di andare dal dentista e non avere l’anestesia mi fa perdere ogni romanticismo. Comunque sono temi che mi hanno sempre affascinato. Da ragazzino ero un discreto illusionista: conoscevo molti trucchi ed ero attratto da qualunque cosa avesse a che fare con la magia. Forse perché speravo che ci fosse magia nel mondo: l’ho sempre cercata, ma non l’ho mai trovata. Sarebbe bello se qualcosa di magico potesse salvarci. Ma questo qualcosa non esiste”. “Inoltre – conclude Allen – come il protagonista è forgiato dai talenti che incontra, io sono cresciuto con il cinema europeo. E, se da ragazzino sognavo di andare a vivere a Hollywood, molto presto ho capito che non ci volevo andare. Che quella vita non sarebbe stata la risposta a niente. La mia era una sciocca illusione infantile”.La sezione competitiva è stata aperta dall’opera prima di un’australiana: Sleeping Beauty (La bella addormentata) di Julia Leigh. Una giovane studentessa ha un disperato bisogno di denaro, per questo si adatta a fare da cavia per ricerche mediche, a servire ai tavoli in un ristorante, a confezionare fotocopie in un ufficio. La sua vita è abbastanza imbrogliata, ha una madre con cui si limita a scambiare qualche telefonata, un ex-fidanzato tossicodipendente e di cui è ancora innamorata, amici che la ospitano solo per il suo contributo alle spese. Un giorno, tramite un annuncio economico, viene in contatto con l’organizzatrice di cene per ricchi borghesi, pranzi molto riservati in cui le cameriere servono in sostanza nude. Da lì a salire in carriera diventando una bella addormentata, vale a dire una ragazza che è drogata, poi messa a letto nuda e così data in pasto alle voglie – penetrazione a parte – dei soliti ricchi depravati. Accetta tutto, trama persino di ricattare qualcuno fra i suoi occasionali compagni di letto, ma quando uno la sceglie come compagna di suicidio, al risveglio prorompe in un urlo di ribellione. E’ un film molto professionale nella costruzione e nell’interpretazione, ma non lineare e chiaro nella costruzione narrativa. Questo lo fa oscillare fra una sostanziale solidarietà verso la protagonista, un pizzico di voyeurismo – i nudi si sprecano – e uno sguardo freddo che, tuttavia, non riesce a cogliere un preciso filo conduttore. In definitiva una prova professionalmente matura, ma non del tutto convincente.
La regista britannica Lynne Ramsay ha tratto We Need to Talk About Kevin (Dobbiamo parlare di Kevin) dal libro omonimo della scrittrice Americana di Lionel Shriver, edito nel 2003. Si racconta il terribile rapporto fra una madre e il figlio alla cui vita la donna ha sacrificato sia ambizioni professionali, sia autonomia esistenziale. Sarà ricambiata con disprezzo, violenza, vere e proprie imboscate fisiche sino al tragico finale che vede il ragazzo uccidere a colpi di freccia padre e sorella, che aveva già privata di un occhio, per poi compiere un vero e proprio massacro nel liceo in cui studia. Il film è il classico prodotto per attori, nel senso che il valore principale riconduce alle prestazioni, davvero eccezionali, degli interpreti, in primo luogo una Tilda Swinton che supera i livelli già straordinari mostrati in precedenza. Questa impostazione essenziale lo relega a prodotto solo parzialmente valido, quadro di una vicenda molto drammatica ma sospesa nel tempo e nello spazio, priva di reali agganci con il mondo in cui è immersa. E' un saggio di recitazione e di professionalità davvero mirabile, ma nulla più.
Ed ora il turno di Maïwenn Le Besco, regista di Polisse (letteralmente Lucido, in questo caso Polizia che pulisce a fondo). La regista, che è anche una famosa attrice, propone una serie di storie di aggressioni a bambini affrontate dalla squadra per la repressione dei crimini sui minori (BPM = Brigade de Protection des Mineurs) di Parigi. E c’è spazio anche per il romanticismo: Fred, il ribelle del gruppo della Squadra protezione minori di Parigi, s'invaghisce di Mélissa, fotografa incaricata dal ministero dell'Interno di dedicargli un reportage. Divisa tra l'irruento Fred e François, il suo infedele marito, ricco direttore d'orchestra, Mélissa sarà costretta a scegliere tra una vita di agi e l'avventura che le offre Fred.
Ha aperto i battenti anche la sezione Un Certain Regard, con l’incantevole Restless, ultima fatica del prolifico e amatissimo, da una parte della critica, Gus Van Sant che racconta con pudore e poesia una singolare storia d'amore tra un ventenne orfano e una coetanea malata di cancro. Poetico, malinconico e mai ricattatorio. Tratto da una pièce teatrale di Jason Lew, il film è dedicato a Dennis Hopper. Uno dei due protagonisti, suo figlio, Henry. Annabel Cotton (Wasikowska) è una bella e dolce ragazza che ama intensamente la vita e il mondo della natura. Enoch Brae (Hopper) è un ragazzo che si è isolato dal mondo da quando ha perso i genitori in un incidente. Quando i due si incontrano a una cerimonia funebre, scoprono di condividere molto nella loro personale esperienza del mondo. Enoch ha eletto come suo migliore amico Hiroshi (Ryō Kase), fantasma di un pilota kamikaze giapponese. Annabel ha una sconfinata ammirazione per Charles Darwin e un grandissimo interesse per come vivono le altre creature. Quando Enoch scopre che Annabel è malata di cancro in fase terminale, si offre di aiutarla ad affrontare gli ultimi giorni con irriverente abbandono, sfidando il destino, la tradizione e la morte stessa. L’amore che li lega diventa sempre più forte, come la realtà del mondo che hanno sentito incombere su di loro. Coraggiosi, infantili, e assolutamente unici – affrontano senza paure quello che la vita ha in serbo per loro. Combattendo il dolore, la rabbia e la perdita con la giovinezza, l’allegria e l’originalità, questi due emarginati rovesciano il tavolo e giocano con le loro regole, ma il loro percorso inizia a scontrarsi con l’inesorabile scorrere del tempo, il ciclo naturale della vita sta per portarsi via Annabel. L'amore che resta (tit. orig. Restless) di Gus Van Sant, che a Cannes ha inaugurato la sezione Un Certain Regard è una complicata e commovente storia d’amore tra due adolescenti. Sono irrequieti e tormentati i personaggi di Gus Van Sant. Lo sono sempre stati, nella loro dolcezza disarmante e lieve. Hanno ferite nascoste e taciute, ma le loro espressioni tradiscono sempre un desiderio di fuga. Annabel ed Enoch sono due ragazzi dalla sensibilità fuori dal comune e dal destino segnato, hanno una forte empatia con la morte e con essa convivono. Per tutti questi motivi i rimandi da Romeo e Giulietta, ad Harold e Maude di Hal Hashby a Garden State, sono inevitabili. Tratto dalla pièce teatrale di Jason Lew, che ne ha firmato anche la sceneggiatura, su sollecitazione della sua compagna di classe Bryce Dallas Howard. “Il lavoro teatrale è incredibilmente bello. - ha affermato la Howard - Quando l’ha adattato in una sceneggiatura è emersa una storia ancora più forte. E poi è arrivato Gus e il miracolo si è compiuto”. “E’ stata la storia d’amore ad attrarre il mio interesse. – ha spiegato Van Sant - Una storia d’amore che è una relazione nata fuori dalla famiglia in un momento in cui è impossibile per i membri che ne fanno parte accettare il dolore per la perdita di uno di loro”.
Nella sezione concorso è stato presentato Habemus Papam, ultimo film di Nanni Moretti (1953), Uno psichiatra viene chiamato in Vaticano perché il Papa appena eletto non se la sente di assumere la sua carica. Il Vaticano si prepara all’elezione di un nuovo Papa. Così, mentre fuori insieme alle candele dei fedeli, alle scommesse dei bookmaker e alle luci delle tv, San Pietro diventa il set più importante del Pianeta... all’interno, dentro le volte della Cappella Sistina i Cardinali sono chiamati ad eleggere il nuovo Pontefice. Dopo due fumate nere, le schede convergono su un nome inatteso: il Cardinale Melville (Piccoli), fino ad allora rimasto nell’ombra. Ora è lui il nuovo Eletto e i Cardinali lo applaudono mentre Melville, frastornato, non sa nemmeno che nome scegliersi. Si sente inadeguato soprattutto in rapporto al peso del suo predecessore. Quando le ante delle finestre di San Pietro si aprono perché il mondo possa riconoscerlo, crolla. Il nuovo Papa è profondamente depresso e per aiutarlo arriva il Professor Brezzi (Moretti), uno psicanalista. Brezzi è ritenuto il migliore nel suo campo ma il compito è molto arduo. Le sedute sono prive di qualsiasi intimità, non si può chiedere al paziente nulla di personale e quando il medico domanda se Melville abbia problemi con la fede, quest’ultimo non ha paura e afferma: “Dio vede in me capacità che non ho. Dove sono, dottore? Le cerco e non le trovo”. Anche Brezzi comincia a vacillare e chiede aiuto alla sua ex-moglie, interpretata da Margherita Buy, psicanalista pure lei. Ma la situazione precipita, l’aiuto dell’analisi non giova a Melville che un giorno scompare...Un progetto al quale Nanni Moretti aveva iniziato a lavorare già da qualche anno, ma mai portato avanti, fino ad oggi, per motivi di costi. 8 milioni di euro di budget, buona parte dei quali spesi per le ambientazioni, poiché il Vaticano non ha concesso di girare scene nella propria sede, con parte degli interni girati nei saloni dell'Ambasciata di Francia e altri, compresa la Cappella Sistina ricostruiti dagli scenografi a Cinecittà. Inoltre molte scene di massa, costumi e arredi imponenti. Il risultato è una pellicola sorprendente, ‘una commedia dolente’ – come l’ha definita il regista – un’analisi antropologica sullo smarrimento. L’infallibile che si scopre fallibile, proprio nelle sontuose vesti di chi non si può permettere di esserlo. In Habemus Papam tutti sono prigionieri di un’ossessione – oltre che realmente rinchiusi dentro un luogo ben delimitato – il Papa dalla sua investitura; lo psicanalista Brezzi dalla sua professione (‘Sarà veramente il migliore come tutti affermano?’); l’autorità ecclesiastica di una guida. Arriverà una soluzione o l’assoluzione?E ora arrivano i Pirati! Già, è il turno di Pirati dei Caraibi: Oltre i confini del mare (Pirates of the Caribbean: On Stranger Tides, 2011), quarta tappa dalla serie piratesco – fantastica aperta da La maledizione della prima luna (Pirates of the Caribbean: The Curse of the Black Pearl, 2003) e proseguita con Pirati dei Caraibi - La maledizione del forziere fantasma (Pirates of the Caribbean: Dead Man's Chest, 2006) e Pirati dei Caraibi – Ai confini del mondo (Pirates of the Caribbean: At World's End, 2007), tutti a firma di Gore Verbinski. Il film, questa volta diretto dallo specialista di musical e superproduzioni Bob Marshall, porta aria nuova, anzi nuovi venti, brezze, burrasche sulle vele dei Pirati. Alla ricerca della Fonte della Giovinezza, la saga si rinnova, magicamente. Più che un sequel è un nuovo inizio. Da cui ripartire verso nuovi capitoli, con nuovi e vecchi talenti che si ricompattano intorno al leggendario comandante Jack Sparrow - Johnny Depp, anima non sostituibile della saga. Moltissime le novità, in questo quarto capitolo, primo in 3D e primo di una nuova serie. Innanzitutto cambio di regia, lascia Gore Verbinski ed entra Rob Marshall. Stabile al timone della produzione Jerry Bruckheimer già al comando nei primi tre episodi e che ha già annunciato che il quinto episodio della saga si farà, con gli stessi protagonisti di questa quarta avventura. Lo storico sceneggiatore Terry Rossio è già al lavoro, anche se, per il quinto episodio dovrà fare a meno della collaborazione del fedele amico Ted Elliott. Due le new entries di maggior rilievo: la Premio Oscar Penélope Cruz (sua sorella Monica l’ha sostituita in alcune scene visto che l’attrice spagnola era incinta durante le riprese) e Richard Griffiths – ovvero lo zio Vernon di un’altra mitica saga, quella di Harry Potter – nelle sontuose vesti di Re Giorgio. Molte le conferme, oltre a quella 'imprescindibile' di Johnny Depp, ritorna Geoffrey Rush nel ruolo del vendicativo Capitano Hector Barbossa, Ian McShane nei panni macchiati di sangue del Pirata Barbanera, Kevin R. McNally nei panni di Joshamee Gibbs, il compagno di lunga data del capitano Jack, Sam Claflin, il coraggioso missionario e Astrid Berges-Frisbey, la misteriosa sirena, oltre al chitarrista dei Rolling Stones Keith Richards nel ruolo del carismatico padre di Jack. Lasciano, ma questo è stato annunciato mesi fa, Keira Knightley e Orlando Bloom che nei primi tre film impersonavano Elizabeth Swann e Will Turner. Quando Jack incontra una donna del suo passato, Angelica (Penélope Cruz), non è certo se si tratti di amore, o se lei sia una spietata artista dell'imbroglio intenzionata ad usarlo per trovare la leggendaria Fontana dell'Eterna Giovinezza, che il nostro eroe aveva trovato alla fine del precedente episodio. Nel momento in cui Angelica costringe Jack a salire a bordo della Queen Anne's Revenge, la nave del famigerato pirata Barbanera (Ian McShane), il pirata si ritrova in un'inaspettata avventura in cui non sa chi temere di più: Barbanera o questa bellissima donna che ha già fatto parte, molto tempo fa, della sua vita. “C’era bisogno di dare una svecchiata alla saga e, così, abbiamo realizzato un film che cambia location in continuazione." Ha commentato il neo-regista Rob Marshall. "Si comincia da Londra, dove avviene la cattura di Jack per mano delle guardie di Re Giorgio, e poi, attraverso inseguimenti rocamboleschi, si arriva in mare aperto, dove ha inizio una sorta di secondo atto. La nuova nave di Barbossa, che si chiama Providence, si scontrerà con il velerio di Barbanera, la Queen Anne’s Revenge, fino ad una vera e propria caccia al tesoro il cui bottino è la preziosissima Fontana dell’Eterna Giovinezza”. A proposito di quest’ultimo fondamentale elemento della storia, ricordiamo che questa nuova avventura di Jack Sparrow & Co. è ispirata all’omonimo romanzo di Tim Powers uscito nel 1987. “Abbiamo deciso di realizzare questo quarto film – ha affermato Jerry Bruckheimer – mentre stavamo girando il terzo dato che i due sceneggiatori storici, Rossio ed Elliott, erano incappati sul libro di Powers, Oltre i confini del mare, e ne erano rimasti molto colpiti. Da lì hanno preso ispirazione e una volta che il copione è stato scritto tutti i pezzi sono andati a posto”. “Chiaramente – ha dichiarato il produttore Bruckheimer – il fatto di avere avuto immediatamente il sì da Johnny Depp è stato il tassello centrale. E’ lui il cuore di tutto oltre ad essere un attore straordinario che riesce sempre ad infondere qualche cosa di nuovo in un personaggio che impersona da ben tre film. Ma non è mai lo stesso e, proprio per questo, gli spettatori sono estremamente affezionati a Jack Sparrow”. Johnny Depp, famoso per essere decisamente molto meno diplomatico, ha detto a proposito di Jack: “Ho sempre amato Sparrow, mi sono sempre divertito ad interpretarlo e quando hai un personaggio come questo vuoi esplorarlo finché puoi, fino a quando ne hai la possibilità. Questo è uno degli aspetti più divertenti nel recitare, in particolare, con un soggetto che ti porti dietro per vari anni della tua vita. Quello che desideri fare è trasferire su di lui quello che hai acquisito anche tu come essere umano. Ad esempio, la presenza di Keith Richards, fa parte della mia persona. Adoro Keith da quando ero ragazzino e mi sono voluto regalare un sogno: la possibilità di averlo al mio fianco e, nei panni di mio padre. E’ bello essere il più irriverenti possibile, se il personaggio lo richiede e, soprattutto quando si viene anche pagati per farlo!”.Penélope Cruz si è rivelata immediatamente entusiasta della proposta: “Angelica è un personaggio straordinario, magnifico da interpretare. E’ una donna che pensa come un pirata, infatti tradisce Sparrow, spezzandogli il cuore. E’ una grande manipolatrice, una grande bugiarda e una grande interprete della sua stessa vita. Le piace prendersi gioco della
gente ma, alla fine, ha un’anima pulita e un buon cuore. Ha bisogno di Jack, tanto quanto lui ha bisogno di lei, e tutti e due della Fontana della Giovinezza." “Capite – aggiunge Rob Marshall – che per un personaggio del genere con tante sfaccettature serviva una grande attrice, una interprete che possedesse senso dell’umorismo, sex appeal, potere, forza, bellezza e passione. Avendo già lavorato con Penélope sapevo che lei ha tutte queste qualità e che è in grado, in maniera unica, di mescolarle e unirle in un unico personaggio”. "Sono una fan di Jack Sparrow dal primo film - continua Penelope Cruz - e di Johnny Depp con il quale ho lavorato una sola volta, esattamente dieci anni fa, in Blow. E’ stato bellissimo ritrovarlo. E’ uno degli uomini più modesti, intelligenti e divertenti che abbia mai conosciuto. E’ un gentiluomo, come Rob Marshall, con il quale ho avuto il piacere di lavorare in Nine." Il tutto parte nel 2003 con Pirati dei Caraibi – La Maledizione della Prima Luna. Il pirata Barbossa rapisce la figlia del governatore, Elizabeth Swann (Keira Knightley), in possesso di un medaglione incantato, l’ultimo pezzo che serve per liberare lui e il suo equipaggio da una maledizione che li costringe ad apparire come cadaveri alla luce della luna. Per liberare la ragazza, il giovane Will Turner (Orlando Bloom), da sempre innamorato di lei, si unisce alla ciurma dell’eccentrico capitano Jack Sparrow, che a sua volta deve regolare i conti con Barbossa. Insieme partono alla ricerca della Perla Nera, la nave di Barbossa, fino alla sua conquista. Pirati dei Caraibi: La Maledizione del Forziere Fantasma del 2006. Will ed Elizabeth vengono arrestati da Lord Beckett (Tom Hollander), spietato agente della Compagnia delle Indie Orientali, per avere aiutato Jack Sparrow a fuggire dal carcere. Per tornare liberi devono aiutare Beckett a trovare una bussola magica. Intanto Sparrow si mette alla ricerca del cuore di Davy Jones (Bill Nighy), capitano del temibile Olandese Volante, una nave che trascina i vascelli che incontra sul suo cammino in fondo al mare, insieme alle anime dei loro marinai. Sparrow per riscattare La Perla Nera gli ha venduto la sua anima e, solo traffiggendo il cuore di Jones, potrà riaverla. Pirati dei Caraibi: Ai Confini del Mondo del 2007. I pirati sono nel mirino del governo britannico: vengono condannati a morte, insieme a tutti quelli che cercano di aiutarli. L’unico modo per fronteggiare questa nuova politica è riunire i nove pirati della Fratellanza: Barbossa parte con Elizabeth Swann alla volta di Singapore per trovare il terribile Soo Feng (Chow Yun-Fat) e guadagnarsi il suo sostegno. Nel frattempo Will Turner è alla ricerca di Davy Jones, che ha ucciso suo padre. E, in tutto questo che ruolo ha, Jack Sparrow? L’idea di Barbossa è di coinvolgere anche lui. Peccato che Lord Beckett faccia di tutto per spazzare via i pirati dal controllo dei mari. “Per noi era molto importante avere la storia giusta. – ha affermato Oren Avi della Walt Disney – Questo perché i film sono cresciuti uno dopo l'altro, sono diventati sempre più complicati e potenti, quindi era estremamente importante ripartire con la narrazione adeguata. Questo quarto capitolo è più ‘semplice’ rispetto ai precedenti perché amiamo talmente le avventure di Sparrow che vorremmo riavviare tutto daccapo tornando al cuore della saga, ovvero i personaggi. Quindi questo potrebbe essere l’inizio di una nuova trilogia”. La saga rimarrà nella memoria degli spettatori e di chi l’ha fatta... “Il più bel ricordo che ho delle riprese di Pirati dei Caraibi – Oltre i confini del mare – ha affermato Jerry Bruckheimer – sono i rapporti che si sono creati tra cast e troupe. Johnny è tornato, Geoffrey e Kevin sono tornati e, poi, si sono aggiunti dei nuovi amici: Rob, John (DeLuca), Penélope, Ian, Sam e Astrid. Che cosa ci può essere di più entusiasmante e divertente di avere grandi amici e di poterci lavorare insieme?! In questo si racchiude la forza di queste pellicole”.
Per quanto riguarda il concorso è stato presentato Le gamin au vélo (Il ragazzo con la bicicletta) dei fratelli Jean-Perre e Luc Dardenne, cineasti che proprio a Cannes hanno ottenuto i maggiori risultati con Rosetta (Palma d’Oro e premio della migliore interpretazione femminile, 1999), Le fils (Il figlio) che ha ottenuto il premio per la migliore interpretazione maschile del 2002 e L’enfant (Il ragazzo) coronato con la Palma d’Oro nel 2005. Cyril ha quasi dodici anni e una sola idea fissa: ritrovare il padre che lo ha lasciato, in apparenza temporaneamente, in un centro di accoglienza per l'infanzia. Cyril è un piccolo ribelle, che non accetta la burocratica e anonima assistenza del centro e tantomeno l'abbandono paterno. Durante l'ennesima fuga incontra per caso Samantha, che ha un negozio da parrucchiera, che accetta di tenerlo con sé durante i fine settimana. Ma questa insolita fortuna non sembra sufficiente a calmarlo. Cyril non è del tutto consapevole dell'affetto di Samantha, un affetto di cui ha però un disperato bisogno per placare la sua rabbia. Coerente e sempre più raffinato, il cinema dei fratelli Dardenne, la loro pervicace indipendenza, la loro indagine costante delle zone d'ombra, più fragili, della realtà che ci circonda, il loro umanesimo sociale, che li apparenta in qualche modo ai britannici Loach e Leigh, presentato in concorso al festival di Cannes 2011, si candida nuovamente e autorevolmente ad un Premio, che potrebbe andare ai due autori come alla straordinaria protagonista Cécile de France. "Da tempo eravamo ossessionati da una storia: quella di una donna che aiuta un ragazzo a liberarsi della violenza di cui è prigioniero. L’immagine che per prima ci veniva in mente era quella di questo ragazzino, questo fascio di nervi, placato e quietato grazie all'amore di un altro essere umano", hanno affermato i fratelli Dardenne.E’ la volta di un delizioso gioiello, una perla rara, un piccolo capolavoro, insomma (l’avete capito), un film imperdibile: The Artist (L’artista) del regista francese Michel Hazanavicius. La storia: Nel 1927 George Valentin è la star indiscussa del cinema muto. Ma, con l'imminente avvento del sonoro, l'attore si avvia verso un lento declino. Peppy Miller si trova, invece, nel suo momento migliore: si sta preparando a diventare, da semplice comparsa, una vera diva. Fra i due nascerà un amore, ostacolato però dalle difficoltà che la fama e l'orgoglio porteranno nelle loro vite.
Discorso diverso per L’Apollonide – Souvenirs de la Maison Close (L’Apollonide – Ricordi della casa chiusa) proposto dal francese Bertrand Bonello che lo presenta in Concorso al Festival di Cannes. Una storia ambientata all’alba del XX° scecolo, dentro una casa chiusa a Parigi... la protagonista è una prostituta con il viso marchiato da una cicatrice che le disegna un sorriso tragico. Intorno alla ragazza che ride, la vita delle altre ragazze si organizza, le loro rivalità, le loro paure, le loro gioie, i loro dolori...Nel mondo esterno, non si sa niente di quello che avviene nella casa chiusa, ma all’interno delle sue mura tutto è possibile.
Quinto film in quarant’anni per Terrence Malick che questa volta, per The Tree of Life, film sulla nascita dell’Universo riflessa nell’epica di una famiglia americana, chiama Brad Pitt e Sean Penn. Midwest, Usa. Jack O’Brien gioca nel cortile assieme ai suoi due fratelli maggiori e al padre manesco, Mr. O'Brien (Brad Pitt). Siamo negli anni cinquanta, Jack ha undici anni. sua madre Mrs. O'Brien (Jessica Chastain) è completamente diversa da suo padre. Vede il mondo con gli occhi dell’anima, ovvero è paladina di una visione piena di amore e grazia e questo cerca di tramandare ai suoi figli. Mister O’Brien, al contrario, è un uomo che fa ombra e, soprattutto su Jack, pone sempre la propria persona davanti a tutto. Jack però troppo presto viene a conoscenza del lato oscuro della vita ammalandosi e diventando quindi una persona molto delicata. È per questo motivo che quando lo ritroviamo adulto (interpretato da Sean Penn), è un’anima persa che cerca di scoprire durante il passaggio del tempo che cosa non cambia: lo schema eterno di cui noi facciamo parte. Quando comprende tutto ciò che è stato necessario realizzare per preparare il nostro mondo, qualsiasi cosa gli appare come miracolosa, preziosa, incommensurabile. Jack, con questa sua nuova presa di coscienza, può perdonare suo padre e percorrere i primi passi sul sentiero della vita. Inizia quindi a capire il vero senso delle cose,
la speranza, la realizzazione della bellezza e della gioia presenti ovunque, nella vita quotidiana e soprattutto nella famiglia. Dall’innocenza dell’infanzia alla disillusione dell’età adulta. Dall’occhio sulla vita amorevole, solare di sua madre a quello più duro, spietato di suo padre, Jack va alla ricerca della verità sul mondo e su noi stessi e impara la più importante lezione della vita, l'amore disinteressato. Questa è la storia di Jack O’Brien e dell’Universo nel quale vive e nel quale anche noi viviamo. Solo cinque film, in trentotto anni, per entrare nella leggenda del cinema. Regista di culto per eccellenza, qualsiasi attore farebbe carte false, ed accetterebbe cachet ridicoli, per lavorare con lui, nonostante una fama di perfezionista quasi maniacale alla Kubrick, con diversi mesi di riprese e medie di decine di ciak per scena. Un suo collaboratore ha detto che cura nei minimi dettagli non solo quello che si vede in ogni fotogramma, ma anche quello che non si vede. Perché tutto deve corrispondere non solo al suo originalissimo stile narrativo, ma soprattutto alla sua stupefacente visione del mondo, della vita, degli uomini e della natura indifferente e sovrana. Sean Penn, al secondo film con lui, dopo La sottile linea rossa, e Brad Pitt formano, insieme a Jessica Chastain, un cast tanto affascinante quanto stellare. “Come regista, Malick, è più interessato alla creazione dell’emozione che ad una narratività tradizionale. – ha dichiarato il direttore della fotografia Emmanuel Lubezki – E’ un film esperienziale. Mentre i personaggi parlano, noi guardiamo altrove, il vento, la cornice di una finestra, e solo alla fine del dialogo torniamo su di loro”. Fondamentale la colonna sonora curata da Alexandre Desplat.
Passiamo ora ad Hors Satan (Fuori Satana) del francese Bruno Dumont presentato nella sezione Un Certain Regard. Questo cineasta ha sempre favorito - da L'età inquieta (La vie de Jésus, 1997) passando per L'umanità (L'humanité, 1999), Twentynine Palms (2003), Flandres (2006) e Hadewijch (2009) - il discorso religioso nel senso che i personaggi delle sue opere sono anche leggibili come metafore della fede, dal Cristo al discepolo inquieto e dubitoso. La stessa cosa avviene in quest’ultimo film in cui si narra di un ragazzo che vive in ritiro tra le dune di Pas-de-Calais dove si nasconde un demone. Tra la Manica e la Costa d'Opale, nei pressi di un villaggio, vicino al fiume e alle paludi, risiede uno strano ragazzo che arranca, caccia di frodo e crea il fuoco. Assieme a una ragazza di campagna che si prende cura di lui e lo nutre, i due passano il tempo insieme nella grande distesa di dune attraversata da parte a parte dai boschi, per raccogliersi misteriosamente sulle sponde degli stagni mentre lotta contro il maligno, il giovane caccia il male dal piccolo villaggio e dai suoi abitanti.
Aki Kaurismäki è fra i registi più originali del cinema contemporaneo. Nel corso della sua non breve carriera, è nato nel 1957, ha firmato una quindicina di lungometraggi oltre a un numero consistente di corti. In tutti la linea conduttrice è una polemica ironia unita a una netta presa di posizione anticapitalista e in favore degli emarginati. Le Havre si muove sullo stesso terreno affrontando, per la prima volta da parte sua, il drammatico tema dell’immigrazione. Marcel Marx, ex scrittore e noto bohémien, si è ritirato in una sorta di esilio volontario nella città portuale di Le Havre, dove sente di aver costruito un rapporto di maggiore vicinanza con la gente, che serve praticando l’onorevole ma poco redditizio mestiere del lustrascarpe. Abbandonata ogni velleità letteraria, vive felicemente dividendosi tra il suo bar preferito, il lavoro e la moglie Arletty, quando all’improvviso il destino mette sulla sua strada un piccolo profugo arrivato dall’Africa. Con Arletty gravemente ammalata e costretta a letto, ancora una volta Marcel deve affrontare il freddo muro dell’indifferenza umana armato solo del suo innato ottimismo e della solidarietà della gente del suo quartiere: ma contro di lui lavora la cieca macchina dello stato occidentale, questa volta rappresentata dalla polizia che lentamente stringe il cerchio intorno al bambino africano. Per Marcel è arrivato il momento di rimboccarsi le maniche, lucidarsi le scarpe e mostrare i denti. “Non accade spesso che il cinema europeo affronti il tema della sempre più grave crisi economica, politica e soprattutto morale che ha portato alla questione irrisolta dei profughi: persone che arrivano dopo mille difficoltà nell’Unione europea e subiscono un trattamento irregolare e spesso inadeguato. Non ho soluzioni da proporre, ma ho voluto in qualche modo affrontare la questione, anche se in un film che ha poco di realistico”, racconta Kaurismäki.
Per anni ha teorizzato un nuovo tipo di cinema (è stato il maggior promotore del manifesto Dogma, che in 10 punti fissa le regole per fare un film 'duro e puro', per il 'ritorno all'essenziale'). Per completezza le riporto: 1) Vietate le scenografie 2) Sonoro reale, no alla musica 3) Sempre camera a mano 4) Solo colore 5) Al bando filtri e trucchi ottici 6) Niente omicidi, niente armi 7) Tutto deve essere girato 'here&now', qui e ora 8) No ai film di genere 9) Il formato deve essere 35mm 10) Omettere il nome del regista. Oggi Lars von Trier, dopo Antichrist (Anticristo, 2009) torno con un film pieno di musica reboante, effetti speciali e scene melodrammatiche: Melancholia. Mentre una grave minaccia sta per abbattersi sulla Terra: il pianeta Melancholia si sta avvicinando e il rischio di collisione e di distruzione totale del globo terrestre è altissimo, in una città nordica si celebra un ricco matrimonio borghese. Dietro ai brindisi, ai sorrisi, alle danze, si intravede il rapporto tormentato tra la sposa e la sorella, che reagiscono alla possibilità della morte imminente in maniera completamente diversa (il film è stato al centro di molte polemiche a causa di alcune dichiarazioni di Lars Von Trier) e Kirsten Dunst si è aggiudicata la Palma d'Oro per la Migliore interpretazione Femminile.
L’altro film in concorso era Ichimei (Harakiri: morte di un samurai) di Takashi Mike, prolifico cineasta giapponese. Il film, girato in 3D è il remake del film del '62, ambientato nel Giappone del XVII° secolo, che si apre con il crollo del clan per il quale operava Hanshiro Tsugumo. Il samurai, ora disoccupato, arriva presso la residenza di Lord Iyi chiedendo il permesso di compiere suicidio rituale all'interno della proprietà. Gli uomini del clan di Iyi, credendo che il disperato ronin sia giunto lì solo per chiedere la carità, lo spingono a fare harakiri davanti ai loro occhi, sottovalutando però il suo onore e il suo passato.
Ed ora passiamo ad Oslo, August 31st (Oslo, 31 agosto) del norvegese Joachim Trier, cronaca delle ultime ore di vita di Anders, un ex – drogato che sta per completare un periodo di disintossicazione. Come parte del programma, gli viene permesso di andare in città per un colloquio di lavoro; ma approfittando dell’occasione, girovagherà per la città, incontrando persone che non vede da un po’ di tempo. Bello, brillante e con 34 anni alle spalle è minacciato profondamente dai pensieri di una vita buttata alle ortiche; per questo sente che tutto è perduto, irrimediabilmente. Questi fantasmi duelleranno con il desiderio e l’opportunità per un nuovo amore, e la speranza di intravedere un nuovo futuro. Oslo, August 31st è il nuovo film del Norvegese Joachim Trier, presente a Cannes nella sezione Un Certain Regard; il film è il secondo lungometraggio di Trier, a cinque anni di distanza dal debutto con Reprise film del 2006 che ha vinto moltissimi premi incluso quello per la miglior regia al festival di Karlovy Vary e il Discovery Award a Toronto. Anders Danielsen Lie, protagonista anche del precedente film di Trier, è l’interprete principale di Oslo, August 31st. L’altra protagonista del film è ovviamente la città; “volevo filmare Oslo nel tardo Agosto, primi di Settembre. In quel periodo c’è una malinconia emozionale che pervade la città; quella bellezza della tarda estate che fa da presagio all’autunno. Ero preoccupato che questo, cromaticamente, potesse significare immagini troppo gialle o arancioni, ma credo di aver lavorato bene per cogliere i colori più vicini a quel periodo; sono sempre stato interessato alle relazioni tra memoria e identità e a come queste sono in relazione con i luoghi dove siamo cresciuti e dove abitiamo. Quel senso di estraneità mista a familiarità che sperimentiamo quando vediamo vecchi film, vediamo le strade, le macchine, i palazzi. Questa raccolta di piccoli momenti e lo scollamento causato dal vederli anni dopo, è la seduzione che ho inseguito per questo film“.
E finalmente ‘il narratore‘ per eccellenza, Pedro Almodóvar, che ha presentato La pelle che abito (La piel que habito) , in cui mette in scena una storia d'amour fou, in un contesto dove Frankestein e Hitchcock si incontrano con i suoi fantasmi sessuali e familiari. L'affascinante Dottor Ledgard (Antonio Banderas) ha perduto sua moglie, rimasta gravemente ustionata in seguito ad un incidente d'auto. Da allora si è dedicato interamente alla ricerca scientifica, ed in particolare alla realizzazione di tessuti umani per grandi ustionati. Quando sua figlia, vittima di uno stupratore, mette fine ai suoi giorni, il chirurgo decide di sequestrare il giovane che lui ritiene responsabile del suo suicidio. E di utilizzarlo come cavia ...Tratto dal romanzo del francese Thierry Jonquet, Tarantola, La piel que habito vede il ritorno di Antonio Banderas, ex attore feticcio di Almodovar, tornato ad incrociare il set con il suo mentore 22 anni dopo Legami. Banderas veste i panni di Ledgard, chirurgo plastico all’avanguardia nella ricerca cellulare, ma anche esecutore di una morbosa vendetta sull’uomo che ha violentato la figlia sedicenne, rendendola pazza. Il suo progetto più personale è chiuso in una stanza della sua sontuosa villa, nelle sembianze di una donna bellissima, che trascorre le sue ore in solitudine facendo yoga, creando bizzarre sculture, scrivendo sulle pareti. Con la vicenda delirante di un chirurgo folle, di epidermidi innestate, di sorprendenti cambiamenti di sesso, di sequestri, di fratelli che si ritrovano, madri che nascondono segreti inconfessabili, Almodovar ritrova, in chiave fantastica e dark, la sua vena melodrammatica, declinando con mano leggera e ironica vendetta e perdono. Fondamentale l'apporto del cast, con Banderas in uno dei più riusciti personaggi maschili della sua carriera, e le fantastiche attrici a cominciare da Elena Anaya (Vera… Cruz), già incantevole in Parla con lei, a Marisa Paredes (Marilia) e Blanca Suárez (Norma).
Il regista danese Nicolas Winding Refn potrebbe essere definito una sorta di emulo di Quentin Tarantino. I sette film che ha diretto sino ad ora, in patria e negli Stati Uniti, si segnalano per un sovraccarico di violenza, sangue e ammazzamenti vari. Così è anche per Drive (Guidare), secondo film in competizione della giornata, basato su un romanzo omonimo di James Sallis (1944), pubblicato nel 2005. E’ la storia di uno stuntman di giorno e autista di rapine la notte, che si mette nei guai per una donna. Una sorprendente rilettura postmoderna del genere noir. Autista di nome e di fatto, Driver divide la propria vita come stuntman e meccanico di giorno e autista di rapine la notte. Una doppia vita che apparentemente riesce a gestire in entrambi i casi con assoluta precisione. Professionista della guida, è lui a dettare le condizioni: porta i rapinatori sul posto e aspetta cinque minuti esatti. Non un secondo di più. Questa rigorosa routine è scombussolata dall’incontro con la vicina di casa Irene, madre del piccolo Benicio e sposata con Standard, in procinto di uscire di galera. Quando quest'ultimo torna in libertà, la malavita si fa subito avanti vantando un conto aperto e minacciando, per mettere le cose in chiaro, la donna ed il bambino. Driver allora decide di dare una mano, a modo suo. Gran Premio della Giuria al Festival di Cannes, questa seconda pellicola americana del talentuoso regista danese Nicolas Winding Refn è stata la vera sorpresa del Festival. Rivisitazione originalissima ed emozionante del cinema noir degli anni 70, Drive è cinema di genere all'ennesima potenza. Che alla visionarietà e abilità di Winding Refn unisce il talento dell’attore canadese Ryan Gosling, un memorabile anti-eroe, che parla pochissimo, a parte lo sguardo e le pieghe delle labbra, e che riecheggia vagamente Steve McQueen. Una trama noir con squarci di improvvisa quanto efferata violenza, adrenaliniche riprese action ed una sottotrama melo di ineffabile romanticismo, Drive è senza dubbio uno dei film più sorprendenti dell'anno. Non solo per la rilettura personalissima del genere (con rimandi a vari titoli tra cui il sottovalutato Driver l'Imprendibile di Walter Hill) ma in particolare per gli straordinari contributi tecnici a cominciare dalla fotografia di Newton Thomas Sigel che riesce a stupire con le immagini aeree di una Los Angeles notturna, forse ancora più emozionanti di quelle digitalizzate di Collateral di Michael Mann, ad una colonna sonora che stabilisce un dialogo emozionale tra musica e storia, non solo con i battiti della partitura synth di Cliff Martinez, ma soprattutto con due brani come la tenebrosa “Nightwalk” di Kavinsky che accompagna i titoli di testa rosa shocking e l’ariosa e dolente “A Real Hero” dei College, due pezzi di elettronica gravidi di sonorità anni ’80. “Volevo fare del mio film - ha affermato lo stesso Refn - una fiaba a Los Angeles. Quello di Driver è un personaggio mitologico: l’uomo che indossa una giacchetta di raso con uno scorpione sulla schiena e protegge gli innocenti dal male, sacrificandosi in nome della purezza”. C'è riuscito perfettamente.
Da qualche tempo il cinema francese sembra aver riscoperto il gusto per i racconti sul potere politico. Tale è L’Excercice de L’Etat (L’esercizio dello Stato) di Pierre Schoeller, visto nella sezione Un Certain Regard. Il film ruota attorno alla figura di un ministro di secondo livello, quello dei trasporti, che si vede costretto a scegliere fra l’impegno che ha preso a salvaguardare e il farsi complice di una complessa manovra ordita dal potere politico in combutta con quello economico. Un losco affare che ruota attorno alla privatizzazione delle grandi stazioni ferroviarie. Resisterà un po’, ma quando il capo del governo gli farà capire che potrebbe ottenere un dicastero più importante, si piegherà. Anzi, accetterà con gioia di diventare ministro degli affari sociali con il compito di sedare in qualche modo il malcontento suscitato dalle sue stesse decisioni. Il film non è del tutto chiaro per uno spettatore non esperto di maneggi della politica francese, ma ha una sua compattezza narrativa, pochi elementi sicuramente negativi - fra questi le immagini grandguignolesche dell’incidente d’auto di cui è vittima il politico - e una solidità complessiva che lo candidano a testo di accesa discussione.
This Must Be The Place (Il posto deve essere questo), è il titolo di una canzone dei Talking Heads ed è anche quello dell’ultimo film di Paolo Sorrentino, interpretato in modo splendido da Sean Penn in abbigliamento dark – femminile. L'attore crea il personaggio di Cheyenne, una figura dichiaratamente ispirata al leader dei Cure Robert Smith. Cheyenne, rock star cinquantenne ritiratasi dalle scene, conduce la vita annoiata e monotona di un pensionato benestante in Irlanda. Tornato a New York in seguito alla morte del padre, con il quale non aveva più alcun rapporto, viene a conoscenza del dramma che questi aveva vissuto come internato ad Auschwitz e dell'umiliazione inflittagli da un ufficiale SS. Scopre inoltre che l'uomo aveva trascorso i suoi ultimi anni alla ricerca di quell'ufficiale, con l'ossessione di vendicarsi. Cheyenne decide allora di proseguire la ricerca dal punto in cui il genitore è stato costretto ad abbandonarla, iniziando un viaggio attraverso gli Stati Uniti. Un viaggio che cambierà la sua vita, nella difficile decisione di cercare redenzione o vendetta. Un film intimo e spettacolare. Una pellicola on the road tra ricerca del padre e inevitabilmente di sé stessi, e commedia pop, malinconica e dolce-amara, sulla realtà sorprendente che si scopre soltanto uscendo dal proprio guscio. Al centro del film, tagliato su misura su di lui (come peraltro i precedenti film di Sorrentino erano costruiti intorno alla maschera di Toni Servillo) un grandissimo Sean Penn, in uno dei ruoli più difficili e più bizzarri della sua splendida carriera. Voce sottile e spezzata, capelli cotonati vagamente afro, occhi bistrati, rossetto. Un' ex rock star che all'età di 50 anni si veste e si trucca ancora come quando saliva sul palcoscenico. Una specie di alieno in un mondo conformista, dal quale sembra volersi tenere visibilmente separato. Che, paradossalmente, la morte del padre spingerà ad affrontare. Come ogni road movie che si rispetti, anche This Must Be the Place fa grande affidamento sulla musica, con la canzone dei Talking Heads che dà il titolo al film e che commenta uno dei momenti chiave. David Byrne inoltre non solo firma la colonna sonora ma compare anche nel cast, assieme ad altri personaggi simbolo, da Frances McDormand a Harry Dean Stanton. C'è perfino Eve Hewson (figlia di Bono).
Passiamo ora al franco – rumeno Radu Mihaileanu che, con La surce des femmes (La sorgente delle donne), tenta di recuperare il positivo melange di comicità e tragedia che segnano sia Train de vie - Un treno per vivere (Train de Vie, 1997) sia Il concerto (Concert, 2008), ma non riesce a pieno nell’intento. La storia si svolge in un piccolo villaggio del Maghreb, dove Leila, una giovane ventenne, porta avanti una campagna contro lo sfruttamento delle donne per il trasporto dell'acqua. Gli uomini non si danno da fare, e così le donne sono costrette ad assumere la totalità dei compiti. Leila propone allora di fare lo sciopero dell'amore. Niente più sesso finché gli uomini non costruiranno un tubo per portare l'acqua al villaggio.
Ha chiuso la manifestazione. Les bien-aimès (I beneamati) del francese Christophe Honoré , una sorta di musical che racconta l’amore di una donna per due uomini e di sua figlia che ne segue la strada. Christophe Honoré è uno di quei registi che in molti attendono. E, il suo, Les Bien-aimés fa decisamente ben sperare tanto che in molti - visto il mancato annuncio da parte dei francesi per lungo tempo – pensavano arrivasse a Venezia. Si tratta di una commedia romantica - The Beloved è il titolo internazionale, dove questo cast strepitoso canta: Catherine Deneuve, Ludivine Sagnier, Chiara Mastroiani, Milos Forman e Louis Garrel. Dalla Parigi degli anni Sessanta alla Londra del nuovo millennio, Madeleine, e in seguito sua figlia Vera, entrano ed escono dalle vite degli uomini che amano. Ma non tutte le epoche permettono di vivere l’amore con leggerezza. Come resistere, allora, al tempo che passa e che attacca i nostri sentimenti più profondi? La sceneggiatura è firmata dallo stesso Honoré, che torna sulla Croisette dopo aver presentato in concorso nel 2007 il suo Les chansons d’amour. I suoi ultimi due film, i discussi Non ma fille, tu n’iras pas danser e Homme Au Bain, si sono visti in Italia al Torino Film Festival. Ma il suo Dans Paris (2006) rimane nei cuori di tanti amanti del cinema.

I PREMI
Palma d´Oro
Tree of Life di Terrence Malick
Gran Premio (ex aequo)
Le Gamin au vélo di Jean-Pierre e Luc Dardenne
Once Upon a Time in Anatolia di Nuri Bilge Ceylan
Miglior Interpretazione Femminile
Kristen Dunst attrice in Melancholia di Lars Von Trier
Miglior Interpretazione Maschile
Jean Dujardin interprete di The Artist di Michael Kazanavicius
Miglior Regia
Drive di Nicolas Winding Refn
Migliore Sceneggiatura
Footnote di Joseph Cedar
Premio della Giuria
Polisse di Maïwenn
Premio della Caméra d´Or
Las Acacias di Pablo Giorgelli
Cortometraggi
Palma d’Oro
CROSS (Cross-Country) di Maryna VRODA
Premio della Giuria
BADPAKJE 46 (Costume da bagno taglia 46) di Wannes DESTOOP
Un Certain Regards
Premio Un Certain Regard ex-æquo
ARIRANG di KIM Ki-duk
HALT AUF FREIER STRECKE (Fermata in pieno percorso) di Andreas DRESEN
Premio speciale della giuria
ELENA d’Andrey ZVYAGINTSEV
Premio della sceneggiatura
BÉ OMID É DIDAR (Arrivederci) di Mohammad RASOULOF
Premio Camera d’Or (Camera d’oro per la migliore opera prima)
LAS ACACIAS (Le acacie) di Pablo GIORGELLI
Cinefondazione
Primo premio
DER BRIEF (La lettera) di Doroteya DROUMEVA
Secondo premio
DRARI di Kamal LAZRAQ
Terzo premio
YA-GAN-BI-HANG (Volare di notte) di Son Tae-gyum.
