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25 Mar2011

Reportage Festival di Venezia 2010

Scritto da Barbara Zorzoli. Pubblicato in Reportage



Reportage Festival di Venezia 2010

“Necessity is the mother of invention”

67ma Mostra Internazionale d'arte cinematografica di Venezia 2010 (1-11 Settembre)

foto_cigno_nero.jpgAria di crisi? Parrebbe proprio di sì. D’altronde era quasi inevitabile che accadesse. Poche star, poco glamour, poche feste… ma Venezia ha risolto l’empasse con intelligenza, proponendo una selezione di film ricca e interessante. L'apertura della sezione principale è stata affidata a Black Swan (Cigno nero) diretto da Darren Aronofsky. La storia è quella di una ballerina classica chiamata a interpretare il ruolo della regina nel Lago dei cigni di Pëtr Il'ič Čajkovskij (1840 - 1893), che cade nel baratro dell’ossessione della perfezione. Un supercast su cui spicca Natalie Portman (che danza davvero). Un tessuto visivo-sonoro disturbante. Una tensione costante. La rilettura del Lago dei Cigni in chiave psyco-horror (e soft porn) da parte di Aronofsky è a dir poco torbida. Dopo The Wrestler (Leone d’Oro a Venezia 2008) Darren Aronofsky continua il suo lavoro sul corpo e sul corpo degli attori impegnati in ruoli che vanno ben oltre la recitazione. "Alcune persone considerano il wrestling come la più bassa delle forme d'arte, mentre altri ritengono che il balletto sia la più alta, ma in realtà hanno qualcosa di molto simile. Mickey Rourke come wrestler viveva delle esperienze assolutamente paragonabili a quelle di Natalie Portman come ballerina", spiega Aronofsky. "Entrambi sono degli artisti che utilizzano i loro corpi per esprimersi, ma sono minacciati dai malanni fisici, perché i loro corpi sono gli unici strumenti che hanno per comunicare. La cosa interessante per me era trovare due storie collegate in quelli che potrebbero sembrare dei mondi distanti".

Machete di Robert Rodriguez e Ethan Maniquiris. Fumetto grandguignolesco con al centro un ex membro del Mexican Federale, che vaga per le strade del Texas dopo la caduta di Torrez, il signore della droga. Riluttante Machete accetta l'offerta del dottor Benz di assassinare McLaughlin, un senatore corrotto. Ingannato e in fuga Machete affronta la situazione con l'aiuto di Luz, un impertinente lanciatore di taco, Padre, il suo fratello spirituale ed April una donna di mondo con una predilezione per le pistole. Tutti sono inseguiti da Sartana, una sexy agente dell'ICE, che ha uno speciale interesse nel lanciatore di lame.

La Pecora nera è il primo film italiano comparso nel corso di questa 67ma Mostra. «Il manicomio è un condominio di santi. So’ santi i poveri matti asini sotto le lenzuola cinesi, sudari di fabbricazione industriale, santa la suora chelocandina_machete.jpg accanto alla lucetta sul comodino suo si illumina come un ex-voto. E il dottore è il più santo di tutti, è il capo dei santi, è Gesucristo». Così ci racconta Nicola i suoi 35 anni di «manicomio elettrico», e nella sua testa scompaginata realtà e fantasia si scontrano producendo imprevedibili illuminazioni. Nicola è nato negli anni Sessanta, «i favolosi anni Sessanta», e il mondo che lui vede dentro l’istituto non è poi così diverso da quello che sta correndo là fuori – un mondo sempre più vorace, dove l’unica cosa che sembra non potersi consumare è la paura. Diretto da Ascanio Celestini, un autore che costruisce i suoi monologhi mescolando malinconia a dure sferzate critiche nei confronti della politica, del mondo moderno e dei suoi rituali, e farcendo il tutto con acute osservazioni. Un ottimo lavoro.

Norvegian Wood del francese, d'’origine vietnamita, Tran Anh Hung (Mùi du xanh -Il profumo della papaya verde, 1993,  Xich lo Cyclo, 1995). Tokyo, 1969. Watanabe, un tranquillo e serio studente universitario, incerto su come gestire i rapporti con le persone accanto a sé, prova una profonda devozione nei confronti di Naoko, una bella e introversa giovane donna che conosce dai tempi del liceo. Ma la loro passione reciproca è segnata dalla tragica morte del loro migliore amico Kizuki, avvenuta anni prima. Watanabe percepisce un senso di morte ovunque si trovi, mentre Naoko sente che una parte essenziale di sé è andata perduta per sempre. La sera del ventesimo compleanno di Naoko, i due giovani fanno finalmente l'amore. Tuttavia, poco dopo, Naoko decide di lasciare l'università e Watanabe non ha più modo di vederla. È in quel momento che Midori, una ragazza che è l'esatto opposto di Naoko – estroversa, vivace, sicura di sé – irrompe nella vita di Watanabe.... Il regista ha portato sullo schermo un romanzo (Noruwei no mori) scritto da Haruki Murakami nel 1987. E’ a una storia d’amore dagli sviluppi alquanto complessi e, a tratti, tragici. Grande attenzione alle psicologie dei personaggi e alla fotografia.

Miral del pittore e regista Giulian Schnabel (Basquiat, 1996, Lo scafandro e la farfalla, 2007) è essenzialmente una storia d’amore. Miral, una giovane palestinese che vive in Israele, viene accolta nel collegio-orfanotrofio fondato da Hind Husseini. Dopo che sua zia ha compiuto un grave attentato, suo padre ha deciso di cambiarle il cognome e allontanarla dalla famiglia, per evitare che la sua vita sia segnata per sempre da un episodio così tragico. Nel collegio la giovane segue con passione le vicende che condurranno agli accordi di Camp David e manifesta a favore della causa palestinese, fino a quando decide di lasciare la sua terra. Inquadrature sghembe, angolazioni inusuali, montaggio ritmato, per un’opera piuttosto seducente.

Il programma della Settimana Internazionale della Sic (SIC) si è aperto con Angèle et Tony (Angèle e Tony), primo lungometraggio della francese Alix Delaporte, già affermata sceneggiatrice televisiva e autrice di alcuni cortometraggi, uno dei quali Comment on freine dans una descente? (Come si frena in discesa?). Normandia. Angèle è una giovane donna allo sbando. Uscita dal carcere dopo aver scontato una pena, perché ritenuta responsabile di un incidente costato la vita al marito, non può prendersi personalmente cura del figlio, affidato dai giudici ai nonni paterni. Tony è un pescatore abituato al sacrificio che vive con la madre vedova, dopo che il padre è scomparso in mare durante una battuta di pesca. Entrambi in cerca di un legame, si trovano grazie ad un annuncio. Il primo incontro non sarà dei più felici… Due interpreti straordinari per una delicatissima storia d’amore dalla durata perfetta: 80 minuti di buon cinema.

locandina_somewhere.jpgIl concorso della Mostra ha presentato il primo film interessante e degno di una grande rassegna. Stiamo parlando di Somewhere (Da qualche parte) della figlia d’arte Sofia Coppola. Che come pochi altri si conferma abile nel rinnovare il linguaggio cinematografico del nuovo decennio. La storia è quella di Johnny Marco (Dorff), un celebre attore di cinema che conduce una vita di eccessi, soggiornando nel leggendario hotel Chateau Marmont sul Sunset Boulevard a Hollywood. I suoi giorni si alternano in una foschia dovuta da troppo alcool, droghe, ragazze, auto sportive e folle di fan acclamanti. Avvolto in questo mondo artificiale indotto dalla sua celebrità, Johnny ha perso qualsiasi contatto con sé stesso e con la realtà. Fino a quando l’uomo riceve la visita inaspettata della figlia 11enne Cleo (Fanning). La vicinanza inizialmente forzata con la piccola, seppure nella cornice del magnifico hotel e dopo un viaggio insieme a Milano, lo costringe a riesaminare la sua esistenza senza concedersi alcun alibi. “Somewhere per molti aspetti – ha affermato la Coppola – è anche un omaggio a Federico Fellini e a uno dei suoi film da me più amati, l’episodio Toby Dammit da Tre passi nel delirio. Ma c’è anche il ricordo di un viaggio che feci in Italia con papà Francis. Avevo 11 anni, proprio come Elle Fanning, che nella pellicola accompagna il protagonista Stephen Dorff a ritirare un premio a Milano, dove abbiamo girato alcune scene. Mentre scrivevo il film ho pensato molto a Toby Dammit, al suo essere ancora così moderno, un lucido sguardo sul mondo dello spettacolo che, specie a Hollywood, tramuta le personalità di tanti attori di successo. Ed ecco le risate trasformate in ghigni, il pianto in disperazione”. E sul celebre Chateau Marmont dove morì John Beluschi la regista afferma: “Non ho una fissazione con gli hotel come hanno scritto alcuni (anche Lost in translation era ambientato in un albergo). Lo Chateau Marmont è realmente un simbolo di vita a Los Angeles, un luogo dove puoi incrociare tutti e dove a volte qualcuno si rifugia in momenti di crisi privata o professionale. Nel mio film, infatti, appaiono e scompaiono molti nomi noti”. Sofia saltella magistralmente fra l’infanzia e l’adolescenza, rimaneggiando i temi portanti di Il giardino delle vergini suicide (The Virgin Suicides, 1999) e Lost in Translation - L’amore tradotto (Lost in Translation, 2003). Il risultato è una analisi sinergica affidata quasi esclusivamente alle immagini. Le sequenze sono allungate oltremisura e prive di dialoghi semplicemente perché bastano a se stesse. Da non perdere.

Happy Few (I pochi fortunati, espressione di origine stendhaliana) di Antony Cordier. Un film che si interroga su come funzionino le storie d'amore tra due adulti e indaga sulle fragilità dei loro sentimenti. Due coppie si incontrano, si amano, si perdono nella confusione, ma per fortuna finiranno per uscirne. La storia procede verso un lieto fine fra il moralistico e il sentimentale, costellando il discorso di corpi nudi, prevalentemente femminili, scene di sesso al limite dell’hard e conversazioni filosofeggianti. Classico film transalpino, curato nelle immagini e prolisso nella narrazione. Un’occasione sprecata.

Jianyu (Il regno degli assassini) diretto a quattro mani da Su Chao-pin e John Woo. Antica Cina, un gruppo di banditi trafuga le spoglie di un monaco buddista, durante l'operazione una di loro (Pioggia Fine), tradisce e scappa con le suddette spoglie che, si dice, abbiano misteriosi poteri curativi. Dopo il furto si incontra con un monaco che ha amato, il quale le mostra la futilità del suo gesto e nel farlo muore, pentita la donna nasconde il bottino e si fa operare per cambiare volto e dimenticare quella vita. Nel villaggio dove va a nascondersi incontra un uomo semplice, che a fatica conquista un posto nel suo cuore e al quale non rivela nulla del suo avventuroso passato. Intanto gli altri membri della banda continuano a cercarla e, a seguito di una rissa in cui Pioggia Fine e' accidentalmente coinvolta, scoprono la sua presenza nel villaggio. Ora sta a lei proteggere se stessa e il suo nuovo amore fino all'inevitabile scontro finale. Tra Scontri e coreografie danzanti, il film passeggia calpestando, ahimè, una via ben nota.

Ben-Natan è un importante docente di astrofisica all’Università di Haifa. Ha sessant’anni ed è sposato con Naomi, ventottenne illustratrice di libri. Ilan è un uomo sospettoso e trova conferma ai propri dubbi quando scopre che Naomi lo tradisce con un artista. Decide di affrontarlo e nella colluttazione lo uccide. Decide di seppellirlo in una fossa appena scavata ma c’è il rischio di essere scoperto.
Presentato nella sezione della Settimana Internazionale della Critica questo è il primo lungometraggio dell’israeliano Eitan Zur, un abile regista televisivo qui all’esordio sul grande schermo. Il film è tratto da un racconto di Edna Mazaya, nel film in veste di sceneggiatrice. Taglio classico, struttura solida, atmosfera vagamente noir e ottima fotografia per un film curioso.

Silent Souls (Ovsyanki). Un uomo e la sua compagna intraprendono un viaggio per cremare il corpo della sua ex moglie nella zona dove i due hanno trascorso la luna di miele. Lungometraggio ispirato al breve racconto di un giovane autore kazako, Denis Osokin, che ne ha scritto anche la sceneggiatura. Settantacinque minuti di buon cinema, per un film tratto dal racconto Gli zigoli di Aist Sergeye. E’ un’opera con una marcata vena poetica che oltre a tracciare precise linee psicologiche e sentimentali, non tralascia di mettere a confronto il presente con il passato.

A tre anni dall’ottimo La giusta distanza, Mazzacurati torna dietro la macchina da presa per dirigere una commedia bizzarra, La passione,  con protagonista assoluto Silvio Orlando circondato da comprimari di lusso come Battiston e la Sandrelli. Passati cinquant’anni, essere un regista emergente diventa un problema. Ne sa qualcosa Gianni Dubois (Orlando), che non fa un film da anni, e adesso che avrebbe la possibilità di dirigere una giovane stella della tv non riesce nemmeno a farsi venire in mente una storia. Come se non bastasse, una perdita nel suo appartamento in Toscana ha rovinato un affresco del Cinquecento nella chiesetta adiacente. Per evitare una denuncia e una pessima figura, Gianni deve accettare la bizzarra proposta del sindaco del paese: dirigere la sacra rappresentazione del venerdì santo in cambio dell’impunità. Così si ritrova a passare una settimana nella Toscana più profonda nel tentativo di mettere in piedi una specie di Via Crucis, con gli apostoli, Ponzio Pilato, la crocifissione, e un pessimo e vanitosissimo attore locale nella parte di Cristo (Guzzanti). Ma deve anche pensare al film per Flaminia Sbarbato (Capotondi), la diva del piccolo schermo che non ne può più di aspettare. Quando tutto sembra sfuggirgli di mano, Gianni incontra Ramiro, un ex galeotto appassionato di teatro, pieno di buona volontà e spiantato quanto basta. Le cose sembrano prendere la strada giusta, ma non per molto: un brutto litigio con Flaminia manda all’aria il film, mentre Ramiro svanisce rapidamente nel nulla lasciandolo solo. Grazie ad un ultimo colpo di scena, però, Gianni Dubois riuscirà per una volta a combinare qualcosa di buono. Mazzacurati ha fatto sapere che da tempo pensava ad una storia – che in parte lo riguarda – che ha come protagonista una ex promessa del cinema. Un uomo che, finalmente dopo anni, ottiene la sua grande occasione dimostrando che, nonostante l’età, ha ancora moltissimo da raccontare. L’ottima costruzione e l’interessante assunto narrativo ne fanno un film originale.

Potiche è un termine francese che individua un oggetto di poco valore che si mette su un mobile con funzioni decorative, come una statuina, appunto. E la bella statuina del titolo si riferisce alle donne che vivono all'ombra dei mariti, senza apparentemente locandina_potiche.jpgnessun pensiero o attività autonoma. Potiche è anche Suzanne (Catherine Deneuve) moglie del padrone di una fabbrica di ombrelli, una donna di mezza età che si prende la sua rivincita dopo aver passato la vita intera ad assistere passivamente un marito distratto e cinico, interessato unicamente al denaro. Quando il marito (Fabrice Luchini), cade in una profonda crisi psico-fisica in seguito alla tensioni in fabbrica con gli operai che rivendicano dei miglioramenti salariali, Suzanne non soltanto prende il suo posto in azienda ma soprattutto riesce a riaprire il dialogo con le maestranze, grazie all'aiuto del capo operaio, suo ex flirt,  interpretato da Gérard Depardieu. E in pochi mesi riporta l'azienda ai fasti di un tempo. Un cast perfetto, a cominciare da Catherine Deneuve nel ruolo della ex-potiche, Gerard Depardieu in quello del rivoluzionario comunista nonché vecchia fiamma della protagonista, Fabrice Luchini nei panni dell'insopportabile marito e Karin Viard nel ruolo strepitoso della segretaria tuttofare. Una commedia di prim'ordine diretta con la consueta classe da Francois Ozon, con una satira vintage della famiglia e del ruolo della donna. Il film che François Ozon ha tratto dall’omonimo testo teatrale di Jean-Pierre Grédy (1920) e Pierre Barillet (1923), rappresentato con successo nel 1980, modifica il finale del copione inserendovi la sconfitta, in famiglia della protagonista e il suo successo in politica. Volutamente naïf, il film scorre piacevole grazie all’apporto di interpreti straordinari, Catherine Deneuve su tutti.

Hai paura del buio. Eva, una ragazza rumena appena licenziata dalla fabbrica in cui lavorava,  e decide che è giunto il tempo di partire. La sua meta è Melfi, sperduto paese dell'entroterra meridionale italiano.  Trovata ospitalità da Anna (Erica Fontana), una sua coetanea che lavora come operaia nella grande fabbrica della FIAT, e che vive con il padre disoccupato, la madre e la nonna inferma, Eva accetta di fare da badante alla nonna di Anna. Ma Eva, che si è intanto legata sentimentalmente a un operaio, non ha scelto a caso di recarsi a Melfi. Eva ha cominciato a seguire un gruppetto di donne, poi tra queste ne ha scelte due, infine una sola. Divenendo la sua ombra, spiandone ogni movimento. Quella donna è sua madre Katia, che non vede da nove anni e che Eva decide finalmente di affrontare, in un drammatico faccia a faccia.  Mentre Eva è riuscita a fare i conti con il suo passato, Anna, che intanto ha lasciato Melfi poiché lo stabilimento è stato temporaneamente chiuso in seguito a un incendio, si sforza di costruire un futuro diverso a Napoli per studiare all'università. Ecco l’unico titolo italiano in competizione alla Settimana della Critica, dell’esordiente Massimo Coppola. Un lavoro onesto.

Post Mortem. Santiago del Cile, 1973. Mario (Alfredo Castro) ha cinquantacinque anni, vive solo, e come lavoro batte a macchina i referti delle autopsie in un obitorio.  E' innamorato di Nancy (Antonia Zegers), la vicina di casa che lavora in un cabaret. L’11 settembre (data del golpe, ndr) la donna scompare, e, in seguito ad un raid dell'esercito a casa della famiglia della ragazza, sono arrestati il fratello e il padre, sostenitori di Salvador Allende. Mario inizia a cercarla, mentre per le strade scoppia il caos e la gente inizia a morire. I cadaveri cominciano ad ammassarsi nell'obitorio, e Mario viene chiamato dal responsabile dell'obitorio per scrivere il referto dell'autopsia di un personaggio molto importante. Uno dei titoli più interessanti del Festival di Venezia 2010, del regista cileno Pablo Larraín che ha già diretto due film pregevoli: Fuga (2005) e Tony Manero (2008). Il film conferma le linee tematiche e stilistiche che guidano quest’autore. Le prime focalizzano i comportamenti e i guasti psicologici che marcano la mente della gente comune davanti alle aggressioni, morali e fisiche, della dittatura. Sul piano stilistico il film conferma la strada prediletta di quest’autore, con sequenze segnate da un respiro lento, un ritmo quasi simile a quello del tempo reale e da ampi brani privi di dialogo. Sono scelte che funzionano quando davanti alla macchina da presa ci sono attori come Antonia Zegers e Alfredo Castro, già protagonista di Tony Manero.

Il sentiero di Meek. Siamo nel 1845. Una carovana di tre famiglie ha appena raggiunto Stephen Meek, l'uomo che li guiderà lungo il percorso che conduce alle cascate. Affermando di voler prendere una scorciatoia, Meek si perde in un territorio roccioso e deserto. Così, nei giorni successivi, la carovana si trova costretta a combattere contro la fame, la sete, e contro la mancanza di fiducia circa le possibilità di sopravvivenza. Quando un nativo americano li incrocia, le tre famiglie devono scegliere se continuare a fidarsi di Meek, guida che si è mostrata del tutto inaffidabile, o di quel viandante, da sempre visto come un nemico naturale. Meek’s Cotoff dell’americana Kelly Reichardt è la classica opera da festival, nel senso che è una produzione ad altissima componente culturale e sperimentale, ma assai poco appetibile a quello che siamo soliti chiamare il mercato delle immagini. E’ un film che rovescia gli stereotipi, scenografici e di abbigliamento, di cui Hollywood ha ammantato la grande epopea western, restituendo allo spettatore la fatica, la miseria, il sudore e il sangue di cui si è nutrita. E’ un’opera forte che commuove e affascina nonostante la lentezza della narrazione.

locandina_detective_dee.jpgDi Renjie zhi Tongtian diguo (Detective Dee e il mistero del fantasma fiammeggiante), film dal bilancio imponente e dagli effetti speciali magici, diretto dal vietnamita, naturalizzato hongkonghese, Tsui Hark di cui abbiamo conosciuto, in passato, opere ben più intriganti come Shang Hai zhi yen (I blues di Shanghai, 1984) e Wong Fei Hung (C’era una volta in Cina, 1991). Qui siamo alla solita passerella di scene da arti marziali che, con il flebile pretesto di un’inchiesta condotta per conto di una reggente che sta per essere nominata imperatrice, l’epoca è il 690 d.c., inanellano duelli all’arma bianca, immagini di folle sterminate e città magiche, il tutto condito da scontri coreografati come balletti. C’è ben poca materia d’interesse e molta meraviglia tecnologica.

Beyond e’ il debutto alla regia della pluripremiata attrice svedese Pernilla August (Fanny e Alexander, Con le migliori intenzioni, Star Wars - L’attacco dei cloni, La soluzione razionale) ed e’ tratto dal bestseller Svinalängorna dell’autrice svedese-finlandese Susanna Alakoski. Una mattina Lena riceve una telefonata dall’ospedale della sua città natale: la madre che non vede da anni è in fin di vita. Questa notizia la porta ad un confronto forzato con la donna. Lena ha lottato tutta la vita per occultare e dimenticare il dolore di un’infanzia difficile: adesso e’ costretta ad affrontare il proprio passato per essere in grado di superarlo. Con verità e mai senza ironia. La storia è un classico della cultura e del cinema nordici: la rabbia e i sensi di colpa in cui si dibattono i figli di genitori violenti e alcolizzati. Un film robusto, ben costruito, a tratti commuovente.

Jerzy Skolimowski è un regista polacco che ha firmato oltre venti titoli che spaziano, con risultati alterni, dal ritratto psicologico (Le départ - Il vergine, 1967) ai temi sociali (Moonlighting, 1982). Alla Mostra ha presentato Essential Killing, sua ultima fatica. Catturato dai soldati americani in Afghanistan, Mohammed viene trasferito in un centro di reclusione segreto in Europa. Quando il mezzo su cui viaggiano rimane coinvolto in un incidente, il prigioniero si ritrova inaspettatamente in libertà e fugge nella foresta innevata, così lontana dal deserto a lui familiare. Braccato senza sosta da un esercito che ufficialmente non esiste, Mohammed è costretto a uccidere per sopravvivere. Il film tende a costruire una metafora sull’impossibilità di evadere dall’orrore della guerra, una volta caduti nella sua rete. Un discorso ricco d’interesse che il regista non fa crescere sino a trasformarlo in vero apologo morale. La stessa bellezza della fotografia e il ritmo serrato del racconto finiscono per spostare il discorso più sul versante dell’avventura che non su quello della parabola. Il risultato è un film magnifico nelle immagini, perfetto nella suspense, ma ghiacciato nell’assunto narrativo.

Vallanzasca - Gli angeli del male. “In questo film non troverete la verità sul caso Vallanzasca. Perlomeno non ne troverete una sola. Perché questo è un film non un'inchiesta. Non condanna. Non assolve. Racconta una storia. La storia di una foto_vallanzasca.jpgbanda, la storia di una Milano che non esiste più, ma restano veri e crudi il dolore di chi ha subito queste violenze”, racconta Michele Placido. Ecco la storia: Renato Vallanzasca, 35 anni, è detenuto in isolamento nel carcere di Ariano Irpino. È lui stesso a raccontarci le sue prime imprese adolescenziali che gli costeranno la prima reclusione in un carcere minorile. È l'inizio di una carriera criminale che culminerà con il titolo di "boss della Comasina". La lotta violentissima con il clan Turatello, e le rapine sempre più sanguinose della sua banda criminale, formata da alcuni amici d'infanzia, che terrorizzarono la Milano da bere degli anni '70 con un numero impressionante di delitti, che costarono al suo capo ben 4 ergastoli per una pena complessiva di 260 anni di reclusione. Con l'accusa di sette omicidi di cui quattro direttamente compiuti, una settantina di rapine e quattro sequestri di persona nonché numerosi tentativi di evasione. È detenuto da 38 anni.  Passato Fuori Concorso al Festival di Venezia, per espressa richiesta del regista Michele Placido che, già prevedeva le polemiche che potevano insorgere su un argomento così delicato, Vallanzasca è un film potentissimo con una interpretazione di Kim Rossi Stuart davvero impressionante. L’attore ha anche partecipato alla stesura della sceneggiatura scritta da Placido insieme anche ad Andrea Purgatori. Lo script si rifà ad articoli di giornali, testimonianze, tutto il materiale reperibile sul bandito ma soprattutto su due libri: l’autobiografico ‘Il fiore del male. Bandito a Milano.’ scritto da Vallanzasca stesso con l'aiuto del giornalista Carlo Bonini e ‘Lettera a Renato’ scritto dalla moglie, Antonella D’Agostino. "Ho trovato stimolante - ci ha detto Placido -, da un punto di vista artistico e creativo, entrare nella mente di un criminale per capire, con un approccio asettico, lontano da qualsiasi giudizio morale, cosa si prova a stare in bilico fra la normalità e la devianza, a trovarsi al bivio fra il bene e il male e a scegliere deliberatamente il male". “E’ stato un ruolo molto impegnativo – conclude Kim Rossi Stuart – anche fisicamente, una delle esperienze più dure della mia carriera”. Il film è costruito molto bene, con particolare attenzione alla vita nel carcere e ai rapporti con gli altri membri della banda. Un film di buon livello, degno del miglior cinema di genere e non solo di quello nazionale. Da notare, infine, la straordinaria interpretazione di Kim Rossi Stuart nel ruolo del bel Renè.

La Settimana della Critica ha presentato Hora proelefsi (Terra madre), l’opera prima del greco Syllas Tzoumerkas, già autore di regie televisive e di alcuni cortometraggi uno dei quali, Ta matia pou trone (Gli occhi voraci, 1999). Uomini e donne che nella loro terra ancora resistono all’incalzare di una delittuosa politica di sfruttamento esasperato e devastante dei suoli fertili, unica risorsa per il cibo di tutti i popoli. Una testimonianza eroica di eterna e leale alleanza con la natura e i suoi frutti. Un’alleanza che non ha barriere di lingue, divisioni di ideologie e religioni, né confini di Stati. Al Forum di Terra Madre ho riconosciuto i contadini come li ricordavo nelle nostre campagne, al tempo della mia infanzia. I volti dei contadini si somigliano in ogni angolo del mondo. Sono volti su cui si riconoscono le medesime tracce di vita, così come le fisionomie dei paesaggi con i campi arati, le colture, i pascoli. Troppo supponente per risultare interessante.

Noi credevamo di Mario Martone è il quarto e ultimo titolo della pattuglia italiana presente nella maggiore sezione competitiva della Mostra. Tre ragazzi del sud Italia, in seguito alla feroce repressione borbonica dei moti che nel 1828 vedono coinvolte le loro famiglie, maturano la decisione di affiliarsi alla Giovine Italia di Giuseppe Mazzini. Attraverso quattro episodi che corrispondono ad altrettante pagine oscure del processo risorgimentale per l’Unità d’Italia, le vite di Domenico, Angelo e Salvatore verranno segnate tragicamente dalla loro missione di cospiratori e rivoluzionari, sospese come saranno tra rigore morale e pulsione omicida, spirito di sacrificio e paura, carcere e clandestinità, slanci ideali e disillusioni politiche. Sullo sfondo, la storia più sconosciuta della nascita del paese, dei conflitti implacabili tra i “padri della patria”, dell’insanabile frattura tra nord e sud, delle radici contorte su cui sì è sviluppata l’Italia in cui viviamo. Ma è un film per il cinema o per la televisione? Le tre ore di lunghezza sembrano studiate ad hoc per una divisone in puntate televisive…

locandina_balada_triste_de_trompeta.jpgBalada triste de trompeta (Ballata dell’odio e dell’amore) dello spagnolo Alex De La Iglesia, storia di una bella acrobata contesa fra due clown. 1937. Le scimmie del circo urlano selvaggiamente nella loro gabbia mentre, fuori, gli uomini uccidono e muoiono in un altro circo: la guerra civile spagnola. Il Pagliaccio Triste, arruolato contro il suo volere dalla Milizia, finisce per commettere con un machete un massacro di soldati nazionalisti mentre ha ancora indosso il suo costume. E così inizia questa movimentata avventura in cui Javier e Sergio, due pagliacci orrendamente sfigurati, combattono all’ultimo sangue per l’amore ambiguo di un’acrobata durante il regime di Franco. Il regista dichiara di aver fatto questo film per esorcizzare il dolore che attanagliava la sua anima… speriamo (almeno in questo) sia riuscito.

Black Venus. Parigi, 1817, Accademia Reale di Medicina. “Non ho mai visto testa umana più simile a quella di una scimmia”. Di fronte al calco del corpo di Saartjie Baartman, l’anatomista Georges Cuvier è categorico. Un parterre di distinti colleghi applaude la dimostrazione. Sette anni prima, Saartjie lasciava l’Africa del Sud con il suo padrone, Caezar, per andare ad offrire il suo corpo in pasto al pubblico londinese delle fiere e degli zoo umani. Donna libera e schiava al tempo stesso, la “Venere ottentotta” era l’icona dei bassifondi, sacrificata al miraggio di un’ascesa dorata. Da notare un interessante montaggio e una buona qualità delle immagini. Una storia toccante e ben esposta.

Attenberg della greca Athina Rachel Tsangari. Marina è una ragazza che trovando la specie umana strana e repellente, decide di prenderne le distanze. Tuttavia, continua ostinatamente ad osservarla attraverso alcune canzoni, i documentari sui mammiferi di Sir David Attenborough e le lezioni di educazione sessuale che riceve dalla sua unica amica, Bella. Un giorno arriva in città uno straniero, che la sfida a calcio balilla. Il padre si prepara intanto per la fine del 20 ° secolo, che considera decisamente "sopravvalutato". Così, tra il padre, lo straniero e Bella, Marina scopre il mistero della fauna umana. Tra lunghe sequenze con macchina da presa fissa o semifissa, e ponderazioni psicologiche e filosofiche, il film non persuade.

Molto più stuzzicante The Town (La città), presentato fuori concorso, che l’attore e regista Ben Affleck ha tratto dal romanzo The Town - Il principe dei ladri di Chuck Hogan. Rapine, amore e Boston come cuore della storia. Ben Affleck per la sua seconda regia ritorna sul luogo del delitto di Gone Baby Gone e dichiara di essersi ispirato a Gomorra. Doug (Affleck) vive a Charlestown, il quartiere malfamato di Boston. I suoi sogni erano legati allo sport ma il quartiere dove è cresciuto, i compagni, una figura paterna difficile da digerire, lo hanno segnato. Così Doug è il capo di una banda di rapinatori, specializzati in caveau di banche. Sono tosti, veloci, e anche spettacolari nei loro travestimenti. Anche se talvolta con il grilletto facile. I guai arrivano quando durante una rapina la banda prende in ostaggio Claire (Hall), direttrice dell'agenzia della banca. Che diventa involontariamente l'unica testimone in grado di riconoscerli. Doug, sotto mentite spoglie, andrà a cercarla per cercare di salvarla dai suoi stessi compagni.  Senza immaginare di essere caduto nella trappola dell'Fbi, che comincia a pedinarli. The Town è la seconda regia di Ben Affleck dopo Gone Baby Gone e il titolo fa riferimento proprio al quartiere di Boston chiamato Charlestown, dove abita la maggior parte degli autori delle oltre 300 rapine che avvengono, ogni anno, nella città. Affleck, circondato da un cast eccellente, firma un action/thriller anche intimista di ottima qualità e intrattenimento. “Mi sono ispirato a Gomorra di Garrone”, racconta Affleck. “Questi suoi personaggi radicati con tanta forza nel loro territorio hanno avuto una grande influenza su di me. Boston  è dove sono cresciuto, la conosco bene. Ed è fondamentale per la storia perché se non fosse ambientata lì lo spettatore non proverebbe alcuna empatia con questi rapinatori. Poi ho avuto la fortuna di potermi circondare di bravi attori. Jeremy Renner è uno dei migliori attori che io conosca, Jon Hamm è adorato per il suo ruolo in Mad Men e Rebecca, reduce da Frost/Nixon, è stata la mia fortuna”. E’ vero, si tratta dell’ennesima storia del delinquente ma è il modo in cui è trattata che ne fa un’opera di altissima professionalità. Girato splendidamente, con personaggi ben costruiti, un’ambientazione di primordine e una narrazione davvero molto interessante.

Saverio Costanzo ha tratto La solitudine dei numeri primi dal romanzo d'esordio di Paolo Giordano (1998), edito nel 2008, pluripremiato e di grande successo commerciale. I numeri primi sono divisibili soltanto per 1 e per se stessi. Se ne stanno al loro posto nell'infinita serie dei numeri naturali, schiacciati come tutti fra due, ma un passo in là rispetto agli altri. Sono numeri sospettosi e solitari e per questo Mattia li trovava meravigliosi. Alice è una bambina obbligata dal padre a frequentare la scuola di sci.  È una mattina di nebbia fitta, lei non ha voglia, il latte della colazione le pesa sullo stomaco. Persa nella nebbia, staccata dai compagni, se la fa addosso. Umiliata, cerca di scendere, ma finisce fuori pista spezzandosi una gamba. Resta sola, incapace di muoversi, al fondo di un canale innevato, a domandarsi se i lupi ci sono anche in inverno. Mattia è un bambino molto intelligente, ma ha una gemella, Michela, ritardata. La presenza di Michela umilia Mattia di fronte ai suoi coetanei e per questo, la prima volta che un compagno di classe li invita entrambi alla sua festa, Mattia abbandona Michela nel parco, con la promessa che tornerà presto da lei. Questi due episodi iniziali, con le loro conseguenze irreversibili, sono il marchio impresso a fuoco nelle vite di Alice e Mattia, adolescenti, giovani e infine adulti. Le loro esistenze si incroceranno, e si scopriranno strettamente uniti, eppure invincibilmente divisi. Come quei numeri speciali, che i matematici chiamano "primi gemelli": due numeri primi vicini ma mai abbastanza per toccarsi davvero. Saverio Costanzo ha trovato una straordinaria consonanza nel romanzo d'esordio, vincitore del Premio Strega di Paolo Giordano. Una storia che alterna momenti di durezza e spietata tensione a scene rarefatte e di trattenuta emozione, di sconsolata tenerezza e di tenace speranza. Un testo professionalmente alto per un film di buon livello.

Il giapponese Takashi Mike si è rifatto alla leggenda dei Jûsan-Nin No Shikaku (13 assassini) spostando da 1701 alla fine dell’ottocento una delle storie che ha avuto numerose versioni narrative, teatrali e cinematografiche, la più recente delle quali èlocandina_town.jpg Shijûshichinin no shikaku (I 47 rônin, 1994) firmata da Kon Ichikawa (1915 - 2008). Nell'era degli Shogun, un giovane signore malvagio stupra e uccide, mentre è garantito all'immunità per legge. Ma non ha contato sui Tredici Assassini. Una temuta forza segreta, ognuno con le proprie abilità mortali, gli Assassini intraprendono una missione suicida per spazzare via il Signore. Mentre si imbarca in un viaggio pericoloso, gli Assassini chiudono la sua via di fuga e gli fanno un agguato in un villaggio della morte. Ma si trovano in inferiorità numerica 4-1 contro la squadra delle guardie del corpo del Signore. Peccato. Sulla carta era un film dalle ottime possibilità; sullo schermo, invece, nonostante l’uso sapiente della macchina da presa, manca di spessore.

La Settimana della Critica ha chiuso il programma presentando, fuori concorso, Limbunan (La stanza della sposa), primo lungometraggio del filippino Gutierrez Mangansakan II. La sedicenne Ayesah viene promessa in sposa, suo malgrado, al figlio di una ricca e potente famiglia musulmana della zona, che non ha mai incontrato. A comunicarle seccamente la decisione è suo padre, uomo tutto d’un pezzo che ha appena preso una seconda moglie con profondo dispiacere della prima, Amina. Secondo i dettami della tradizione Maguindanao, la futura sposa dovrà trascorrere un mese intero da sola nella sua stanza, immersa nei lenti preparativi del matrimonio, dalla cura del corpo alla scelta dell’abito. Incaricata di prepararla all’evento è la zia Farida, che non si è mai sposata, mentre la sorellina Saripa, che ha solo 8 anni, si muove nella campagna e lungo il fiume, vivendo la sua infanzia con una libertà ormai negata alla maggiore. Intanto torna al villaggio, dopo una lunga assenza, il primo amore di Ayesah, Maguid. Il film ha un respiro lento, immagini di grande raffinatezza e s’inserisce a pieno titolo tra le opere migliori del filone sociale e progressista della cinematografia di questo paese.

Road to Nowhere (Strada verso il nulla) è l’ultima fatica di Monte Hellman, un regista, caro ai cinefili. Questo cineasta, considerato lo scopritore di Quentin Tarantino essendo stato il produttore esecutivo del film con cui ha esordito, Le iene – Cani di paglia (Reservoir Dog, 1992), ha presentato, alla non più verde età di settantotto anni, un film che riassume la sua poetica: rapporto fra realtà e finzione, cinema nel cinema, sentimenti spinti sino ai limiti estremi. Il giovane regista cult statunitense Mitchell Haven ha trovato il materiale per il suo nuovo capolavoro: un film giallo tratto da una storia vera che ha per protagonisti una bella ragazza, Velma Duran, e il suo compagno Rafe Taschen, più anziano e politicamente impegnato. Il fallimento del loro truffaldino piano di corruzione causa l’uccisione di un vicesceriffo e culmina nel drammatico suicidio della sfortunata coppia. Mitchell si innamora di questa storia dal finale tragico, e ancor più della splendida Velma Duran. E il suo amore si accende ancor di più quando ingaggia per il film Laurel Graham, modella e attrice emergente che può vantare un’inquietante somiglianza con Velma. Quando però iniziano le riprese, nel luogo stesso degli avvenimenti, Mitchell scopre che... e’ sospeso tra sogno e realtà ed è girato con perizia e non molti soldi. Un’ulteriore conferma dell’innata capacità USA di utilizzare il linguaggio cinematografico come mezzo d’espressione duttile e intimamente legato alla loro cultura. Pur senza far ricorso alla magia degli effetti speciali, ai divi famosi, ai mezzi sovrabbondanti o alle storie mirabolanti il regista dà prova di una capacità di raccontare che avvince dal primo all’ultimo fotogramma. E’ un film per palati fini che, all’inizio, può anche suscitare qualche perplessità, ma che con lo scorrere delle sequenze acquista corpo e forza. Consigliatissimo.

locandina_jianyu_jianghu.jpgAnche Barney's Version (La versione di Barney) batte bandiera a stelle e strisce. L’ha diretto, traendolo da un romanzo di successo del canadese Mordecai Richler (1931 - 2001), Richard J. Lews, più noto come produttore e regista della serie televisiva CSI: Crime Scene Investigation che come autore di lungometraggi, ha al suo attivo, ad esempio, Un poliziotto a quattro zampe (K-9: P.I., 2002). Questa sua nuova fatica s’iscrive nel miglior cinema commerciale americano raccontando la vita del direttore di una società di produzione televisiva canadese, significativamente chiamata Totally Unnecessary Productions (Produzioni Totalmente Inutili). Il tutto disteso su più di trent’anni, raccontati dal protagonista, come in una fluviale auto confessione. Paul Giamatti, Dustin Hoffman e Rosamund Pike portano sullo schermo un romanzo di culto. La storia di un adorabile bastardo: cinico, polemico, avido ed egoista. Barney Panofsky (Giamatti) - produttore televisivo di successo - è un ricco ebreo canadese figlio di un poliziotto che, passati i sessant'anni, decide - apparentemente controvoglia - di scrivere un’autobiografia. Il motivo che spinge Barney a scriverla è dare la sua "versione" dei fatti che hanno portato alla morte del suo amico Bernard "Boogie" Moscovitch (Speedman), e raccontare dei suoi tre matrimoni (in particolare dell’unico grande amore: la terza moglie Miriam), della sua esistenza di uomo ordinario alle prese con una vita straordinaria, attraverso quattro decadi, due continenti, e un'incalcolabile serie di sbronze e azioni politicamente scorrette... Nel corso della stesura delle sue memorie i ricordi di Barney diventano via via confusi: gli episodi del suo passato si intrecciano indissolubilmente con gli avvenimenti del suo presente. E' lo sguardo di Barney, caustico, rabbioso, assolutamente originale, quello che pervade questo film deliziosamente cinico come il personaggio che rappresenta. Paul Giamatti ha raccontato che: “Quello che a me è piaciuto di più del romanzo e che mi auguro siamo riusciti a portare anche nel film è che non c’è alcuna lezione da imparare dalla vita di Barney Panofsky. Non è un racconto moralista e certamente non pretende di insegnare a vivere, perché quello che ti vuole fare capire è che non ci sono regole per vivere la vita. E’ piuttosto un libro che ti fa riflettere sulla gioia e sulla compassione per le nostre esistenze. Per questo motivo si prova empatia con Barney, nonostante sia un adorabile bastardo, un romantico frustrato e un ossessivo compulsivo”. Un prodotto d’alto livello professionale.

In concorso Drei (Tre) del tedesco Tom Tykwer che molti ricordano come autore del divertente ma nulla più, Lola corre (Lola rennt, 1998). Qui siamo alla parodia in carta patinata di Jules e Jim (1962) di François Truffaut. Berlino, oggi: Hanna e Simon sono una coppia mondana, che ha vissuto assieme per anni. Lavoro, amore, sesso e quotidianità si sono ormai amalgamate in una belligerante armonia. Poi Hanna incontra Adam. E Adam incontra Simon. Inaspettatamente, i tre si innamorano. Hanna e Simon non sanno della relazione dell’altro. Ma il segreto comincia lentamente a confondere tutti e tre gli amanti, e minaccia di spezzare i fragili legami della coppia. Alla fine dei conti il film regala ben poco.

I premi ufficiali
Leone d'oro a Somewhere (Da qualche parte) di Sofia Coppola.
Leone speciale per l'insieme dell'opera a Monte Hellman, che ha portato in concorso Road to Nowhere (Strada verso il nulla).
Leone d'argento miglior regia ad Alex de la Iglesia per il film Balada triste de trompeta (Ballata dell’odio e dell’amore).
Premio speciale della giuria al film Essential Killing (Omicidi essenziali) di Jerzy Skolimowski.
Coppa Volpi migliore attrice ad Ariane Labed per Attenberg di Athina Rachel Tsangari.
Coppa Volpi miglior attore a Vincent Gallo per Essential Killing (Omicidi essenziali) di Jerzy Skolimowski.
Leone del Futuro - Premio Venezia Luigi De Laurentiis per il migliore film a Cogunluk (Maggioranza) di Seren Yuce.
Il premio Orizzonti per il miglior lungometraggio è stato assegnato al film Verano de Goliat (Estate di Golia) di Nicolas Pereda.
Gran Premio Speciale della Giuria della Sezione Orizzonti al film The Forgotten Space (Lo spazio dimenticato) di Noel Burch e Allan Sekula.
Osella migliore sceneggiatura: Balada triste de trompeta di Alex de la Iglesia.
Osella miglior contributo tecnico a Mikhail Krichman per la fotografia del film Ovsyanki (Anime silenti) di Aleksei Fedorchenko.
Premio Marcello Mastroianni giovane attore/attrice emergente a Mila Kunis, interprete del film Black Swan (Cigno nero) di Darren Aronofsky.

Premi collaterali
Premio FIPRESCI
Miglior film Venezia 67: Ovsyanki (Anime silenti) di Aleksei Fedorchenko.
Miglior film Orizzonti e Settimana Internazionale della Critica: El Sicario - Room 164 (Il sicario – Stanza 164) di Gianfranco Rosi.

 

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Daniela Bocconi

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