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  • It takes two to tango - Reportage dal Festival di Cannes 2010
22 Set2010

It takes two to tango - Reportage dal Festival di Cannes 2010

Scritto da Barbara Zorzoli. Pubblicato in Reportage

Reportage dal Festival di Cannes 2010
It takes two to tango

locandina_festival_cannes_2010.jpg

Già, bisogna essere in due per ballare il tango, e forse Cannes quest’anno l’ha dimenticato. Avrebbe dovuto scegliere partner (film) capaci di far danzare spettatori e stampa. Optare per musicisti (attori) e direttori d’orchestra (registi) di grande richiamo e talento. E invece, il Festival edizione 2010 si è preoccupato solo di avere una splendida pista da ballo! Alla fine cosa è rimasto? Pochi ricordi, poche danze., poche musiche. Ora, comprendendo che il mio linguaggio sembra preso a prestito da un personaggio di Batman, renderò le cose più comprensibili. La 63esima edizione del Festival di Cannes (12-23 maggio 2010) è stata meno glamour rispetto agli altri anni, ed ha proposto film di grandi registi ‘trés cinephile’, e film di esponenti noti e meno noti di cinematografie asiatiche, est europee, africane. Sul fronte mondano le cose non sono andate meglio, i party erano pochi e meno esclusivi, e le poche star in circolazione, la stampa internazionale e i trend setter di tutto il mondo, si sono dati tutti appuntamento alla Plage du Gray d'Albion, sulla Terrazza Martini, struttura che domina la spiaggia privata dell'hotel Gray d'Albion e che fornisce un'incantevole vista sulla baia di Cannes. Da qui sono passati tutti quei personaggi che fanno parlare della Croisette, correre i paparazzi, e richiamare orde di gente curiosa. Uno dei primi ospiti è stato l’ex Oasis, Liam Gallagher che, accompagnato dalla moglie Nicole Appleton delle All Saints, ha presentato il suo nuovo progetto, un film sui Beatles, adattamento del libro "The Longest Cocktail Party" scritto da Richard di Lello. E poi è arrivato Bigas Luna, che ha presentato il suo ultimo film DD Hollywood insieme a Elsa Pataky e Paul Sculfor.. e’ passata dalla terrazza anche Roxane Mesquida, il premio Oscar Jennifer Hudson che interpreterà Winnie Mandela, insieme a Terrence Howard che vestirà i panni del primo presidente del Sud Africa Nelson Mandela. E ancora Harvey Weinstein, il leggendario produttore di blockbuster, e David Halliday, figlio del più celebre Johnny Hallyday, e Stellan Skarsgård, Mads Mikkelsen. Charles Ferguson (Premio Oscar per il suo ultimo documentario No End in Sight) ha anche tenuto la sua conferenza stampa presso la Terrazza Martini per Inside job, narrato da Matt Damon. Il film è nella selezione ufficiale del Festival di Cannes 2010, fuori concorso. La festa per la rivista Variety ha avuto un effetto calamita raccogliendo un numero impressionante di star di Hollywood che hanno voluto festeggiare i 100 film del produttore Ashok Amritraj (Hyde Park Entertainment). Tra gli altri erano presenti: Stephen Baldwin, Mallika Sherawat, Jean-Claude Van Damme, Tangi Miller, Lucas Grabeel, Cuba Gooding Jr, Shannyn Sossamon, Tricky, il leggendario Mark Hamill, Chris Tucker. Tra le feste da ricordare va annoverata certamente quella per il film Two Gates of Sleep. Per l’occasione Coco Sumner (la figlia di Sting per intenderci) ha tenuto un esclusivo show case con la sua band "I Blame Coco", deliziando il regista Alistair Banks Griffin e Brady Corbet, attore principale del film. E quella sera era tutto un pot-pourri di volti noti come: Gary Dordan (CSI: Miami), Jean Claude Martins (La Môme), Tangi Miller (Felicity), Luca Grabeel (High School Musical), Jimmy Jean Louis (Heroes), Julien Courbey (Mère sa Neuilly!), Pom Klementieff (Pigalle, la nuit), Alfonso Ribeiro (Prince of Bel Air), Singuila (R & B cantante). Non sono mancati gli appuntamenti di esclusiva competenza della press, vale a dire i junket con attori e registi. L’incontro più divertente? Sicuramente quello con Gael Garcia Bernal e Diego Luna, per il film messicano collettivo Revolucion, presentato alla International Critic’s Week, in cui Gael Garcia Bernal e Diego Luna sono rispettivamente "Lucio" e "Pacifico" . All’evento accanto a queste due stelle di Hollywood va ricordata la  bella e brava Camilla Belle, ma anche Salomé Stévenin, Jean Pierre Mocky, Alisttair Banche Griffin, Brady Corbet, Shannyn Sossamon, Pom Klementieff e Jean Claude Martins. La pista da ballo era piena: specialmente per il dj set della bella Roxane Mesquida, stella nascente francese. L’evento più cool? Il party per i 50 anni de La Dolce Vita.
 Nel 1960, infatti, dopo la sua presentazione alla Terrazza Martini di Milano, con tutte le polemiche derivanti dalla Chiesa e i pareri contrastanti di vari critici di quel periodo, La Dolce Vita vinse la Palma d'oro a Cannes.
 50 anni dopo La dolce vita, grazie alla Fondazione Federico Fellini, gli ospiti privilegiati dell’evento hanno potuto scoprire immagini esclusive che rappresentano i disegni originali più significativi del diario onirico di Federico Fellini, "Il Libro dei Sogni".

 Un momento "Meraviglioso”, con l'eclettica musica di Michael Canitrot, DJ ufficiale del Festival di Cannes, con DJ Leo Lanvin.
L’evento più interessante? Sicuramente il servizio fotografico per la rivista Vogue Russia di Ellen von Unwerth, fotografa di star famosa in tutto il mondo (è stata lei a scoprire e a fotografare per la prima volta Claudia Schiffer).

locandina_robin_hood.jpg

Président du jury - Longs métrages- Tim Burton:
Alberto Barbera
Kate Beckinsale
Emmanuel Carrere
Benicio Del Toro
Alexandre Desplat
Shekhar Kapur
Giovanna Mezzogiorno
Président du jury -Cinéfondation & courts métrages- Atom EGOYAN
Emmanuelle Devos
Carlos Diegues
Dinara Droukarova
Marc Recha
Président du jury - Un Certain Regard Claire DENIS
Patrick Ferla
Kim Dong-Ho
Helena Lindblad
Serge Toubiana
Président du jury - Caméra d'or Gael GARCIA BERNAL
Stéphane Brize
Gérard de Battista
Didier Diaz
Charlotte Lipinska
Detto questo, passiamo al vivo della kermesse, vale a dire la selezione dei film:
Concorso:
Robin Hood, di Ridley Scott (film d'apertura, fuori concorso)
Tournée, di Mathieu Amalric
Des Hommes Et Des Dieux, di Xavier Beauvois
Hors La Loi, di Rachid Bouchareb
Biutiful, di Alejandro González Iñárritu
Un Homme Qui Crie (A Screaming Man), di Mahamat-Saleh Haroun
The Housemaid, di Im Sangsoo
Copie Conforme, di Abbas Kiarostami
Outrage, di Takeshi Kitano
Poetry, di Lee Chang-Dong
Another Year, di Mike Leigh
Fair Game, di Doug Liman
My Joy, di Sergei Loznitsa
La nostra vita, di Daniele Luchetti
Utomlyonnye Solntsem 2, di Nikita Mikhalkov
Tender Son - The Frankenstein Project, di Kornel Mundruczo
La Princesse De Montpensier, di Bertrand Tavernier
Rizhao Chongquing (Chongquing Blues), di Wang Xiaoshuai
Loong Boonmee Raleuk Chaat (Uncle Boonmee Who Can Recall His Past Lives), di Apichatpong Weerasethakul
Route Irish di Ken Loach
The Tree, di Julie Bertucelli (film di chiusura, fuori concorso)
Un certain regard:
Blue Valentine, di Derek Cianfrance (opera prima)
O Estranho Caso De Angélica (Angelica), di Manoel De Oliveira
Les Amours Imaginaires (Heartbeats), di Xavier Dolan
Los Labios, di Ivan Fund e Santiago Loza
Simon Werner A Disparu…, di Fabrice Gobert (opera prima)
Film Socialisme, di  Jean-Luc Godard
Unter Dir Die Stadt (The City Below), di Christoph Hochhäusler
Rebecca H. (Return To The Dogs), di Lodge Kerrigan
Ha Ha Ha, di Hong Sangsoo
I Wish I Knew, di Jia Zhang-Ke
Pál Adrienn (Adrienn Pál), di Ágnes Kocsis
Udaan, di Vikramaditya Motwane (opera prima)
Marti Dupa Craciun (Tuesday, After Christmas), di Radu Muntean
Chatroom, di  Hideo Nakata
Aurora (Aurora), di Cristi Puiu
Life Above All, di Oliver Schmitz
Carancho, di Pablo Trapero
Octubre, di Daniel Vega (opera prima)
R U There, di David Verbeek
Fuori concorso:
You Will Meet A Tall Dark Stranger, di Woody Allen
Carlos, di Olivier Assayas
Tamara Drewe, di Stephen Frears
Wall Street - Money Never Sleeps, di Oliver Stone
Proiezioni di mezzanotte:
Kaboom, di Gregg Araki
L'autre Monde (Blackhole), di Gilles Marchand
Proiezioni speciali:
Inside Job, di Charles Ferguson
Over Your Cities Grass Will Grow, di Sophie Fiennes
Nostalgia De La Luz (Nostalgia For The Light), di Patricio Guzman
Draquila - L'Italia Che Trema, di Sabina Guzzanti
Chantrapas, di Otar Iosseliani
Abel, di Diego Luna (opera prima)
Autobiografia lui Nicolae Ceausescu, di Andrei Ujica
Countdown to Zero, di Lucy Walker
5 x favela por nos mesmos, di Manaira Carneiro

locandina_la_nostra_vita.jpgIl Festival del Film di Cannes, maggiore manifestazione filmica d’Europa, è giunto alla 63ª edizione composta dalle ben note sezioni ufficiali (Concorso, Un Certain Regard, Fuori Concorso, cortometraggi, Cinefondation), e iniziative collaterali autonome (Semaine de la Critique, Quinzaine des Réalisateurs) e naturalmente o forse soprattutto dal mercato, ormai vero e proprio fulcro di una manifestazione che da anni convoglia le sue forse nel rendez-vous tra produzione e commercio di film. Basta osservare gli spazzi fisici in cui si articola la manifestazione. Lo spazio riservato alle proiezioni ufficiali, infatti, è sicuramente minoritario rispetto alle aree e sale a disposizione del Marché. Per quanto riguarda il complesso del cartellone ufficiale della manifestazione, appare costruito secondo un abile bilanciamento fra opere e registi di forte richiamo commerciale, affermati maestri del cinema, autori già sperimentati e nuove leve. Appartengono al primo gruppo il film d’apertura, Robin Hood nella versione di Ridley Scott, Outrage del giapponese Takeschi Kitano, Utomlyonnye Solntsem 2 (Il sole ingannatore 2) del potente regista russo Nikita Mikhalkov, Incontrerai uno straniero alto e scuro (You Will Meet A Tall Dark Stranger) di Woody Allen, Wall Street – Money Never Sleeps (Wall Street, il denaro non dorme mai) di Oliver Stone. Numerosi gli autori affermati che ritornano sulla Croisette, come Alejandro González Iñárritu che presenta Biutiful, Abbas Kiarostami e il suo Copia conforme (Copie Conforme), Mike Leigh e il suo Un altro anno (Another Year), Bertrand Tavernier che porta in concorso La principessa di Montpensier (La Princesse De Montpensier), Manoel De Oliveira e il suo Lo strano caso di Angelica (O Estranho Caso De Angélica), Jean-Luc Godard presente con Film Socialisme (Film socialismo), Stephen Frears con Tamara Drewe, Otar Iosseliani e Chantrapas. E, sull’onda del mood veneziano (o per meglio dire, seguendo l’esempio del Festival di Venezia), sono presenti anche autori provenienti dall’estremo oriente, come Wang Xiaoshuai, Apichatpong Weerasethakul, Hong Sangsoo, Jia Zhang-Ke e Vikramaditya Motwane. La presenza italiana è garantita da un solo film in concorso, La nostra vita di Daniele Luchetti, e poi Draquila – L’Italia Che Trema di Sabina Guzzanti.
Ed io partirei proprio da qui, dalla presenza nostrana e nello specifico da La nostra vita di Daniele Lucchetti che ha fruttato a Elio Germano la Palma d’Oro per la migliore interpretazione maschile. La storia è quella di Claudio, un operaio edile che svolge funzioni di capocantiere e anela a mettersi in proprio. Due figli all’attivo, in attesa del terzo, ha una famiglia molto unita e presente. Una domenica, alla fine di una bella giornata al mare, la moglie di Claudio sente le prime doglie. Corsa all’ospedale, lungo travaglio e qualcosa va storto: il terzo figlio nasce, ma la madre muore. Rimasto improvvisamente solo, Claudio si butta nel lavoro e si mette finalmente in proprio, anche sfruttando la complicità dell’appaltatore principale che ha aiutato a seppellire clandestinamente un romeno caduto nella tromba dell’ascensore di un palazzo in costruzione. Per riuscire nell’impresa deve contrarre un forte debito con uno spacciatore in carrozzella che, a sua volta riceve la merce da una banda di gitani. Ovvio che, quando non sarà in grado di saldare il dovuto, tutto gli crollerà addosso: gli operai se ne andranno portandosi via mezzo ufficio, i creditori devasteranno la casa del paralitico, il vecchio appaltatore si farà avanti per raccogliere, con profitto, i resti dell’impresa, ma un colpo di reni dell’intera famiglia gli consentirà di riprendere il lavoro e portare a termine la commessa. La sostanza del film è un’elaborazione di un lutto su cui s’innestano alcuni spunti sociali (il lavoro nero, l’immigrazione clandestina, le scatole cinesi degli appalti edili) che finiscono col saldarsi malamente all’asse portante dell’opera indebolendola notevolmente. La definizione dei personaggi è poi sommaria. Peccato, ci si aspettava di più.
Parliamo ora del secondo film italiano presentato a Cannes (ma uscito in Italia qualche giorno prima della presentazione), ossia di Draquila – L’Italia che trema di Sabina Guzzanti, come definirlo? Semplicemente come film fazioso nel senso migliore del termine, un’orazione contro Silvio Berlusconi ricca di materiali e retoricamente convincente. La tesi che propugna è quella che la tragedia abruzzese è stata utilizzata dal premier e dai suoi uomini, Guido Bertolaso in testa, sia come utilissima occasione propagandistica, sia come prova generale di un sovvertimento del regime che governa il paese: da parlamentare ad autoritario. Entrambe le cose sono dimostrare attraverso immagini, documenti, interviste di grande impatto e efficacia. Alla Michael Moore per intenderci. Il vero merito del film risiede nel cercare il consenso di una platea più vasta di quella genericamente definita di sinistra, ma non è detto che ci riesca. Anzi la veemenza e, in alcuni punti, l’irrisione beffarda contro il Cavaliere sembrano destinate a rafforzare ancor più nelle proprie convinzioni quanti vedono in Silvio qualche cosa di simile a un Messia. Forse se n’è accorta la stessa regista, giacché, con una buona dose di onestà dialettica, ha portato sullo schermo anche non pochi attestati di fede nelle virtù taumaturgiche del proprietario di Mediaset. Attestati che arrivano da persone coinvolte direttamente nella tragedia. Si deve dire che, dal punto di vista del linguaggio cinematografico e dell’efficacia del discorso, la regista sembra aver imparato molto dai tempi di Viva Zapatero! (2005) e Le ragioni dell’aragosta (2007), soprattutto in fatto di struttura del discorso filmico e utilizzo armonico di materiali diversi come disegni animati, brani d’attualità, sketch. In definitiva un’orazione forte, motivata e appassionata, ma che corre il rischio di convincere solo chi… è già convinto! Da un ‘eroe’ ad un altro. E’ il turno di Robin Hood, eroe popolare inglese che, nell’immaginario collettivo, ruba ai ricchi per donare ai poveri (…non fatemi fare battute!). Com’è noto si tratta di una figura fra lo storico e il leggendario che, probabilmente, nasce da quella di un nobile sassone decaduto mescolata a leggende nate attorno ad un immaginario dio della foresta. In ogni caso è un personaggio che, con lo scorrere degli anni, ha assunto connotazioni e significati diversi, passando dall’essere il classico folletto dei boschi (tanto da essere battezzato Satana dai primi cattolici che tentarono anche di cancellarne la memoria) sino alla figura eroica dei giorni nostri. Dietro la macchina da presa troviamo Ridley Scott, che ha completamente tralasciato la tradizione che vede questo eroe e la sua combriccola, vivere nei boschi compiendo piccoli furti, e si è invece avventurato nel suo passato, negli anni in cui quest’eroe aveva ancora nome Robin Longstride ed era uno degli ufficiali dell’armata di Riccardo Cuor di Leone (1157 – 1199), che aveva seguito il sovrano anche durante la terza Crociata e finì con l’opporsi al fratello, Giovanni Senza Terra (1166 -1216), che gli era succeduto nel regno. Robin, nella versione di Ridley Scott, fu l’artefice principale, con la compagna Marianna, della sconfitta del re francese che tentava d’invadere l’Inghilterra. Sempre secondo questo cineasta, fu anche colui che costrinse il sovrano plantageneto a concedere la Magna Charta (1215), primo documento che sanciva i diritti dei sudditi. Ci sarebbe materia per un discorso ampio e originale sia su questa figura leggendaria, sia sulla storia dell’Inghilterra, sennonché Scott si limita a confezionare il solito polpettone generico, pieno di sangue e battaglie, in pieno gladiatore-style. Certo, gli interpreti sono da applauso, ma il regista, rimasto a casa per un ginocchio dolorante, meriterebbe una bella tirata d’orecchie! Passiamo oltre e vediamo cosa propone la sezione competitiva del Festival, che si è aperta con un film francese Tournée, quarto lungometraggio diretto dall’attore e regista Mathieu Almaric che suggestionato, come lui stesso ha confessato, dal romanzo “I retroscena del music-hall” (L’envers du music-hall, 1913) di Colette (Sidonie-Gabrielle Colette, 1873 – 1954), racconta di un produttore televisivo di successo che, giunto ai 40 anni, abbandona ogni cosa, vola in America e mette su una compagnia di spogliarelliste che riporta in Francia con il miraggio di un grande esordio a Parigi. La spedizione naufraga fra difficoltà economiche, scomparsa di teatri già prenotati e la poca grazia delle corpulente e mature ballerine. Quando tutto sembra sul punto di sfasciarsi, la provvidenziale sosta in un albergo sulla costa atlantica rimette le cose a posto, fa nascere un nuovo sentimento fra l’impresario e una delle spogliarelliste, apre uno squarcio (provvisorio?) di sereno in un cielo che sembrava sistematicamente votato al tempestoso. Dicevamo di opera tipicamente francese, in quanto i dialoghi hanno un ruolo importante e colto, nel senso che non sono mai banali anche se spesso sfiorano la leziosità. Allo stesso modo una nota di merito va alle interpreti, tutte provenienti dalla nuova giovinezza, esplosa ai primi anni novanta, del Burlesque, un tipo di spettacolo nato nella seconda metà dell’ottocento nell’Inghilterra vittoriana poi emigrato, con grande successo, negli Stati Uniti. E’ un genere in cui confluiscono ironia e donne poco vestite, battute salaci e giochi d’abilità. Wang Xiaoshuuai è uno di quegli autori che condividono il favore dei festival e la diffidenza degli uffici censura dei paesi in cui sono nati. Non uno degli otto titoli che ha girato sino d ora, in un periodo che va dal 1993 (all’epoca aveva 27 anni) al 2008, è passato indenne tra le maglie dell’ufficio di controllo cinematografico, tutti sono stati ostacolati, proibiti, costretti a essere rimontati. La cosa non sorprende poiché questo regista ama affrontare problemi e situazioni vere, spesso tratte da fatti di cronaca. In compenso tutte le sue opere sono state accolte con entusiasmo dalla critica e spesso premiate dai maggiori festival internazionali. Anche Chongqing Blues (I blues di Chongqing) prende spunto da una notizia vera e racconta di un capitano di mercantile che ritorna alla sua prima famiglia dopo essere stato molti anni in mare e aver appreso che suo figlio è stato ucciso dalla polizia. Il ragazzo, apparentemente disturbato dall’abbandono della compagna, ha ferito alcuni addetti alla sorveglianza di un grande magazzino e preso in ostaggio una dottoressa che si trovava fra i banchi per fare compere. Il lungo percorso di accertamento dei fatti servirà per mettere in luce il rapporto di amore – odio che lo legava al genitore e, cosa particolarmente importante, a dare un quadro della Cina moderna con tutta la sua ricchezza e le sue miserie, la corsa ai consumi e la povertà di molti, lo smarrimento degli anziani, vissuti sotto il regime maoista, e il disadattamento dei giovani immersi in un orizzonte privo di coordinate sicure e punti fermi. Attori bravissimi e un montaggio disteso e preciso danno al film un tono particolarmente importante e svelano non poche cose su quel paese visto nel profondo. A proposito di quest’argomento si noti la scelta dell’ambientazione nella città di Chongqing, centro della Cina continentale e capoluogo di un distretto che, con 33 milioni di abitanti, è il più popoloso del paese. Nel 1960 il regista coreano Ki-young Kim diresse il film Hanyo, destinato a rimanere il suo capolavoro. Quaranta anni dopo Im Sang-soo riprende il tutto per realizzare un rifacimento, il titolo internazionale è La cameriera, molto elegante, accurato, ma sostanzialmente privo d’anima. Una giovane è assunta come domestica al servizio della moglie di un ricco funzionario governativo. La donna sta aspettando due gemelli è viziata e convinta che  ogni cosa le sia dovuta. La casa è lussuosa, il trattamento principesco, gli ordini sopportabilmente arroganti, tuttavia  le cose sono rovinate dalla lussuria del padrone convinto di poter fare ciò che vuole della servetta. Quando questa rimane incinta, ci si mette anche la suocera a tentare di ucciderla. Finale tragico con la ragazza che s’impicca e da fuoco per vendicare il figlio che è stata costretta ad abortire e imprimere nella memoria della figlia minore della coppia ricca l’orrore di cui sono stati capaci i genitori. Immagini molto belle, eccessiva lunghezza, raffinatezza di tocco per un film che non dice quasi nulla né l’ambiente in cui è immerso, né sulla psicologia profonda dei personaggi. Spesso la sezione Un Certain Regard è quella che riserva delle belle sorprese. L’apertura è avvenuta alla grande con O estranho caso de Angélica (Lo strano caso di Angelica) del maestro Manoel De Oliveira. Arrivato alla verde età di 102 anni (!) questo portoghese arguto e vulcanico continua a dirigere film che paiono usciti dalla macchina da presa di un ragazzino, tanto sono originali e diversi l’uno dall’altro. In questo caso si è rifatto a un suo vecchio soggetto progetto, scritto nel 1952 e mai realizzato. Un fotografo ebreo (si pensi all’epoca e a quanti israeliti arrivavano in Portogallo con la speranza d’imbarcarsi per gli Stati Uniti) è chiamato a notte fonda per scattare alcune fotografie alla salma di una bellissima giovane, deceduta poco prima. Mentre fa il suo lavoro è ammaliato dalla grazia della defunta al punto di vederla sorridere al suo obiettivo. Da questo ne nasce un innamoramento che lo porterà alla morte per consunzione nella ricerca di un modo per raggiungere l’amata. Lo stile è quello abituale a quest’autore fatto di scenari precisi sino all’imitazione della pittura al cui interno si sviluppano tensioni e conflitti che, tuttavia, non raggiungono mai toni parossistici, ma rimangono al livello delle cose dette con grazia e quasi indifferenza. Il cinema rumeno è fra i più vivaci sulla scena mondiale, per cui quasi tutti i festival cercano di accaparrarsi quanti più titoli è possibile provenienti da questo paese. Ecco allora Marti, dupa Craciun (Martedì, dopo Natale) di Radu Muntean in cui è radiografata con toni quasi da cinema – verità una crisi coniugale. Paul e Adriana sono sposati da dieci anni e hanno una figlia di otto, vivono senza troppi problemi economici anche se lui fa un lavoro un po’ misterioso e ha a che fare con banche e dossier sospetti. Un giorno lui s’innamora di una giovane dentista, perde la testa e, dopo qualche mese, confessa tutto alla moglie, proprio alla vigilia di Natale con tanto di pranzo di famiglia, albero e regali in salotto. Il film non dice altro, non si schiera per nessuna delle parti, descrive con toni appassionati il nuovo amore, ma non ne fa oggetto di scandalo erotico. E’ un ritratto di normalità in un interno che la dice lunga sugli sbandamenti delle nuove generazioni e sulla perdita di punti di riferimento, anche personali. Davvero un bel film. Oliver Stone non è mai stato un maestro di cinema nel senso pieno del termine, ha diretto qualche film passabile, ma si è sempre mantenuto sul filo delle opere rivolte all’attualità, locandina_wall_street_2.jpgmagari criticandola (Platoon, 1986), voltandola all’agiografia seppur mascherata da critica (Nixon, 1995 – JFK, 1991 – W, 2008), oppure mettendo mano a colossi storici come Alexander (2004). Wall Street: Money Never Sleeper (Wall Street: il denaro non dorme mai) fa parte di questo cinema, più precisamente del filone che cavalca o tenta di cavalcare l’attualità. Il condizionale deriva dal fatto che questo centone ricco e magniloquente vorrebbe affrontare il tema della grande crisi economica di due anni or sono, ma sbocca in un melodramma mieloso indeciso su quale strada percorrere. La storia riprende il filo del primo Wall Street, quello che terminava con l’arresto e la condanna del faccendiere Gordon Gekko che qui ritroviamo quando, nel 2001, esce solitario dalla prigione dopo ave scontato otto anni di detenzione. Poche stagioni ancora e rieccolo sulla breccia, ha scritto un libro di successo in cui si denunciano i pericoli della bolla speculativa che è in corso e vive da nababbo con il solo cruccio della figlia che non ha voluto più aver a che fare con lui dopo la morte, per overdose, del fratello. Ora la ragazza, un promettente architetto, vive con un altro trader  finanziario che ha il pallino delle energie pulite e il rispetto dell’ambiente. Il vecchio marpione si fa vivo in ogni modo e convince la figlia a riallacciare i rapporti, salvo poi imbrogliare anche lei carpendole la firma per sbloccare un centinaio di milioni di dollari che  aveva messo al sicuro in Svizzera prima di andare in galera. Dopo i prevedibili alti e bassi tutto finirà in gloria, con il vecchio trafficante quasi convinto all’ecologismo e il giovane che riesce a vendicare, finanziariamente, il suicidio di un suo mentore rovinato da un tipaccio ancor più spregiudicato del futuro suocero. E’ un melodramma pesante, verboso che maschera dietro un diluvio di termini tecnici una spaventosa pochezza d’analisi. Se qualcuno pensasse di capire anche solo qualche briciola della crisi che ancor oggi viviamo, rinunci a vedere questo polpettone indigesto e si affidi a qualche buon libro. Parliamo ora dell’interessante Aurora, ultima fatica di Cristi Puiu che ne interpreta anche il ruolo principale. Come il precedente Moartea domnului Lazarescu (La morte del signor Lazarescu, 2005), che ha ottenuto il premio di questa sezione nell’edizione del 2005, anche il nuovo film ha un andamento lento, attento ai piccoli gesti del quotidiano, ai lunghi silenzi interrotti da atti di grande violenza, mai mostrati in modo compiaciuto. La storia è quella dei due giorni nella vita di un ingegnere siderurgico turbato dal divorzio con la moglie, rancoroso verso i suoceri e il notaio che ha  indotto la donna a lasciarlo. Meditabondo, cupo, solitario attraversa le ore con gesti che sembrano insensati, ma che hanno fini precisi: l’uccisione dei suoi nemici. Compirà la strage e si consegnerà alla polizia, quasi adempiendo a un rituale burocratico, lo stesso che lo accoglie fra le mura del commissariato. Indifferenza, malessere esistenziale, difficoltà di rapporto con gli altri, tutto questo rimpolpa un film di grande forza che chiede allo spettatore la pazienza necessaria a seguirne i tempi narrativi consegnando, alla fine, un ritratto disperato e impietoso in cui brillano persino alcuni frammenti d’ironia. Un film sicuramente da vedere. Passiamo ora ad un grande maestro, ossia l’inglese Mike Leigh, che ha presentato in concorso, Another Year (Un altro anno). Tema centrale: la famiglia. Gerri è psicologa e lavora in una struttura pubblica, Tom è geologo e sta collaborando ai carotaggi per la costruzione di una nuova fognatura londinese. Vanno d‘amore e d’accordo, amano la buona cucina, coltivano un orto biologico e curano i fiori in giardino, sono tranquilli e privi di problemi, il figlio sta percorrendo la sua strada, è andato via di casa, ma mantiene ottimi rapporti con loro. Attorno, un mondo che pare impazzito fatto com’è di persone insicure, infelici, sfortunate, incapaci di reggere il ritmo della vita. S’inizia con una casalinga che vuole le siano prescritti dei sonniferi, altrimenti non riesce a dormire e il sonno è il solo momento in cui può allontanarsi da una vita infelice. Si prosegue – sarà uno degli assi del film – con la donna stagionata, ma ancora velleitaria, incapace di fare qualsiasi cosa pratica, tranne il lavoro d’ufficio, pessima cuoca, innamorata insensatamente del figlio della coppia felice. Si procede con il fratello di Tom annichilito dal dolore per la morte della moglie e in pieno conflitto con il figlio. Tutto questo è cadenzato dallo scorrere delle stagioni, dalla primavera all’inverno. Forse non è l’opera migliore di questo regista che spesso si è rivolto a temi di forte impatto sociale come Tutto o niente (All or Nothing, 2002) o Il segreto di Vera Drake (Vera Drake, Leone d’Oro alla Mostra di Venezia 2004), ma che non ha mai disdegnato la commedia o, persino, il biografico - musicale (Topsy-Turvy, 1999). Questa volta il disegno riguarda, in particolare la borghesia medio – alta. Nessuno dei personaggi del film ha veri problemi economici, ma tutti – tranne la coppia catalizzatrice – sono preda di malesseri e triboli esistenziali che rendono la loro vita difficile. In questo modo finiscono coll’assumere un ruolo di protagonisti relegando sullo sfondo quelli che,  a prima vista, appaiono al centro del film. Questo nel senso che le figure di questi uomini e donne turbati e insicuri costruiscono qualche cosa di molto vivo e si trasformano nei veri poli d’attrazione dello sguardo dello spettatore. Vita familiare anche per You Will Meet a Tall Dark Stranger (Incontrerai uno straniero alto e bruno), ultima fatica di Woody Allen, presentata fuori concorso. Lo scenario è quello della Londra della borghesia medio – alta cui appartengono due coniugi che si separano a causa dei pruriti giovanilisti del marito. La moglie cade preda di una medium cialtrona quanto abile, la figlia trova un lavoro in una galleria d’arte, è costretta a scegliere il lavoro per far quadrare  il bilancio familiare, poiché il marito, laureato in medicina, non porta a casa un soldo assorto com’è nello scrivere un romanzo che, secondo lui, farà epoca. La giovane finisce ben presto preda del fascino del proprietario della Galleria, mentre il marito si perde dietro le grazie di una bella vicina che ha intravvisto dalla finestra. Dopo varie peripezie tutto potrebbe aggiustarsi – il marito in smanie scopre i tradimenti della giovane, nuova moglie e lo scrittore rischia di essere smascherato, visto che ha presentato come suo un libro di un altro autore che credeva morto – sennonché non tutto quadra e, forse la falsa veggente non ha sbagliato del tutto i pronostici. Il film è accompagnato da una voce narrante che apre e chiude citando una verso del Macbeth di William Shakespeare (la vita è un sogno sognato da un pazzo pieno di sangue e dolore che non significa nulla), come dire che siamo in balia di forze che non riusciamo a controllare anche se crediamo di poterlo fare. Lieve, melanconico, perfetto nella confezione nei tempi e nelle battute, è sicuramente da promuovere e a pieni voti… ma il mio entusiasmo può essere di parte dal momento che adoro Mr Allen. Per cui attendete dicembre e giudicate voi! Passiamo a Un homme qui crie (Un uomo che grida) di Mahamat-Saleh Hardoun, che racconta il calvario di un padre, un tempo campione locale di nuoto, che perde il lavoro e il figlio strappatogli dalla sanguinosa guerra che ha travolto il territorio di questa nazione sin quasi ai primi anni 2.000. Sono intenti generosi legati a un sano desiderio di pace e fratellanza, sentimenti un po’ troppo generici per consentire allo spettatore di capire qualche cosa di questa lunga e sanguinosa tragedia. Nel film i contendenti sono genericamente identificati come ribelli senza dire che in realtà si trattava di libici, così come si parla, altrettanto genericamente, di governativi dimenticando l’importante supporto offerto al presidente Hissène Habré  da francesi e americani. Nella sezione Un Certain Regard è stato presentato uno strano film tedesco: Under Dir Die Stadt (La città al disotto) di Christoph Hochhäuste. Un’opera che inizia come una storia d’adulterio, fra un potente banchiere e la moglie di un suo funzionario, per assumere, nell’estremo finale, i toni quasi da profezia rivoluzionaria. Detto in due parole è un pasticcio non privo d’eleganza formale, ma scombinato e di non facile decifrazione. Bertrand Tavernier ha messo mano a uno dei più celebri romanzi francesi, La principessa di Clèves (La Princesse de Clèves, 1678), di Madame de La Fayette (1634 –  1693) ambientato in piena guerra di religione fra ugonotti (protestanti) e cattolici (papisti) questi ultimi guidati da Carlo IX. Un conflitto che troverà momenti di ferocia inaudita come il massacro di molti protestanti perpetrato per opera dei seguaci del duca di Guisa il primo marzo 1562. Ribattezzando il racconto La Princesse de Montpensier  (La principessa di Montpensier) il regista compie una scelta ancor più in favore di un’attenzione primaria verso le vicende sentimentali di questa nobildonna bellissima, innamorata del rampollo del Duca di Guisa e malmaritata dal padre al rampollo dei Montpensier. Tutto intorno, combattimenti ed eccidi debitamente registrati in maniera quasi realistica, vale a dire con abbondanza di sangue, arti divisi dal corpo, agonie da colpi di lancia e spada. Bisogna dire che la cosa sorprende non poco venendo da un cineasta che ci aveva abituati a un contatto forte con l’attualità o alla rivisitazione del passato in chiave di lettura politica o immagine del presente. Qui quei propositi appaiono abbandonati quasi del tutto in favore di un buon prodotto spettacolare, abilmente girato, spruzzato di richiami generici alla tolleranza e contro la violenza bellica. Poteva essere un bel film per il grande schermo, invece sembra uno sceneggiato tv. No comment. Il secondo film in concorso della giornata era Outrage (Oltraggio) del giapponese Takeshi Kitano che ritorna alle sue amate vicende di yakuza con una storia spinta all’estremo, con ammazzamenti, botte, sangue a valanga. Poco vale la trama, una solita storia di scalata al potere dell’organizzazione criminale, e, persino, la caratura del personaggio interpretato dallo stesso regista. Personalmente non ne potevo più di star seduta a guardare questo agglomerato di immagini senza capo né coda, quindi mi sorge un dubbio: diventare registi con tanto di fans, significa automaticamente permettersi di somministrare di tutto al pubblico speranzoso?. Tralasciamo la risposta e proseguiamo con la sezione Un Certain Regard che ha confermato di essere uno dei luoghi del Festival in cui è più facile incontrare film d’alto livello. L’ha testimoniato Pál Adrienn dell’ungherese Ágnes Kocsis, un preciso e doloroso ritratto (lungo oltre due ore e un quarto!) della solitudine e della quieta disperazione di un’infermiera, brutta e grassa, che lavora nella sezione femminile del reparto incurabili di un ospedale di Budapest. La donna passa i giorni ingurgitando dolci e guardando i monitor che registrano il battito cardiaco dei degenti, ma sono più le volte che, quando accorre, trasporta salme in obitorio più che quelle in cui da un qualche sollievo. Un giorno le capita, come paziente in coma, una donna i cui documenti dicono chiamarsi Pál Adrienn, stesso nome di una sua vecchia amica d’infanzia. La cosa le fa scattare la voglia di ritrovare la compagna, forse solo per dare un significato a un’esistenza rimasta ancor più vuota dopo che il marito, un tipetto ben poco simpatico che passa il tempo libero alla costruzione di un enorme plastico ferroviario, l’ha abbandonata senza lasciare recapito. Da ex – compagno a un’anziana maestra è un ripercorrere a ritroso la strada della vita e, nello stesso tempo, saggiare i destini diversi di una stessa generazione. Alla fine riuscirà a scoprire che fine ha fatto l’amica di un tempo, ma si accorgerà anche di non avere più voglia di parlarle. Forse ora ha raggiunto una minima pace e non a caso il film si chiude con l’immagine del tracciato di un cuore (il suo?) che batte. E’ un film in cui quasi non accade nulla, ma che mantiene viva una tensione forte e struggente. Un’opera ricca d’immagini non certo tranquillizzanti, ma che si accettano come parte necessaria di un racconto, immerso in luci marcescenti e livide, ma percorso anche da un sottilissimo filo di speranza. Interessate ma pesante. Il secondo titolo in cartellone in questa sezione era un documentario su Shanghai, Hai shang chuan oi (Io desidero, io so), firmato da Jia Zhangke. La storia della megalopoli è ricostruita, dalla fine dell’ottocento ai giorni nostri, attraverso testimonianze di gente comune, artisti, professori universitari. E’ un metodo non originalissimo, ma che approda a un risultato sociologicamente interessante, anche se artisticamente lascia un po’ di amaro in bocca. locandina_biutiful.jpgAljandro Gonzáles Iñarritu ha presentato nella sezione competitiva Biutiful. Ambientato nei quartieri poveri di Barcellona, Uxbal è un caporale d’immigrati di colore e cinesi che lucra sul lavoro che procura loro. Si capisce sin dalle prime inquadrature che fa questo feroce mestiere perché non ha la possibilità di fare altro. Del resto la vita non è certo stata generosa con lui: è separato da una giovane instabile di mente, che non disdegna il letto di suo fratello, e deve crescere due figli, il più piccolo dei quali mostra già segni di ribellione e irrequietezza. A completare il quadro gli arriva tra capo e collo la diagnosi di cancro alla prostata con connessa prognosi di un paio di mesi di vita. Un quadro tutt’altro che allegro che poggia, per buona parte, sulle spalle di Javier Bardem, non nuovo a ruoli di moribondi, si ricordi la parte svolta in Mare dentro (Mar adentro, 2004) di Alejandro Amenábar. In altre parole siamo davanti alla non nuova radiografia di un’agonia e tutto ciò che accade intorno – i cinesi uccisi dalle stufe a gas, la moglie pazza, i rapporti con la polizia – ha funzione unicamente per la costruzione ed enunciazione della psicologia del personaggio. In questo l’attore è davvero formidabile, ma non tanto da supplire quanto manca al film: la dimensione corale e una sceneggiatura non sempre debitamente robusta, almeno non tanto da reggere le quasi due ere e mezzo di proiezione. Uno dei crimini culturali di cui devono rispondere i regimi totalitari non è solo quello di impedire agli intellettuali di creare le loro opere, ma anche quello di costringere all’esilio e, in molti casi, all’inaridimento quanti sono obbligati, per sopravvivere, all’esilio. La cosa viene in mente vedendo Copie conforme (Copia conforme) il film che Abbas Kiarostami ha girato in Toscana con capitali francesi e italiani, dopo che, nei fatti, gli è stato impedito, a lui come a moltissimi altri, di lavorare in Iran. Abbiamo parlato di sterilità poiché il film è perfetto dal punto di vista registico, forse solo un po’ sovrabbondante nei dialoghi, così come nella fotografia, ma è irretito da un gelo che gli impedisce di essere un corpo vivo, se volete un’opera anche di pancia, rimanendo una costruzione meccanica, perfetta ma algida. Un esperto d’arte arriva ad Arezzo per il lancio di un suo libro dedicato a originali e copie. Un volume in cui si sostiene una tesi originale che vorrebbe originali, in pittura, solo i soggetti ritratti perché già il ritrarli ne sarebbe una copia, copia che qualche volta è meglio dell’originale. Dopo la cerimonia, si avvia per una breve gita con una mercante d’arte del luogo, ma a mano a mano che i due si addentrano nel paesaggio e si perdono nella bellezza dei borghi toscani scopriamo che sono marito e moglie, in crisi dopo quindici anni di matrimonio e impegni di lavoro diversi che hanno finito coll’allontanarli. Juliette Binoche, interprete di grande talento è sicuramente sensuale, il suo compagno di scena, il grande baritono inglese William Shimme, è invece forse più bello che bravo. E il film? Perfetto e per questo freddo. Nella sezione Un Certain Regard è stata presentata l’ultima fatica del Maestro Jean-Luc Godard: Film socialisme (Film socialismo). Questi è stato fra i capostipiti della nouvelle vague e continua tenacemente a praticare un cinema antinarrativo per definizione. Le sue opere mettono insieme immagini, spezzoni di altri film, scritte sul genere di quelle dei film muti, brani televisivi e sequenze più tipicamente cinematografiche. Questo suo ultimo lavoro è diviso abbastanza nettamente in due parti. La prima mostra immagini di una crociera nel mediterraneo su una lussuosa nave della Costa Armatori. La prima cosa evidente è lo scontro fra il pessimismo rivoluzionario e anticapitalista del discorso, seppure frammentato in cento battute e slogan, e le immagini patinate, pubblicitarie del grande albergo navigante. C’è in questo un conflitto che non è possibile sanare solo usando l’ironia come metro giustificativo. La seconda parte, poi, ritorna al modo di fare cinema pseudo – narrativo tipico di questo regista con una ministoria ambientata in un garage di provincia ove una teleoperatrice di colore (emblema dell’Africa?) sta realizzando un servizio per la rete regionale francese. Difficile fare chiarezza, anche se un certo filo conduttore si può intravvedere nei molti ritorni di slogan e giochi di parole che arrivano direttamente dalle opere precedenti di questo cineasta. In definitiva, più una testimonianza che qualche cosa di veramente nuovo. Tocca ora a Pablo Trapero, regista argentino che aveva suscitato molte speranze quando esordì, nel 1999, con Mondo Grua (Mondo gru). Da quel momento si è assestato su un livello professionale alto, ma sempre inserito nel cinema di genere, preferibilmente poliziesco, pur con qualche incursione nel mondo della commedia sociale. Carancho ha al centro un avvocato che collabora a truffare le assicurazioni e una giovane dottoressa tossicomane. S’incontrano, si amano e finiranno sanguinanti e moribondi dopo essersi scontrati con la mafia avvocatesco – poliziesca che ruota attorno ai risarcimenti per incidenti stradali. Il film normativamente ben condotto, ha scelto di percorrere strade già battute, e questo è il vero peccato. La sezione concorso del Festival ha presentato un film di grande valore, porta la firma di Xavier Beauvois, locandina_copia_conforme.jpgs’intitola Des Hommes et Des Dieux (Uomini e Dii) e s’ispira al fatto di sangue avvenuto in Algeria il 26 marzo 1996 quando militanti armati – gli estremisti islamici del GIA rivendicarono il fatto, ma rimangono molti dubbi sul coinvolgimento di qualche settore deviato dei servizi segreti algerini – rapirono e uccisero sette monaci cistercensi che vivevano in un convento di Thibirine, in perfetta armonia con gli abitanti mussulmani a cui prestavano preziosi servizi sanitari e sociali. La situazione del paese africano era diventata esplosiva dopo la vittoria elettorale degli islamici del FIS, 23 dicembre 1991, e la cancellazione del responso elettorale con la proclamazione dello stato d’assedio ad opera del governo sorretto dall’esercito. Nonostante gli attentati si ripetessero – il 14 gennaio 1992 morirà per mano dei terroristi lo stesso presidente della repubblica Mohamed Boudiaf – i religiosi avevano rifiutato di abbandonare il monastero e continuato ad aiutare la popolazione e chiunque ne avesse bisogno, compresi i feriti dei rivoltosi. Quest’ultima cosa aveva attirato su di loro le ire dei vertici militari, da qui il sospetto di un coinvolgimento dei servizi segreti nel loro calvario. Il film mette in risalto l’umanità e la tolleranza che regnano fra i cristiani e gli islamici sino all’irrompere degli opposti estremismi. Lo fa descrivendo con grazia e bellezza la vita monastica, non rinunciando a qualche spiffero ironico, ma non nascondendo neppure la dialettica fra i religiosi, alcuni dei quali, almeno all’inizio, non sono affatto felici di rischiare il martirio. La storia è immersa in paesaggi bellissimi che riescono a rendere sopportabile persino le atrocità degli uomini. Da vedere per ricordare, apprendere e pensare. Il secondo film in concorso della giornata era Schastye moe (La mia felicità) era atteso poiché è l’unica opera prima in concorso e, per giunta, magnificato dai selezionatori che parlavano di un’autentica perla. Date queste premesse la delusione non poteva essere più cocente. E’ un insieme di situazioni che oscillano fra l’ieri, gli anni della grande guerra patriottica, e l’oggi. Su entrambi i fronti ciò che domina è la violenza, il sopruso, l’aggressione di tutti contro tutti. Il tenue filo lo dovrebbe fornire un giovane camionista che sta facendo il suo lavoro normale e incappa in un reduce che ha ucciso un ufficiale della polizia militare che gli aveva rubato le poche cose che aveva riportato dalla guerra. Incontra, poi, una prostituta bambina che rifiuta aggressivamente le sue attenzioni paterne, un paio di briganti che lo stordiscono per rubargli il camion lasciandolo afono e privo di memoria, una coppia di poliziotti della stradale al livello di  galleria degli orrori e via elencando. Dovrebbe essere una metafora della dissoluzione criminale nata dalla fine degli stati socialisti, in particolare in Unione Sovietica, anche se il regista è ucraino e la produzione maggioritaria tedesca. A parte il fatto che quello del degrado è ormai diventato un vero e proprio filone del cinema dei paesi ex – socialisti, qui si ha spesso l’impressione che sangue e violenza siano notevolmente fini e a se stessi. Per tacere della gangheratura di una sceneggiatura in cui l’intreccio dei tempi narrativi stride a ogni passo e lo sviluppo della storia odierna fa acqua da ogni parte. Nella sezione Un certain Regard è stato presentato Los labios (Le labbra) dei cineasti argentini Ivan Fund e Santiago Loza. Tre donne vanno in un miserabile paesino dell’interno per porgere assistenza a madri e puerpere. Le alloggiano in un ospedale in smantellamento, le trasportano su un’auto che cade a pezzi, devono protestare par avere ciò che spetta loro. Un’esperienza dura che, tuttavia, servirà per capirsi meglio e annodare solidi legami con i poveri. Un film ricco di buone intenzioni, girato interamente con camera a mano per dare allo spettatore un ancor maggior sensazione di verità, ma che convince poco. Il titolo dell’ultimo film di Ken Loach è Route Irisch (La strada irlandese), nome dato dai militari alla via che collega l’aeroporto di Bagdad alla Zona verde, il quartiere superprotetto in cui hanno sede le ambasciate e molti edifici pubblici. Al centro della vicenda c’è un contractor, un militare che fa parte di quei soldati di ventura privati che assicurano la protezione delle persone importanti e dei giornalisti che soggiornano nella capitale irachena. Ritornato a Liverpool, dopo un lungo soggiorno in scenari di guerra prima come membro dei reparti speciali inglesi poi come militare privato, va in crisi quando gli annunciano che il suo migliore amico, da lui stesso convinto a farsi mercenario, è morto in un agguato sulla famosa strada. Tuttavia sono troppe le cose che non quadrano e lui si mette alla ricerca della verità che emergerà in tutto il suo orrore quando scoprirà che il compagno è stato, di fatto, ammazzato da uomini della stessa società che l’aveva ingaggiato i cui dirigenti erano in panico per le rilevazioni che lui voleva fare in merito a una delle tante uccisioni ingiustificate di civili di cui aveva le prove. Il protagonista riuscirà a fare vendetta ammazzando uno dei complici della montatura e facendo saltare in aria i dirigenti della società, questo subito dopo che hanno firmato un accordo con un’azienda americana, direttamente controllata dalla CIA, che apre loro nuovi orizzonti in chissà quanti altri paesi in guerra. Il tema della privatizzazione strisciante delle guerre è al centro di questo film che intende denunciare, lo ricorda lo sceneggiatore Paul Laverty, come la sola americana Halliburton, la stessa di cui è stato presidente Dick Cheney uno dei punti di forza dell’amministrazione di George W. Bush, abbia  consentito al suo presidente, David Lesar, di guadagnare poco meno di 43 milioni di dollari nel solo 2004. Ancora una volta Ken Loach affronta un tema di grande attualità e lo fa con un film lineare, plausibile, coraggioso anche se non privo di qualche punta retorica. Il vero problema è che, come accaduto altre volte, quando questo cineasta abbandona la provvida miscela di denuncia e ironia che rimpolpa i suoi testi migliori per scegliere la strada del dramma, perde qualche cosa nella sua forza. Come dire che ci consegna un’opera bella e necessaria, ma non perfetta come alcuni dei suoi testi precedenti in cui dominava lo sguardo sul proletariato e mancava la voglia d’avventura. In concorso è passato anche Shi (Poesia) del sudcoreano Lee Changdong. La storia è quella di una matura signora che sopravvive facendo la badante a un generale paralizzato e accudisce un nipote di cui cura la crescita dopo il divorzio della figlia. Il ragazzo, scontroso e musone come tutti gli stereotipi sui giovani moderni, finisce coinvolto in una brutta storia di stupro ai danni di una studentessa che, dopo, si è suicidata. Il crimine è stato consumato da sei ragazzi e i genitori del gruppo si tassano di cinque milioni a testa per indennizzare la madre della vittima, solo che l’anziana badante quei soldi non li ha. Negli stessi giorni ha scoperto la poesia attraverso un corso letterario e la usa per sfuggire alla terribile realtà in cui è immersa, solo che si tratta di una barriera fragile, non certo in grado di resistere agli assalti e alle offese dal mondo. Il film ha una stupenda interpretazione di Yun Junghee, leggendaria interprete del cinema coreano, e presenta una confezione di grande professionalità sorretta da una fotografia, nota comune nel cinema orientale, molto bella. Tutto questo non basta a salvare l’opera da un senso già visto e dall’impressione che sentimenti e psicologie cedano il passo al formalismo. Nella sezione Un certain regard è passato un film peruviano: Octubre (Ottobre) di Daniel e Diego Vega. E’ il ritratto di uno strozzino, figlio d’arte, che vive solitario senza quasi comunicare con nessuno. Un giorno, rientrando a casa, trova una bimba di pochi giorni lasciatagli da una donna di facili costumi con cui ha avuto una relazione. La madre è sparita e ogni tentativo di ritrovarla è inutile, inevitabile affidarsi a una vicina nubile che nutre per lui una passione nascosta. Le cose sembrano andare per il meglio, compreso il sogno di un amico di portare alla festa patronale di Lima la moglie che giace immobile in un letto d’ospedale. Tutto è rimesso in discussione quando il prestasoldi ha un guizzo d‘indipendenza o vuole mandare tutto a monte, allora è la donna a sparire con la piccola e l‘uomo a mettersi alla sua ricerca. Forse la ritroverà nel bel mezzo di una processione religiosa. Il film è girato con luci livide come il destino dei protagonisti che non riescono a evadere da una realtà oppressiva e terribile. E’ noto che il cinema americano ha la straordinaria capacità di trasformare cronaca, problemi sociali, temi politici in forme di spettacolo a vasta diffusione. Lo conferma Fair Game (Gioco equo) di Doug Liman, presentato oggi in concorso. Lo spunto del film, tratto dal libro Fair Game (Gioco equo) di Valerie Plame e The Politics of Truth (La politica della verità) di Joseph Wilson, nasce dal cosiddetto affare Plame – Wilson, vale a dire la vicenda dell’agente della CIA Valerie Plame il cui nome, indirizzo e numero di telefono furono dati in pasto alla stampa il 14 luglio 2003 da una Casa Bianca infuriata perché il marito dell’agente, l’ex- ambasciatore Joseph Wilson, aveva scritto un articolo, pubblicato dal The New York Times, che smentiva la versione di George W Bush secondo cui l’attacco all’Iraq di Saddam Hussein era giustificato dal fatto che quel regime stava preparando un bomba atomica. Le prove dovevano essere sia l’acquisto in Cina di una partita di tubi di alluminio destinati, si diceva, all’arricchimento dell’uranio, sia l’acquisto, dal Sudan, di una consistente partita di minerale da destinare al progetto. Entrambe le notizie risulteranno, in seguito, del tutto prive di fondamento: i tubi metallici erano destinati ad altri usi militari e l’acquisto dell’uranio grezzo non era mai avvenuto. Da queste due falsità nascerà la frenesia con cui l’intelligence americano si dedicherà alla ricerca, senza esito, dei depositi di armi di distruzione di massa dopo l’occupazione di Baghdad. Il film ricostruisce minuziosamente gli scontri fra CIA e Casa Bianca, le operazioni di disinformazione e calunnia messe in atto contro l’ex – agente e suo marito, il pesante clima instaurato dagli uomini dell’amministrazione, molti dei quali trarranno lauti proventi personali dalla seconda guerra irachena. Sono materiali scottanti, messi in scena in modo drammaturgicamente adeguato secondo una tradizione di denuncia che è nel DNA del cinema Usa. Detto questo a sostegno, bisogna anche aggiungere che non si riescono a comprendere le ragioni, a parte quelle divistiche, che hanno spinto gli organizzatori a inserire un film di buona qualità mercantile, ma pur sempre commerciale, nel cartellone del concorso. Apichatpong Weerasethakul è uno dei pochi cineasti tailandesi ed anche fra i rari autori capaci di piegare il cinema al soprannaturale, alla favola, al mondo dei fantasmi. Il suo ultimo film Loong Boonmee raleuk chat (Lo zio Boonmee che poteva rivedere le sue vite precedenti) racconta di un anziano malato di diabete che decise di andare a morire in campagna. Durante l’agonia, assistito dai una parente zoppa e da un lavoratore laotiano, rincontra la moglie morta da anni, rivede il figlio sotto forma di grande scimmia dagli occhi rossi, parla del passato e del mondo che lo attende. C’è anche tempo per la storia di una brutta principessa, amata da uno schiavo, che diventa bella grazie ai servizi, anche sessuali, di un pesce gatto. Nel finale, dopo la morte del malato, il film vira alla contemporaneità con una serie d’immagini fisse che raffigurano uomini armati in tuta mimetica e con la ministoria della donna che l’ha assistito e del monaco che ha celebrato il funerale. Nell’estremo finale questi due personaggi si sdoppiano: due di essi rimangono a guardare la televisione che parla di violenza e di guerra e due vanno al ristorante. Da queste semplici note, che non esauriscono per niente le molte sorprese che attendono lo spettatore durante poco meno di due ore di proiezione, si sarà capito che siamo alla presenza di un’opera in cui la metafora e l’esplosione fantastico – fiabesca la fanno da padrone. Del resto così era anche nelle sue opere precedenti, in particolare in Sud sanaeha (Devotamente vostro, 2002) visto qui a Cannes otto anni fa. E’ un tipo di cinema sicuramente personale e di non facile lettura, poiché vi confluiscono moltissimi elementi culturali specifici, come quelli tipici del pensiero religioso del cineasta che afferma di credere alla trasmigrazione dell’anima fra gli uomini, le piante. Gli animali e i fantasmi. In ogni caso è un film fatto ad hoc per il Festival. E’ stata poi la volta della presentazione, in concorso, di Hors-la-loi (Fuorilegge) il film che Rachid Bouchareb, regista francese d’origine algerina, ha dedicato alla lotta, in Francia, degli uomini del Fronte di Liberazione Nazionale (FLN) durante la guerra per l’indipendenza del paese nordafricano (1954-1962). Il tutto attraverso la storia di tre fratelli che, sul territorio metropolitano, imboccano strade diverse. Massaoud partecipa alla guerra d’Indocina, da cui è congedato con onore per le ferite riportate in combattimento, tuttavia, quando ritorna a casa, scopre che la sola via per una vita degna è quella della lotta armata per l’indipendenza, il che lo porterà a diventare uno degli esecutori del FNL. Abdelkader partecipa ai moti per l’indipendenza, è testimone del massacro di Sérif (Algeria, 8 maggio 1945) in cui polizia ed  esercito uccisero decine di algerini esacerbando l’umore di una folla che, a sua volta, ammazzò non pochi pied-noir (francesi residenti nella colonia). Arrestato e condannato, uscirà alcuni anni dopo e diventerà uno dei capi della lotta armata in Francia. Il terzo fratello, Saïd, sceglie invece la via degli affari al limite della legge – prostituzione, criminalità dei locali notturni – e persegue il sogno, lui che è menomato ad un braccio, di diventare il manager del campione di Francia di pugilato. Tre storie diverse che confluiscono nel terrorismo e nei suoi orrori. Certo, si può capire  l’indignazione dei ben pensanti, dei teorici della destra, dei reduci e, più, in generale, dei fanatici razzisti: nel film le forze dell’ordine francesi non ci fanno davvero una bella figura, creano gruppi di assassini non sottoposti ad alcun controllo (La Mano Rossa), torturano, distruggono le case, già miserabili, degli algerini, picchiano e ricattano. Del resto, come non ricordare che La battaglia d’Algeri (1966) di Gillo Pontecorvo (1919 –  2006)  è stato bandito sino a non molti anni or sono dagli schermi francesi? Detto questo per chiarezza d’inquadramento, non bisogna tacere il fatto che il film si presenta molto modesto, più che un affresco di un grande movimento d’indipendenza sembra quasi di assistere a un western che segue la struttura classica dei fratelli che prendono strade diverse per poi ritrovarsi nella sparatoria finale. Indubbiamente il regista ha voluto mettere assieme un tema politicamente importante e una narrazione estremamente popolare, come aveva fatto con Indigènes (2006), la vicenda dei magrebini ingaggiati come carne da macello nell’esercito francese e messi da parte subito dopo la vittoria sui nazisti. Se questo è vero allora occorre anche distinguere fra valore politico dell’opera e sua consistenza artistica: il primo è molto alto, la seconda piuttosto modesta. Kornél Mundrucz uno dei registi più promettenti del cinema magiaro. Due anni or sono il suo Delta (2008) convinse molti critici e raccolse svariati premi, per questo era molto attesa questa sua ultima fatica: Szelíd teremtés – A Frankensteien Terv (Un ragazzo fragile – Il progetto Frankenstein) di cui è anche interprete. Diciamo subito che è stata più la delusione che la conferma. Un padre cineasta ha abbandonato per anni il figlio in un orfanatrofio, ora, a 17 anni, il ragazzo parte alla ricerca del genitore e della madre. Incontra il primo mentre sta facendo i provini per il cast per un nuovo film, lui stesso si propone, ma poi, preso da un raptus, strangola un’aspirante attrice che cercava di baciarlo (paura dell’altro sesso spinta al parossismo?). Poi è nascosto dalla madre, che lo sottrae alla furia del padre della ragazza, ma lui, lo uccide e ammazza anche la genitrice. A questo punto il padre – regista lo  porta in Austria per sottrarlo alla legge. Durante il percorso l’auto sbanda, lui muore nel freddo, il genitore si perde nella neve. Raccontato in questo modo, si potrebbe dare l’idea di un film che procede in maniera lineare, invece il racconto cinematografico è denso di momenti oscuri, atmosfere misteriose, punti non chiari. Il centro del discorso dovrebbe essere quello che i mostri sono in noi e che siamo noi a creare, in questo ha un senso chiarificatore la seconda parte del titolo con il riferimento al romanzo Frankenstein, o il moderno Prometeo (Frankenstein, or the modern Prometheus, 1818) di Mary Shelley (1797 – 1851). Ci sono molte buone intenzioni rette da una struttura narrativa volutamente complessa per un film non straordinario. A un Certain Regard è stato presentato Hahaha  del sud coreano Hong Sangsoo. Un cineasta e un critico s’incontrano prima della partenza del primo per il Canada, scoprono di essere stati entrambi nella cittadina di Ton-yung, un piccolo centro in riva al mare che vanta i natali di un celebre ammiraglio, vincitore dei giapponesi nella guerra del 1910. Decidono di raccontarsi le rispettive esperienze, ma solo quelle positive. Questa parte del film è realizzata con fotogrammi fissi in banco e nero. La parte a colori, invece, intreccia le rispettive storie di amori difficili, ma destinati ad un lieto fine, e di unioni che si rompono e rinascono diverse. Ne nasce un film lieve, piuttosto flebile, più in giochetto stilistico che un’opera veramente nuova. Un altro titolo visto in questa sezione è stato Life, Above All (La vita, soprattutto) del sudafricano Oliver Schmitz che affronta il dramma dell’AIDS con la storia di una donna nera infettata dal marito e respinta dalla comunità in cui vive. Sarà la giovanissima figlia a farla accettare superando ogni pregiudizio. E’ un film generoso, ricco di buone intenzioni e destinato a svolgere, non ne dubitiamo, un importante ruolo sociale nel paese che l’ha prodotto. Accertati questi meriti, non si può sorvolare sul sentimentalismo e su un’eccessiva semplificazione dei problemi posti sul tappeto. Nikita Sergeevič Michalkov (1945) è un regista russo di ottimo mestiere. Rampollo di una famiglia di grandi intellettuali – sua nonna era una nota poetessa, suo nonno scrisse i versi dell’inno dell’Unione Sovietica, suo fratello Andrej Konchalovskij è un affermato regista – è anche abile uomo di potere. Per rendersene conto basti pensare che è stato l’ultimo candidato dei conservatori contro la perestrojka voluta da Michail Gorbačëv, per poi diventare, dopo la dissoluzione dell’URSS, il presidente della Federazione dei Cineasti Russi. Inutile aggiungere che è persona ricchissima e amico personale di Vladimir Putin. Una figura molto ben inserita nell’entourage del vertice russo per cui i suoi lavori hanno anche il senso di un test sulle tendenze del potere. Nel 1994 diresse Utomlyonnye solntsem  (Sole ingannatore), premio Oscar per il miglior film in lingua russa, storia di un alto ufficiale dell’armata rossa, il generale Sergei Petrovich Kotov, epurato da Stalin e mandato in un gulag. A sedici anni di distanza ecco la seconda tappa, Utomlyonnye solntsem 2  (Sole ingannatore 2 – L’esodo), in attesa di una terza il cui titolo è già noto Utomlyonnye solntsem 3 (Sole ingannatore 3 – La cittadella). Il film è stato presentato al Festival come ultimo titolo del concorso. La storia inizia con il salvataggio del protagonista durante la prigionia, salvataggio nato da un provvidenziale cambio di classificazione (da delinquente politico a malversatore) arrivato grazie i buoni uffici degli amici che conservava nell’apparato. Il favore non sfugge al dittatore georgiano che incarica lo stesso agente della polizia segreta che si era infiltrato nella famiglia per raccogliere le prove del tradimento, di rintracciare il fuggitivo. Quest’ultimo ha partecipato, come soldato semplice, alla guerra compiendo azioni eroiche, ma si è sempre, comprensibilmente, sottratto a encomi e onori. Il film si muove sulla falsariga di questa indagine, mettendo in parallelo la vicenda del militare e quella di sua figlia, crocerossina di prima linea. E’ un’opera ancor più spettacolare della precedente, vale a dire che vi dominano le azioni di massa, le scene di guerra, i bombardamenti e la ferocia dei massacri. Emerge anche un posticcio senso religioso, legato alla scoperta di Dio in momenti particolarmente tragici. Da notare la lunga scena finale in cui un carrista diciannovenne, moribondo chiede all’infermiera di mostragli i seni, almeno morirà avendo visto, almeno una volta, il petto di una donna. Lei che si spoglia e la camera sale e sale a svelare un panorama di desolazione e rovina. A parte la scarsa novità della trovata (già in un film ceco degli anni sessanta una ragazza faceva l’amore con alcuni condannati a morte per alleviare la loro sofferenza) è la ridondanza delle immagini a togliere ogni poesia all’idea e a coniugarla in maniera omogenea al resto del film. E’ un buon prodotto spettacolare, ma privo di respiro. L’arbre (L’albero) di Julie Bertuccalli nasce dal libro Our Father who art in the tree (Nostro padre che sei nell‘albero) di Judy Pascoe e racconta di una famiglia australiana in difficoltà dopo la morte del capofamiglia. Una delle figlie è convinta che lo spirito del genitore si sia trasferito nel grande albero che sovrasta la casa e si oppone a che sia tagliato in quanto le sue radici causano seri danni all’edifico. L’arrivo di un uragano che devasta l’intera regione e abbatte l’albero, aprirà per tutti una nuova fase di vita. Sapore un pizzico commerciale per un film che sulla carta sembrava interessante.

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Ed ora i premi:
Palma d’oro: LUNG BOONMEE RALUEK CHAT (Lo zio Boonmee, quello che ricordava le sue vite precedenti) di Apichatpong WEERASETHAKUL.
Gran Premio della giuria: DES HOMMES ET DES DIEUX (Uomini e Dii) di Xavier BEAUVOIS.
Premio della regia: Mathieu Amalric per TOURNÉE.
Premio della sceneggiatura: LEE Chang-dong per SHI (Poesia).
Premio per la migliore interpretazione femminile: Juliette BINOCHE per l’interpretazione in COPIE CONFORME (Copia conforme) di Abbas KIAROSTAMI.
Premio per la migliore interpretazione maschie (ex-aequo):
Javier BARDEM per la sua interpretazione in BIUTIFUL di Alejandro GONZÁLEZ IÑÁRRITU
Elio GERMANO per la sua interpretazione in LA NOSTRA VITA di Daniele LUCHETTI.
Premio della giuria: UN HOMME QUI CRIE (Un uomo che grida) di Mahamat-Saleh HAROUN.
Sezione cortometraggi
Palma d’oro: CHIENNE D’HISTOIRE (Storia cagna) di Serge AVÉDIKIAN.
Premio della giuria: MICKY BADER (Micky fa il bagno) di Frida KEMPFF.
Sezione Un Certain Regard
Primo premio: HAHAHA di Hong SANG-SOO.
Premio della Giuria: OCTUBRE (Ottobre) di Daniel e Diego VERGA.
Premio speciale alle attrici di LOS LABIOS (Le labbra) di Ivan FUND e Santiago LOSA.
Quinzaine des Réalisateurs
Primo premio: PIEDS NUS SUR LES LIMACES (Piedi nudi sulle lumache) di Fabienne BERTHAUD.
Secondo premio: ILLÉGAL (Illegale) di Olivier MASSET-DEPASSE.
Europa Cinema Label: LE QUATTRO VOLTE di Michelangelo FRAMMARTINO.
Palm Dog conferito dalla stampa inglese al miglior cane presente nei film del Festival: Vuk interprete di LE QUATTRO VOLTE di Michelangelo FRAMMARTINO.
Premio Fipresci della critica
Sezione concorso: TOURNÉE di Mathieu AMALRIC.
Sezione Un Certain Regard: PAL ADRIENN di Agnes KOCSIS.
Sezione Quinzaine des réalisateurs: TODOS VOS SOLDES CAPITANS (Siete tutti capitani) di Olivier LAXE.
Premio dalla Giuria Giovani
COPIE CONFORME (Copia conforme) di Abbas KIAROSTAMI.
La Semaine de la Critique
Miglior film: ARMADILLO di Janus METZ.
Premio della Giuria Ecumenica
DES HOMMES ET DES DIEUX (Uomini e Dii) di Xavier BEAUVOIS.

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Daniela Bocconi

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