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04 Ago2021

Pillole di Note: Focus sull’etichetta Varése Sarabande

Scritto da Massimo Privitera. Pubblicato in Cinema

Pillole di Note: Focus sull’etichetta Varése Sarabande

Ritorna la nostra rubrica ‘Pillole di Note’, di cui conoscete benissimo le caratteristiche, ossia mini recensioni di un certo qual numero di colonne sonore che si contraddistinguono dalle solite nostre classiche recensioni di lunghezza più o meno variabile.


E questo mese rianalizziamo l’etichetta americana Varése Sarabande: (https://www.varesesarabande.com/):

cover along came a spider

Jerry Goldsmith
Nella morsa del ragno (Along Came A Spider – 2001)
Varése Sarabande VCL 0321 1210
27 brani - Durata: 66’14”



Oh Goldsmith, smisurato Goldsmith, quanto manchi alla Film Music e ai tuoi tantissimi Fan! Hai insegnato un’enormità di trucchi e idee innovative ai tuoi colleghi contemporanei e futuri per creare la perfetta partitura per ogni classificazione di film da commentare, anche per quelli immeritevoli di avere come regalo tuoi originali germogli compositivi – ma ricordiamoci che la musica da sempre ha nobilitato pellicole anche ignobili e dimenticabili subito dopo la prima visione e che, per fortuna, ci hanno lasciato almeno score incancellabili che senza le immagini hanno acquisito ancora più valore –.
Jerry Goldsmith ha avuto una filmografia densa e forse sin troppo colma di turpitudini cinematiche, alle quali ha prestato la medesima cura messa in campo per film di ben altra caratura – vedi, citando random, Supergirl, L’ultima odissea, Baby – Il segreto della leggenda perduta, Swarm, Allan Quatermain e le miniere di re Salomone e Congo con score dai molteplici punti di analisi e spunti di stesura consistenti – e soprattutto nell’ultima parte della sua lunga carriera (dal 1953 al 2004) si è un po' fossilizzato su alcuni cliché della sua superba scrittura. Lo score per il thriller del 2001 Nella morsa del ragno, con Morgan Freeman di nuovo nelle vesti dell’agente speciale Alex Cross dopo Il collezionista del 1997 con le musiche di Mark Isham, trova un Goldsmith che gioca tantissimo con un qual certo effettismo ambient sintetico e parchi interventi orchestrali, seppur massicci nelle orchestrazioni, affidati ad archi, fiati e al piano come elemento percussivo (orchestrazioni di Mark McKenzie), che tra il monotono costitutivo (“Night Talk”) e la pagina d’azione super movimentata, con rimandi a partiture quali Allan Quatermain (“Megan’s Abduction”) o addirittura in stile Il presagio (“Megan Overboard”), torna a risplendere quel dinamismo convulso e ipercinetico tipico della sua scrittura action senza pari. Ad ogni modo, in tutta la OST aleggia un’aria da ‘scary music anni ‘90’ e il brano preconclusivo e lungo (10’38”) “Not My Partner/The Ransom (End Credits)” ne è la rappresentazione più precipua, con i suoi continui saliscendi tra climax e anticlimax in note che lasciano il segno. Nel pezzo “That’s It!” si sente la voce di Jerry che da il là all’esecuzione del medesimo brano, come chicca finale del CD.  

cover paycheck           

John Powell
Paycheck (Id. – 2003)
Varése Sarabande VCL 0621 1215
CD 1: 19 brani - Durata: 51’14”
CD 2: 11 brani – Durata: 44’29”



Caspita, così si scrive una colonna sonora di James Bond anni 2000! Oops, scusate, intendevo dire che questa score del 2003 per lo sci-fi/action di John Woo con Ben Affleck e Uma Thurman, Paycheck, composta da quel mirabolante Maestro delle partiture d’azione iper frenetiche con temi dalla presa immediata, l’inglese John Powell (classe 1963) – una nomination agli Oscar (Dragon Trainer, 2010) e pluricandidature e vittorie in carriera – gode di tutte le caratteristiche tipiche ed efficacissime fuori e dentro le immagini  delle OST peculiari alla David Arnold (le migliori per gli 007 dal 1999 al 2008 dell’era Pierce Brosnan e inizi Daniel Craig). Powell riesce ad infilare una sequela continua e stratosferica di pagine adrenaliniche, con la presenza imperante di un bellissimo leitmotiv simil bondiano.
Questa edizione deluxe doppio CD, con 30 brani rispetto a quella singola con striminziti 14 pezzi uscita nel 2003, è una scoperta meravigliosa ad ogni singola traccia e va a colmare una lacuna notevole nel repertorio delle score DOC della filmografia powelliana, perché la mole di materiale scritta per questa seconda collaborazione con il Re dell’Action hongkonghese, John Woo, dopo Face/Off – Due facce di un assassino del 1997,  è tanta e tale che il precedente CD non poteva ne ora ne mai accontentare i Fan del compositore delle saghe di Jason Bourne, Dragon Trainer, Rio e dei film Solo: A Star Wars Story e Pan – Viaggio sull’isola che non c’è. Non nuovo a partiture d’azione alla 007, come ad esempio Agente Cody Banks, Mr. & Mrs. Smith, The Italian Job, Innocenti bugie e la summenzionata saga di Bourne, da anni sostengo che Powell dovrebbe essere contrattualizzato per scrivere una o più colonne sonore per James Bond, e mi auguro, nel mio piccolo, che chi leggerà questa mia recensione si illumini e lo proponga alla produzione degli 007 futuri senza più Craig, Daniel Craig. In questi 95’ di score ogni brano è un’idea tematica, un inciso a dir poco forieri di entusiasmo compositivo incredibile, che tracce quali “Main Title”, “Hot Seat”, “Wolfe Pack”, “Mirror Message/Imposter” e “Hog Chase, Part 1 & 2” ne sono la summa migliore.     

cover il processo ai chicago7     

Daniel Pemberton
Il processo ai Chicago 7 (The Trial of the Chicago 7 – 2020)
Varése Sarabande 00888072217294
17 brani - Durata: 53’58”



Nomination all’Oscar per la miglior canzone, “Hear My Voice” eseguita da Celeste, cantante anglo-giamaicana di 27 anni, e svariate altre candidature, tra cui quella sempre nella medesima categoria ai Golden Globe, la partitura di Daniel Pemberton possiede una carica esplosiva dirompente come la sceneggiatura stessa del film. Pellicola che non dimentichiamoci si è aggiudicata meritatamente ben sei nomination agli Oscar, vincendo il Golden Globe per la sceneggiatura di ferro di Aaron Sorkin, anche regista, con un cast strepitoso di tutti primari e una complessa ma stupefacente struttura narrativa, registica, tecnica e recitativa, il tutto accompagnato da una colonna sonora che ha in serbo tante frecce al suo arco.
Prima cosa, l’inglese Pemberton, vincitore del premio come miglior compositore dell’anno 2021 agli International Film Music Critics Award (IFMCA), con un carnet di titoli importanti quali Steve Jobs, Operazione U.N.C.L.E., The Counselor, Spider-Man: Un nuovo universo ed Enola Holmes, sfodera le sue armi compositive migliori e più convincenti, mettendo su pentagramma una OST molto anni settanta, in puro stile funky-soul-gospel Blaxploitation, che profuma qui e là di partiture thriller politiche alla Dave Grusin de I tre giorni del Condor, Lalo Schifrin della serie dell’Ispettore Callaghan, Jerry Fielding per i film con Clint Eastwood non solo Dirty Harry, il Morricone di tanti noir francesi o addirittura quelle di denuncia politico-sociale di John Williams per Oliver Stone di JFK o Gli intrighi del potere – Nixon: lo score ruota intorno ad un tema principale che si concentra in molti brani su ritmiche tribali ed un uso accorato di fiati e archi, il tutto con un suono vintage e a tratti cinicamente metallico e disturbante (i crescendo imponenti, da pugno nello stomaco senza remore, dei 6’14” di “Take the Hill”, dei 6’17” di “We’re Going to Chicago” e dei 7’01” di “Blood on the Streets”).
La song di cui sopra, “Hear My Voice” con la magnifica vocalità calda e avvolgente di Celeste, un po' Amy Winehouse un po' Adele, si è guadagnata ogni candidatura perché il tema portante nella sua interpretazione assume valenze ancora più gravide di significato emotivo e spirituale.  

cover knowing deluxe           

Marco Beltrami
Segnali dal futuro (Knowing – 2009)
Varése Sarabande VCL 0421 1212
CD 1: 32 brani - Durata: 60’03”
CD 2: 22 brani – Durata: 54’22”



Film fantascientifico a tratti sconclusionato ma dal messaggio finale assai impattante e considerevolmente importante, visto che la situazione ambientale-climatico-terrestre, causa la nostra menefreghista incuria da tempo e la nostra cecità cronica verso i ‘segnali’ che ci provengono dal ‘futuro’, nemmeno troppo lontano oramai, sta sempre più peggiorando. Difatti Knowing del 2009 (letteralmente Sapendo, da noi intitolato Segnali dal futuro), con Nicolas Cage, per molti versi è una pellicola profetica, anche se la partenza horror che va via via virando verso la schietta sci-fi potrebbe confondere non poco le idee e ridurre il tutto a puro fantasy, perdendo il messaggio etico ambientalista di cui sopra. Uno dei punti di forza effettivi del film è la possente colonna sonora di Marco Beltrami, che con trame del genere diventa un bimbo curioso e godurioso in un negozio di giocattoli gigantesco che non vuole più andare via; il suo score, in questa edizione straordinaria su doppio disco per un totale di quasi due ore di commento rispetto all’ora della versione singola anteriore, rinasce a nuova vita e dimostra maggiormente quanta carica emotiva, tensiva, rapsodica e spettrale possegga e possedeva in origine quando venne scritto e registrato, che solo adesso possiamo ascoltare in tutta la sua premonitrice e orrorifica sontuosità. Alcune tracce sono scritte da Beltrami con i fidati collaboratori di sempre, Buck Sanders e Marcus Trumpp, più un arrangiamento della settima di Beethoven da parte del compositore italo-greco-americano, che si è aggiudicato per questa score un ASCAP Film and Television Music Awards e una nomination agli IFMCA.
Considerato il degno erede di Jerry Goldsmith, che cita palesemente con il suo Alien in “Waiting For Bad News” ed “EMT”, Beltrami produce una serie di brani pregevoli e perfetti sul visivo e anche al di fuori di esso, come “Tiger Music”, “Tree Slugger”, “Stalking the Waylands”, “Nick to NY” e “New World” che lo riconducono ai fasti incredibili di scores sinfoniche quali la saga di Scream, Io, Robot, Underworld: Evolution o Blade II, anticipando quelle ancora più vigorose per A Quiet Place 1 & 2 e la trilogia di Fear Street. 

cover the serpent and the rainbow   

Brad Fiedel
Il serpente e l’arcobaleno (The Serpent and the Rainbow – 1988)
Varése Sarabande VCL 0321 1211
CD 1: 27 brani - Durata: 56’44”
CD 2: 25 brani – Durata: 64’35”



Il “Main Title” appare come una variazione del leitmotiv di Terminator in versione tribale ancestrale, ma d’altronde il compositore di questo cult horror del compianto Wes Craven, con Bill Pullman antropologo ad Haiti tra magia nera, riti esoterici e zombi, è il medesimo del cult sci-fi di James Cameron, Brad Fiedel (leggi nostra intervista). Questo autore di colonne sonore ultra celebri quali Terminator, Terminator 2 il giorno del giudizio, True Lies, Johnny Mnemonic, Una bionda tutta d’oro, Ammazzavampiri e Sotto accusa, proprio a riguardo di The Serpent and the Rainbow ci ha raccontato che: “…c’è l’elemento esotico di Haiti che è sempre presente così come il nucleo politico della storia e il modo in cui il voodoo e il mito venivano usati per opprimere la gente. Quindi, immagino che ciò che sto dicendo sia che non mi sono concentrato così tanto sugli aspetti della paura di questo film”. A ben vedere tutto lo score è un affastellarsi di pagine e ambienti sonori cupi, misterici, soffocanti, con quella gravitas in alcuni frangenti disfunzionale ma funzionale alla trama politico-sociale che, velata da film del terrore classico, Craven ha voluto narrare con il suo stile inconfondibile. Fiedel concentra tutto lo score in una sorta di perenne, pulsante e ipnotico incedere sottocutaneo percussivo e sintetico, nel quale tra un brano e l’altro vi è un unicum filo tensivo, con il tema portante a collegare ogni traccia. Menzione per i brani “Powder Making”, “Love Scene” e “End Credits Theme”.  

cover matrix deluxe edition cd

Don Davis
Matrix (Id. – 1999)
Varése Sarabande VCL 0621 1214
CD 1: 26 brani - Durata: 46’37”
CD 2: 18 brani – Durata: 53’04”



Partitura seminale e sorprendente su molti piani compositivi ed interpretativi, aggiudicatasi una vittoria ai BMI Film Music Award e una nomination agli IFMCA nel 1999 – e si sarebbe meritata anche una statuetta degli Oscar se l’avessero candidata, ma si sa che gli Academy Awards non sono quasi mai sul pezzo e scadendo nell’incomprensibile in molte premiazioni alla categoria miglior colonna sonora – Matrix di Don Davis finalmente esce in una versione definitiva deluxe doppio CD con 44 brani in 1h e 39’ totali, che fa scomparire in maniera assoluta l’insignificante edizione dell’epoca dell’uscita del film nelle sale, contenente 10 brani per un totale di appena 30’ di score, nonché quella denominata ‘deluxe edition’ del 2008 di 30 tracce e della durata complessiva di 1h e 17’. Matrix è a tutti gli effetti, contemplando i due seguiti, Matrix Reloaded e Matrix Revolutions entrambi del 2003, il capolavoro di Don Davis che dai primi anni ’80 ad oggi non ha di certo composto altri titoli così preminenti e potenti su pentagramma, ma che certamente è stato, viene e verrà ancora e ancora analizzato grazie a queste tre partiture dall’elevata simbologia postmoderna e classico sinfonica, come lo stesso compositore californiano ci ha tenuto a sottolineare in svariate interviste nel periodo dell’enorme successo della trilogia al Cinema.
Anche nel numero cartaceo della nostra rivista bimestrale settembre/ottobre del 2003, nell’intervista di Jeff Bond, Davis ammette con estrema libertà espressiva e sincerità d’intenti che il suo score postmoderno per questo film sci-fi cerebrale e multiforme “[…] è stato l’unico film che ho fatto finora in grado di assorbire questo tipo di sonorità. Non riesco a capire esattamente il perché, ma credo che non abbia molto senso imporre uno stile specifico a un film senza trovarne una ragione precisa. Nel caso di Matrix mi è sembrato che queste fossero le sonorità migliori con cui accompagnare il film” riferendosi alle composizioni di Boulez e Stockhausen ma anche al minimalismo di autori come Steve Reich, Philip Glass, Lucien Algieres e Terry Riley. Insomma, questo score che in tracce quali “Trinity Infinity”, “Switched At Birth” e “He’s the One Alright” contiene tutto quello espresso dal suo autore nella suddetta dichiarazione, facendo sì che questa sua Opera cine-musicale sia divenuta l’elisir di lunga vita della nuova Film Music fine anni novanta-inizi duemila, creando un’infinità di emuli compositivi e portando alla riscoperta di ciò che la musica del primo Novecento di Stravinsky, Schoenberg e a venire i succitati Boulez e Stockhausen avevano ampiamente dimostrato di saper mutare e innovare.
Una partitura talmente seminale e sorprendente, come descritto in testa a questa recensione, da indurre Davis a farla diventare, con il completamento della trilogia, una sinfonia denominata “The Matrix Symphony” (da noi recensita), nata in occasione del concerto tenutosi a Tenerife nel 2019 che Lui stesso ha diretto basandosi sulle musiche dei tre film (anche se a breve si dovrà parlare di quadrilogia), perché il successo mediatico è ancora tale e tanto da non potersi spegnere nemmeno con il trascorrere degli anni – e di anni dal primo film ne sono passati ben 22 – anche per merito dello score dirompente e ipnoticamente adrenalinico di questo bravissimo compositore, poco sfruttato dalla Settima Arte sia prima che dopo il clamoroso trionfo mondiale della trilogia dei fratelli – adesso sorelle - Wachowski.

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Daniela Bocconi

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