15 Giu2014
Tom à la ferme
Gabriel YaredTom à la ferme (2013)
Quartet Records QR144/2
14 brani – durata: 41’53”
Avvolto formalmente nell’involucro di un thriller psicologico, con venature di umorismo nero e di insinuante ambiguità, il film dell’astro nascente Xavier Dolan (giovane ma già con cospicua e talentuosa filmografia alle spalle) trova nella partitura del compositore franco-libanese un ulteriore elemento di suggestione e di raffinatissima suspense. Partitura che, ricordiamolo, s’inserisce in un soundtrack di complessa concezione, nel quale – tanto per dire – accanto allo score di Yared compaiono “Notte trasfigurata” di Schoenberg, i Gotan Project, Rufus Wainwright e soprattutto, in una folgorante sequenza d’apertura, quella indimenticabile “The windmills of your mind” scritta da Michel Legrand per Il caso Thomas Crown (68, Norman Jewison), cantata in una fascinosa versione a cappella da Kathleen Fortin. Un ben singolare assemblaggio da parte di un regista che aveva dichiarato come la sua intenzione iniziale fosse quella di non utilizzare alcun tipo di musica; peraltro confessandosi, contestualmente, ammiratore di Philip Glass, James Newton Howard e («perché no?», sic) Hans Zimmer.
In questa gioiosa confusione di idee, la risultante è una partitura di stampo squisitamente classico, di scrittura nitidamente protonovecentesca, dalle atmosfere ansiosamente sospese e tortuosamente introspettive; come già in altre occasioni, Yared si dimostra vicino a quell’”età di mezzo” della musica europea, tra reliquie tardoromantiche e primi bagliori dell’avanguardia, della quale proprio lo Schoenberg di “Notte trasfigurata” è un testimone esemplare; in più affiorano qui scelte e climi che hanno fatto non a caso evocare il nome di Bernard Herrmann come ineluttabile riferimento, soprattutto per alcuni passaggi negli archi, che sono la sezione più coinvolta e vibratile, sotto la direzione partecipe di Jeff Atmanjian. L’impasto timbrico guarda sia all’impressionismo francese che alla Scuola di Vienna, evocando brividi e tensioni raramente destinate a risolversi; “Tom” vibra di agitati tremoli e accenni tematici subito frustrati, “Agathe” cesella una flebile idea tra clarinetto e pianoforte (dove siede lo stesso compositore) sul flautando dei violini, “Jeu des rôles” innesta un ansimante, drammatico arpeggio di viole e celli sul tremolo grave dei bassi, lasciando i violini a cantilenare nella zona alta. Si respira un’atmosfera malsana, inesprimibilmente minacciosa, che a volte sembra sfociare in un agitato disegno degli archi (“Francis”), altre in una sorta di sinistro, cupo lirismo che trova il suo veicolo in un drammatico, sforzato inciso degli archi (il finale di “Demi-tour”), destinato a divenire leit-motiv della partitura. Il vitreo, immobile “Funérailles” precede le note gravi, ribattute del pianoforte e il disegno dei bassi su cui i violini , in “Défiguré”, espongono appunto questo tema come una sorta di segnale del destino; strascicato, circondato da spettrali synth e spezzettato tra bassi e archi acuti, esso riappare agghiacciante in “Jeu de pouvoirs”, mentre ancora i synth bloccano “C’est toi qui décides” in un’aura di allarmata ansietà. A tratti la partitura sembra dissolversi in un pulviscolo di sonorità indecifrabili e siderali, con i violini appesi nel vuoto (“Sarah”), altrove come in “Syndtrome de Stockholm” il tema principale è levigato e scarnificato, lasciato fluire negli archi acuti (ed è qui che il modello herrmanniano appare con maggior risalto); il disegno agitato dei violini, cellula motoria unica e quindi impossibile da non riconoscere, ricompare in “Une nouvelle famille” inframmezzato a pungenti accordi dei legni e all’esposizione del teso leit-motiv, ma in “Révélations” tutto sembra disfacersi, liquefarsi dapprima al suono distorto e funebre del violoncello, poi di nuovo nell’ostinato ritmico di bassi e pianoforte su cui si erige ripetutamente e drammaticamente l’inciso tematico portante. Un climax che si sublima definitivamente in “La fuite”, fra tremoli dei violini, tintinnii dell’elettronica, accorata riesposizione del tema e penetrante fraseggiare dei celli; ben esprimendo quella specie di “panico romantico” del quale parla anche il regista nella sua nota di copertina e che, a ben vedere, è da sempre uno dei tratti caratteristici salienti della poetica musicale di Gabriel Yared.
