12 Mar2013
Promised Land
Danny Elfman
Promised Land (Id., 2012)
Relativity Music Group
15 brani – Durata: 38’55”
“Logo” è un biglietto da visita alquanto sfuggente, impenetrabile, con l’armonica sottovoce su un liquido sottofondo di percussioni e archi, mentre “Traveling” inserisce arabeschi di voci femminili in un ulteriore scenario di indeterminatezza trasognata nel quale però intervengono gli archi, emozionanti e patetici, a creare calore. Lo score si muove infatti tra i poli di una calcolata, asettica freddezza contemplativa, capace anche di riscrivere e reinventare “suoni di natura” o di ambiente rurale (qua e là sembra di udire i campanacci al collo del bestiame…) e squarci di lirismo partecipativo e nobilmente coinvolto: scegliendo di rimanere sottotraccia, anche dal punto di vista leitmotivico, e di confondersi con una dimensione quasi “rumoriale” (“Going to work”) Elfman compie un’opzione prima di tutto coerente con le tonalità narrative di un film singolarmente lineare e composto per il suo regista, dove anche il “messaggio” è trasmesso quasi pudicamente, attraverso passaggi psicologici lenti e sofferti. Una lentezza e una complessità che il compositore accompagna anche con movenze più ritmate e pulsatorie (“Classroom”), talvolta davvero paraminimaliste, con la ripetizione di brevi cellule modulate sull’ostinato degli archi e l’intervento irrequieto e quasi pettegolo dei legni.
Come spesso gli accade in questa tipologia di score, Elfman e i suoi collaboratori in sede di orchestrazione pongono una particolare attenzione ai “colori” delle varie sezioni, non più garantite da soluzioni ad effetto ma necessitanti di una estrema attenzione nella tecnica esecutiva: si pensi agli archi, chiamati spesso a suonare sugli armonici, a flautare, e obbligati a un registro sommessamente carezzevole. Ce ne si rende perfettamente conto nei quasi undici minuti di “Turn around”, che praticamente costituiscono il resoconto di una session della registrazione di una serie di frammenti di pura avanguardia musicale, prevalentemente mirati su lunghi pedali informi degli archi fissi, nei quali si percepiscono nettamente la precisione ingegneristica e la tecnica millimetrica di Elfman nel chiedere e ottenere una determinata qualità di suono e di effetti. Pagine di transizione, anche brevi come “Time lapse”, si fanno notare per la commistione di un lirismo melodico incerto ma riconoscibile (il ruolo dei legni) e la continua, instabile mobilità delle tastiere; le fasi di raccoglimento psicologico o di più spiccato sentimentalismo vivono di un camerismo asciutto e delicato, dove nel dialogo tra pianoforte e archi (“Alice’s farm”) si fa luce il dono di Elfman nell’individuare una vena lirica, dolce, senza mai sconfinare nella stucchevolezza. La semplicità, che è il tratto distintivo di questo score, non abdica mai alla compiutezza e raffinatezza della scrittura, come dimostra ad esempio “Weeepy donuts”, sorta di adagio pianistico rarefatto sul quale molto timidamente intervengono armonica e archi. Va quasi da sè l’assenza, preordinata, di qualsiasi contaminazione country-folk (a provvedervi una volta per tutte ci pensa solo la finale ballata “Snake Eyes” dei Milk Carton Kids, ossia il duo chitarristico-canoro californiano formato da Kenneth Pattengale e Joey Ryan), che altererebbe in una direzione equivocamente “localistica” la tavolozza espressiva dello score. Sono invece ancora gli archi a farsi protagonisti della pagina forse più intensa, “Revelation”, fondata su terzine continue (violini e celli) in un’andatura stentata, dolente, che si stempera in chiusura ancora sull’effetto celestiale di voci femminili circondate da rintocchi e gorgoglii di vibrafoni e tastiere. E nuovamente voci “celesti”, sovrapposte e quasi aliene, si distendono lungo “The speech”, stemperate però nel fraseggio pacato e rasserenante degli archi, in una pagina che ci ricorda come Elfman sia per natura e vocazione un musicista con lo sguardo rivolto al cielo – qualunque cosa esso contenga - e l’ispirazione attinta nell’immaginazione.
Peraltro va sottolineato come il musicista si sottragga, pur in un contesto così precisamente definito, alla benché minima tentazione naturalistica: tutto è trasfigurato, riscritto e riproposto in un universo sonoro quasi surreale, poeticamente “altro”, semplificato sino all’estremo ma non per questo meno vibrante e autentico.
