Fabrizio Bosso Plays Enchantment – L’incantesimo di Nino Rota
Scritto da Roberto Pugliese   
Giovedì 16 Febbraio 2012

cover_bosso_rota.jpgNino Rota
Fabrizio Bosso Plays Enchantment – L’incantesimo di Nino Rota (2011)
Schema Rearward RW 145
8 brani + 1 brano di Stefano Fonzi – durata: 51’46”

 

Anche il centenario rotiano ha la sua celebrazione discografica, forse meno monumentale dello scrigno-Varèse dischiusosi in omaggio a Herrmann, ma sicuramente particolare e diremmo molto consono alla natura intrinseca della poetica di Rota, la cui “semplicità” e il cui conclamato “candore” celavano in realtà un musicista straordinariamente accorto, complesso, contaminante e ironico.
 L’omaggio viene da questo “incantatorio” – è il caso di dirlo – cd Schema Rearward (distribuzione della milanese Ishtar) in cui il talento funambolico e ipnotizzante del trombettista Fabrizio Bosso, indiscusso protagonista della scena jazzistica italiana, si trova a braccetto con le architetture sonore della London Symphony Orchestra (dai tempi di Star Wars, l’orchestra sinfonica classica da sempre più in prima linea nell’esposizione sul campo della musica cinematografica) impegnata in una serie di riorchestrazioni sotto la direzione ipersensibile e caleidoscopica di Stefano Fonzi, direttore e compositore abruzzese dagli interessi innumerevoli, attivissimo nel campo della musica applicata, dal cinema al teatro e, soprattutto, alla televisione.  I temi evocati sono di debordante notorietà per il grande pubblico, ma il trattamento strumentale qui loro riservato (tra l’altro concependo l’album come un’unica grande suite senza soluzione di continuità) riserva sorprese che i fan più ortodossi del maestro milanese accoglieranno sicuramente non senza stupore seguito, ci auguriamo, da commossa ammirazione. Il dato di fondo, unificante dal punto di vista stilistico, è il doppio registro su cui si muove il solista torinese: da un lato il suono del suo strumento rivela echi milesdavisiani, fissità lunari, struggimenti composti e di asciutto lirismo; dall’altro il suo virtuosismo si scatena in figurazioni surreali, evoluzioni pirotecniche, schemi variativi di purissima, scintillante improvvisazione.
 Basta il felliniano Otto e mezzo (1963) per rendersene conto, col suo inizio trasognato nel quale il celebre tema della Passerella finale fatica a farsi timidamente largo fra tintinnare di carillons e un’enunciazione frammentata, quasi balbettata; questo prima che l’orchestrazione di Fonzi si ampli a proporzioni inattese, chiamando nella ripresa archi e ottoni della London Symphony, sul rullo dei timpani, ad una esposizione quasi epica, cui segue uno stacco squisitamente jazz nel quale Bosso ha modo di mettere in evidenza la propria lievissima, imprendibile e stratosferica agilità.
 La malinconica apparizione del tema da Romeo e Giulietta di Zeffirelli (1968), uno dei più belli mai scritti da Rota, s’inserisce in una versione più tradizionale, con la tromba solitaria ripresa dal cello e poi dagli archi, per uno sviluppo in leggero movimento di danza, dove nelle sottolineature degli archi affiorano stilemi morriconiani che appaiono come consapevoli citazioni di Fonzi verso colui che egli ha sempre riconosciuto come il proprio maestro di riferimento e modello di ispirazione compositiva: splendida la coda del brano affidata ad un fraseggio notturno e calibratissimo dei celli. Anche Amarcord (F. Fellini, 1974) declina uno dei temi più popolari del maestro in modalità multiple: l’impianto cantilenante della melodia è scomposto all’infinito, trovando anche una parentesi in cui si trasforma in drammaticissima perorazione degli ottoni, rinchiusa tra un’esposizione fanciullesca e pacata e una coda (basso e batteria) che non sarebbe affatto spiaciuta al “jazzista” Rota (pensiamo a certi interludi di musica d’ambiente del viscontiano Rocco e i suoi fratelli). E proprio a Visconti, e al Gattopardo (1963) si giunge con quella che è senz’altro la più bizzarra rilettura dei Ballabili mai offerta, o almeno di uno dei temi che ne fanno parte. Se l’incipit garantisce ancora qualche riconoscibilità, sia pur in una chiave swingata e spensierata, la ragnatela di variazioni per batteria, basso e pianoforte che ne segue è festa di e per jazzisti doc (ma attenzione alla puntigliosa conservazione delle armonie e altezze di riferimento): il brano però ha, secondo lo schema collaudato, una conclusione di altra atmosfera, con un valzer febbrile per trombe e archi che si spegne nei legni e rallenta nei soliloqui e nei pizzicati degli archi, agganciandosi direttamente – nei legni, al tema del seguente La strada (F.Fellini, 1954).
 Va da sé che qui l’identificazione tra Bosso e la fonte filmica è diretta: la tromba di Gelsomina, con quel mestissimo, discendente leit-motif che si vuole derivato da una serenata dvorakiana (il citazionismo di Rota non aveva confini, né consapevoli né inconsapevoli…) si reincarna nel fraseggio morbido del solista, raddoppiato da viola e violino sulle modulazioni discrete ma decisive degli archi manovrati da Fonzi, quasi a sottolineare la fiorente e stimolante ricchezza armonica che il tema, nella sua linearità, contiene. Il dialogo tra violino solo e tromba è forse uno dei momenti più alti e intensi del cd ed anche qui il clarinetto si incarica, in chiusura, di alludere al seguente Il Padrino (F.F.Coppola, 1972).
 Se è un piano da lounge-bar a introdurre il brano, il sound di Bosso dà al leggendario tema da Oscar lo spessore di un canto straziato, di un’invocazione quasi disperata quanto sobria nel fraseggio e nella dinamica. Lo sviluppo sinfonico che ne segue è impressionante nella scansione degli ottoni e nell’imperiosità dell’andatura impressa da Fonzi, ma la terza variazione, in forma di ballabile su un ritmo spezzato degli archi nel quale torna a inserirsi con estrema semplicità il trombettista, rivela decisamente un aspetto nuovo di questa, pur usuratissima all’ascolto, pagina, che si chiude “sub specie jazzistica” con una vertiginosa cadenza di Bosso e poi un agitato movimento di archi e pianoforte, con un pizzicato che accompagna le ultime note del solista con sordina e tanto di “effetto uà-uà”. C’è spazio ancora per cascate di pianoforte e una solenne riappropriazione del tema da parte dell’orchestra, prima del brano che è la rarità rotiana di questo album, il tema da Ragazzo di borgata, film che nel 1976 costituì l’esordio dell’allora 42enne regista romano Giulio Paradisi, con una storia dal sapore pasoliniano e dai risvolti familiari molto amari. Il tema di Rota sembra evocare le memorie di Rocco e i suoi fratelli, in un melodizzare nazionalpopolare apertamente sconsolato eppure vitale. Questo dualismo fra le suggestioni pucciniane e tardoveriste, ed una costante tensione ironica e (auto)critica era del resto fra i tratti distintivi della personalità rotiana. La riscoperta di questa pagina, soprattutto grazie a Stefano Fonzi, ne fa risplendere la sontuosità sinfonica (si ascolti la ripresa degli archi con il sostegno di trombe e corni), per poi scivolare sornionamente, fra staccati di fagotti e clarinetti, nella Dolce vita felliniana (1960).
 Qui la chiave di lettura è un jazz-sinfonismo contaminato e ammiccante che avrebbe fatto la felicità del maestro: il tema principale, sorridente e caustico (si ripropongono indiscutibili le sue analogie con la weilliana Ballata di Mackie Messer), viene prima esposto dagli archi su un disegno ostinato ispirato al morriconiano Metti, una sera a cena, ma poi scoppiettano una serie di variazioni per tromba, piano, flauti, dove Bosso può scatenare tutta la propria strabiliante tecnica (che, sottolineiamolo ancora, mai perde di vista la struttura di riferimento).
 Abbiamo lasciato volutamente per ultimo il solo brano che non è di Rota ma dà il titlolo a questo prezioso album, “Enchantment”, composizione a sé stante dello stesso Fonzi che non cerca alcuna assonanza – come si potrebbe supporre – con l’universo del compositore di Fellini, ma è invece una tenera ballata per tromba e archi nella quale emergono suggestioni molteplici, sicuramente morriconiane nel decorso melodico e nella pastosità delle armonie, ma distese in un melodismo orizzontale, mediterraneo che ha l’acme nel toccante tema principale, disvelato nella propria urgenza lirica dall’assolo del violoncello protagonista di una luminosa cadenza finale.
 Torna alla mente, nell’ascolto di queste pagine così originalmente eppure rispettosamente, amorevolmente rivisitate, la suggestiva metafora dello stesso Fellini sul suo musicista prediletto: «Rota era un uomo che tentava di uscire da porte che non esistevano, quando avrebbe potuto uscire dalla finestra, come una farfalla, tanto era magica e irreale l’atmosfera che lo circondava». Così lo ricordiamo oggi, una farfalla della musica, le cui ali battono di nuovo sull’incanto di Fabrizio Bosso, Stefano Fonzi e la London Symphony.