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03 Giu2011

Copernicus’ Star

Scritto da Roberto Pugliese . Pubblicato in Cinema

cover_copernicus_star.jpgAbel Korzeniowski
Copernicus’ Star (Gwiazda Kopernika, 2009)
La-La Land Records LLLCD1165
20 brani – Durata: 46’58”


Il non ancora 39enne Abel Korzeniowski, polacco di Cracovia e allievo di Krzysztof Penderecki, è la prova vivente che un ricambio, all’interno della musica per film anche europea, è possibile ed è già realtà. Dopo l’acclamatissimo soundtrack per A single man di Tom Ford, partitura imbevuta di neoclassicismo e di un pulsante, tesissimo neominimalismo, Korzeniowski muta radicalmente registro e si lancia in un  poderoso, rutilante affresco sinfonico, che l’infaticabile etichetta di Burbank pubblica ora in tiratura limitata a 1000 copie, per il film di animazione che i registi Zdzislaw Kudla e Andrezej Orzechowski hanno dedicato alla figura del leggendario astronomo cinquecentesco cui dobbiamo la formulazione compiuta e la dimostrazione della tesi eliocentrica all’interno del sistema solare.
L’approccio di Korzeniowski è rigorosamente tradizionale e accademico, sin nel metodo: la partitura, orchestrata personalmente dal compositore, punta su un colorismo acceso – enfatizzato dall’ottima masterizzazione di James Nelson - e su un’immediatezza melodica travolgente, non senza tenere conto di riferimenti d’oltreoceano che vanno da Danny Elfman (soprattutto) a Zimmer a Horner, dallo Shore della Trilogia dell’Anello per risalire indietro addirittura a toni di un’epica ròzsiana (la fanfara conclusiva di “The Bull’s eye”), e tuttavia con il filtro di una sensibilità e un gusto per la strumentazione liquescente, luminosa (campane e campanelle, arpe, piatti, gong, vibrafoni…) che tiene lo score in costante stato di sovraeccitazione sensoriale. Il poderoso, molto elfmaniano ma irresistibile, tema di apertura del Prologue, tra corni e coro e immediatamente sovrastato da una serie di sviluppi sinfonici sfocianti in un movimento di danza d’epoca, è un significativo introitus. Ma già l’Allegro variativo degli archi “To the stars” ci dice che il paesaggio sonoro di Korzeniowski non è mai di facile prevedibilità e la celestiale voce femminile che domina “Prophecy” e altri brani conferma l’impatto fiabesco della partitura (va ricordato che siamo pur sempre in un cartoon, e ce lo rammenta il brillante e scanzonato virtuosismo di “A thief”): che in ogni caso si avvicina al genere, l’animazione appunto, con un approccio decisamente “adulto”.
Rare le citazioni o gli stilemi dichiaratamente d’epoca (“Medic”, “Jubilee”), e per lo più usati in chiave umoristica, mentre la cura del dettaglio (gli xilofoni con i tremoli e pizzicati degli archi di “Breaking free”) prende a tratti le caratteristiche di un lavoro di oreficeria musicale. Il controllo dei piani sonori (archi presentissimi, percussioni vivide e accecanti, ottoni secchi e senza eco: si ascolti “Aquarius”) è sicuramente frutto dell’ottima qualità di registrazione ma anche di una cultura strumentale figlia certamente del patrimonio mitteleuropeo e russo tra Otto e Novecento. Tuttavia Korzeniowski è compositore con un fortissimo senso dell’”immagine musicale” ottenuta a volte anche con soluzioni di sottrazione (gli staccati dei legni e le pause di “Ghosts”), più spesso con un dinamismo irruento (l’incandescente “The hunting dogs”, dove il tema principale è spinto in zone timbriche siderali). Qualcosa della lezione del maestro Penderecki, l’autore del “De natura sonoris” tanto caro a Stanley Kubrick, affiora negli archi spinti al limite e nelle volumetrie di suono di “Snakes”, dove tuttavia sembra ancora una volta che in Korzeniowski prevalga l’impulso caricaturale (fagotti e tuba che si rincorrono, il lamento del cello solo…) sull’esibizione muscolare. Veri e propri effetti di mickeymousing affiorano in “Forbidden book”, dove anche grazie alla spinetta spuntano reminiscenze “alla Addams”, ma è nel brano più lungo dell’album, “The philosopher’s stone”, che molti dei materiali e delle fonti convergono: il fraseggio si distende mentre la temperatura si innalza, gli ottoni alzano solennemente un tema inappellabile, le percussioni non danno tregua e il pacificatorio accordo finale suona come un balsamo. Ancora un piccolo saggio di strumentazione per archi, staccati e irrequietissimi, in “Faustus”, prima del “gaudeamus igitur” di “He who stopped the sun”, preludio ad una perorazione corale sontuosa. Il conclusivo “Scholars” è ancora un energico e tripudiante omaggio alla musica dell’epoca, che si apre in un diluvio di arpe e cori ma poi è dirottato su irresistibili ritmi di danza.
Uno score d’altri tempi, si direbbe, ma dalla creatività ininterrotta e dal fantasismo strumentale come non se ne udivano da tempo. Nel firmamento della musica per film probabilmente è nata… una star.

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Daniela Bocconi

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