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01 Giu2011

In quintetto

Scritto da Roberto Pugliese . Pubblicato in Cinema

cover_inquintetto.jpgNicola Piovani
In quintetto (2011)
La Voce della Luna  LVL 01 11
15 brani – Durata: 77’43”



Raccogliendo anche in questo l’eredità, pur ancor viva e operante, di Ennio Morricone. Nicola Piovani è il compositore italiano di cinema che forse più di altro si spende per far circolare al di fuori del contesto strettamente filmico o discografico la propria musica. A questa passione per il concertismo, cioè per la verifica a fronte del  pubblico del valore intrinseco, autonomo del proprio lavoro, Piovani unisce quella – indeflettibile – per la contaminazione, per l’incrocio degli stilemi, per la reciproca suggestione delle atmosfere: quella “indefinibilità linguistica”, quel “classico meticcio” che – per ammissione esplicita di Piovani – lo ha sempre affascinato. Così è nato “In Quintetto”, prima un tour in giro per l’Italia e ora un album, registrato allo studio Forum Music Village di Roma, dove – grazie anche alla maestria del tecnico del suono Fabio Venturi – la prima preoccupazione sembra proprio essere stata quella di restituire in pieno il senso dell’esecuzione “live”, dell’immediatezza teatrale dell’evento musicale. Il quintetto di cui al titolo è composto dallo stesso Piovani al pianoforte, da Andrea Avena al contrabbasso, Marina Cesari al sax e clarinetto, Pasquale Filastò al cello e chitarra e Cristian Marini alla batteria e fisarmonica. Un organico dunque cameristico, discreto, ma timbricamente molto ampio, che non risente della deprivazione dell’orchestra nella misura in cui la redistribuzione delle parti copre, con grande sapienza, ogni registro.
I brani ripercorrono alcuni dei titoli più celebri del compositore romano e non si limitano al solo repertorio filmico, come dimostra ad esempio la presenza, in una versione dove il pianoforte è aggressivo protagonista, della danzante e zingaresca sigla di Annozero, ormai divenuto popolarissimo logo delle feroci e “scomode” trasmissioni di approfondimento di Michele Santoro. Ma ad aprire l’album è un delizioso omaggio al pianismo improvvisatorio del cinema muto, “Il pianino delle meraviglie”, tratto da Good Morning Babilonia (1987) cui segue il dolente e composto tema da La stanza del figlio (2001) di Nanni Moretti, già in origine scritto per pianoforte, in cui l’arte del rubato, il controcanto del clarinetto e del cello, quest’ultimo su un ostinato in 7/8 del piano, formano un piccolo, pregevole arazzo di sensibilità. Pianistico è anche lo straordinario tema “sospeso”, incerto, quasi titubante, da Caro diario (1993) sempre di Moretti, qui sostenuto da una batteria onirica e pronunciato con un fraseggio di sobria drammaticità.
Molto intenso e coinvolgente è anche il primo dei due temi da Il camorrista (1986) opera prima di Peppuccio Tornatore, dove l’accorato sentimentalismo mediterraneo di apertura fronteggia un secondo tema molto minaccioso, intarsiato su una cellula iterata del violoncello raddoppiato dal clarino e scandito dalla percussione, in una progressione anche armonica incalzante e alla fine inesorabile. La trascrizione cameristica del tema conduttore, un “adagio amoroso”, da La vita è bella (1997) di Roberto Benigni, che valse l’Oscar al compositore, ne fa apprezzare la semplice linearità melodica e cantabile, anche se senz’altro più nota è la scoppiettante e molto rotiana “beguine” a seguire, popolarissima ormai ovunque, divenuta canzone col titolo di “Beautiful that way” interpretata da Noa.
Le code a changé è un film del 2009 della regista francese Danièle Thompson, al momento inedito in Italia: una sorta di A cena con gli amici in cui appunto un’occasione conviviale di gruppo, apparentemente rilassante e liberatoria, si trasforma gradualmente in un drammatico redde rationem reciproco. Il tema di Piovani, ispirandosi ad uno dei personaggi che insegna flamenco, intesse una lunga e complessa serie di micro variazioni ritmatissime nelle quali le evoluzioni del sax e la verve jazzistica del basso pizzicato hanno un ruolo preponderante. A chiudere i brani da film c’è La voce della luna (1990), il congedo di Federico Fellini: e la bipartizione fra la malinconica ballata iniziale e l’andatura danzante e picaresca (occorrerà di nuovo evocare il fantasma di Nino Rota?) è un altro dei biglietti da visita della poetica piovaniana.
Non solo cinema, però, si diceva: la “Suite De André” ingloba alcuni dei temi che si ritrovavano nei due album del cantautore genovese “Non al denaro, non all’amore né al cielo” del 1970 e “Storia di un impiegato” del 1973: in avvio il tema e il controtema della canzone “Il chimico” introducono il preludio de “La collina”. La melodia che concludeva quel disco, “Il suonatore Jones”, scivola nel prologo di “Storia di un impiegato” che ne contiene già il tema finale, in un compulsivo e quasi soffocante incalzare ritmico. “La melodia sospesa”, originariamente concepito per il dramma La cimice di Majakovskji, è – alla lettera – un canto per strumento a fiato sospeso nel nulla, armonicamente instabile, intimamente e profondamente malinconico, chiuso anzi interrotto su un accordo di mi settima psicologicamente ed emozionalmente irrisolto.
L’ampio “blocco greco” composto dai tre miti “I Dioscuri, Il volo di Icaro, Narciso e Eco” palesa la suggestione del maestro per un patrimonio mitologico che è anche inesauribile fonte di storie, magie, ispirazioni. Nessuna indulgenza, ovviamente, verso improbabili “antichismi” o recuperi musicalmente archeologici. Il tematismo obliquo, a tratti ambiguo di Piovani risalta soprattutto nel dialogo sax-cello del primo brano, e nella scelta di una ritmica che ricorda un po’ alcune trascrizioni bachiane di Jacques Loussier; mentre l’ariosità mossa, instabile del secondo è affidata ancora al sax e alla batteria e “Narciso e Eco” si fonda su una serrata intelaiatura armonica iniziale introdotta dal pianoforte e poi ripresa a più voci, ma per convergere nella parte centrale in uno squarcio liederistico struggente di clarinetto e cello, e concludersi infine nuovamente con un’accensione ritmica di stampo jazzistico. E’ il piano solo di Piovani a chiudere l’album con “Poeta delle Ceneri (a Graziella)”, imperiosa ballata scritta per l’omonimo poemetto di Pier Paolo Pasolini e scandita su un ritmo giocato per attese e ritardandi, improvvisi ripieghi melanconici e rabbiosi slanci quasi simili a invettive, com’era d’altronde nella natura del poeta e scrittore di Casarsa.
Un album, in sintesi, che ci restituisce un Piovani multiforme e antiaccademico, improvvisatore e polisemico, capace anche nel proprio svariato repertorio di trovare sempre nuove forme e cadenze di comunicazione ed emozione.

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Daniela Bocconi

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