| Cracks |
| Scritto da Roberto Pugliese |
| Mercoledì 11 Maggio 2011 |
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La scrittura di Navarrete è ricercata e nobilmente classica, volta a lasciare largo spazio ai solisti (“It is not forever”), ed è in ogni caso tenuta costantemente su toni più che sommessi, quasi sussurrati, il che a tratti non fa che accrescere l’effetto di suspence psicologica (i tremoli e i pizzicati di “Cracks”). E’ appena il caso di annotare che una simile opzione stilistica, così coerente e costante sia dal punto di vista delle scelte strumentali che della temperatura espressiva, corre il rischio di qualche monotonia: e si avvertirebbe ogni tanto l’esigenza di una maggior attenzione alla differenziazione leitmotivica (non a caso è molto bello ed emozionante il riapparire del tema per archi della protagonista in “Fiamma’s return”) o di una più spiccata ariosità (come nel mosso “To dive is to fly” o nel disarmante, cantabile “St.Agnes Eve” dove appare anche il suono di un’armonica). Ma la scelta del 55enne compositore aragonese è, in tal senso, piuttosto rigorosa e univoca, anche nelle circostanze e situazioni più psicologicamente border line: “Jealousy”, ad esempio, è un moto perpetuo irrisolto di archi sottovoce dalla valenza insinuante e disturbante; “Seduction” è fondato sulle ricorrenti terzine del piano di accompagnamento agli irrisolti e intrecciati decorsi degli archi; e “Desperation” è un lento introspettivo, sempre per archi, inframmezzato da pause interrogative. Un tono più drammatico e accelerato è riservato agli ultimi brani, come l’allegro ostinato in crescendo dei violini staccati di “Out of bounds”, gli sconsolati assoli di “Forever” e la lunga ballata (vagamente “alla Piovani…”) conclusiva di “Open water”: che conclude una partitura sicuramente e premeditatamente monocolore, ma tutta protesa a suscitare una partecipazione affettiva fuori dai canoni d’ascolto consueti. |









Javier Navarrete