Cracks
Scritto da Roberto Pugliese   
Mercoledì 11 Maggio 2011

cover_cracks.jpgJavier Navarrete
Cracks (Id. - 2009)
Varèse Sarabande - Colosseum VSD (CVS) 6993.2
28 brani – Durata: 58’02”

 

Compositore tra i più rilevanti nella generazione dei cinquantenni spagnoli, Javier Navarrete, a differenza di altri suoi colleghi come (l’inarrivabile) Roque Baños o Carlos Cases, può vantare una maggiore duttilità stilistica, una capacità di non auto confinarsi in un genere – l’horror - che, musicalmente, è sempre a rischio di tradursi in un supermarket di stereotipi. Non deve dunque stupire, se non piacevolmente, questo score delicato e introspettivo per un ambiguo e torbido dramma di attrazioni e gelosie tutto al femminile, opera prima della figlia di Ridley Scott, Jordan, prodotto dal padre e dallo zio Tony, che indaga negli oscuri meccanismi sentimentali che giocano all’interno di un gruppo di ragazze, allieve di una enigmatica e affascinante maestra di nuoto, in una scuola inglese degli anni ’30. E’ il pianoforte, un pianoforte delicato e quasi timido, il protagonista della partitura, sin dall’enunciato incerto sui violini divisi dell’iniziale “The School”; ed è sempre il pianoforte a connotare, su un ondeggiante accompagnamento di archi, anche il tema di Fiamma, la ragazza deus-ex-machina dell’intera vicenda, secondo un andamento nel quale l’innocenza del decorso melodico e un vago sapore esotico (Fiamma è spagnola) suggeriscono, più che esibirlo dichiaratamente, il profilo sfuggente del personaggio.
 La scrittura di Navarrete è ricercata e nobilmente classica, volta a lasciare largo spazio ai solisti (“It is not forever”), ed è in ogni caso tenuta costantemente su toni più che sommessi, quasi sussurrati, il che a tratti non fa che accrescere l’effetto di suspence psicologica (i tremoli e i pizzicati di “Cracks”). E’ appena il caso di annotare che una simile opzione stilistica, così coerente e costante sia dal punto di vista delle scelte strumentali che della temperatura espressiva, corre il rischio di qualche monotonia: e si avvertirebbe ogni tanto l’esigenza di una maggior attenzione alla differenziazione leitmotivica (non a caso è molto bello ed emozionante il riapparire del tema per archi della protagonista in “Fiamma’s return”) o di una più spiccata ariosità (come nel mosso “To dive is to fly” o nel disarmante, cantabile “St.Agnes Eve” dove appare anche il suono di un’armonica). Ma la scelta del 55enne compositore aragonese è, in tal senso, piuttosto rigorosa e univoca, anche nelle circostanze e situazioni più psicologicamente border line:  “Jealousy”, ad esempio, è un moto perpetuo irrisolto di archi sottovoce dalla valenza insinuante e disturbante; “Seduction” è fondato sulle ricorrenti terzine del piano di accompagnamento agli irrisolti e intrecciati decorsi degli archi; e “Desperation” è un lento introspettivo, sempre per archi, inframmezzato da pause interrogative.
 Un tono più drammatico e accelerato è riservato agli ultimi brani, come l’allegro ostinato in crescendo dei violini staccati di “Out of  bounds”, gli sconsolati assoli di “Forever” e la lunga ballata (vagamente “alla Piovani…”) conclusiva di “Open water”: che conclude una partitura sicuramente e premeditatamente monocolore, ma tutta protesa a suscitare una partecipazione affettiva fuori dai canoni d’ascolto consueti.