Mameli. Il ragazzo che sognò l’Italia
Giuliano Taviani & Carmelo Travia
Mameli. Il ragazzo che sognò l’Italia (2024)
Cinevox Record
20 brani – Durata: 49’12”

Sarà un caso. Da quando certa retorica patriottarda (o patriottica, a seconda dell’angolazione) ha rimesso in auge l’idea di “patria” – una delle tre parole, insieme con “Dio” e “l’umanità”, che “i retori” (appunto) “han fatto nauseose”, a detta di Guido Gustavo Gozzano -, la fiction (in senso lato) nostrana ha rispolverato la figura di Goffredo Mameli, noto sì per avere scritto il testo di quello che diverrà l’inno nazionale, ma poco o nulla conosciuto come persona/personaggio. A narrarne la breve (1827-1849) non meno che intensa vita hanno provveduto in tempi ravvicinati il lungometraggio Goffredo. E l’Italia chiamò diretto da Angelo Antonucci nel 2023, con musiche di Marco Werba che a breve recensiremo, e la miniserie (4 parti, 2+2) trasmessa dalla prima Rete RAI il 22 e 23 febbraio ultimi scorsi. Dirigono Luca Lucini e Ago Panini, interpretano fra gli altri Riccardo De Rinaldis Santorelli nel ruolo di Mameli, Neri Marcoré (Giorgio Mameli), Amedeo Gullà (Nino Bixio), Barbara Venturato (Geronima Ferretti, primo sfortunato amore di Goffredo), Chiara Celotto (Adele Baroffio, seconda passione amorosa del patriota). Si prendono in considerazione gli ultimi due anni di vita del poeta-soldato, dalla prima guerra d’indipendenza alla Repubblica romana, nella cui difesa perì: la composizione dell’inno, gli incontri (Mazzini, Garibaldi, Nino Bixio), gli amori brucianti. Insomma, un eroe romantico nel senso più pieno, e storico e universale. Il pregio maggiore, a parte l’accurata ricostruzione d’epoca, i colori vividi, scenografie, paesaggi, insomma quell’esteriorità che è sostanza, risiede nella rappresentazione priva dell’aulica enfasi che è spesso il prezzo da pagare a certi soggetti, come il Risorgimento nazionale, racchiuso entro mitologie tonitruanti e stucchevoli. Mameli e i consacrati padri della patria vengono qui inseriti in un contesto di “vita normale”, eroi senza saperlo, portatori di idee sentite in profondità. Goffredo e i suoi compagni appaiono come giovani di ogni tempo, idealisti come solo i giovani sanno essere, impetuosi, sognatori, paradigmi di una stagione della vita: “una storia di ragazzi, una «via Pal» genovese” chiosano i due registi (1). Ed anche una fiction che si lascia seguire, dai ritmi quasi cinematografici, e con i volti giusti, d’una credibilità lontana dalle consuete “facce da fiction” che ci fissano dal video in una immobilità agghiacciante di espressioni o allocchite o buoniste. E in fine, last but not least, una splendida score che si impone all’ascolto già in corso di visione, e ti fa dire “ci siamo”.
Giuliano Taviani e Carmelo Travia firmano le musiche di Mameli. Classe 1969 e ’70, lavorano spesso in coppia. Giuliano è figlio del regista Vittorio, ha studiato composizione, orchestrazione e arrangiamento jazz. Ha scritto per i Taviani ovviamente, e poi Carlo Vanzina, Ferzan Özpetek, Marco Risi, Francesco Munzi, Franco Nero e molti altri. Attivo anche nelle serie tv, nei documentari, nelle musiche di scena. Di Carmelo Travia conosciamo meno. Trattasi comunque di due figure di spicco dell’ottava arte italiana del nuovo millennio, come bene prova anche questo Mameli.
La score è di quelle belle, musica che si lascia apprezzare. C’è un tono melodico di alta godibilità, ispirato ad un classicismo agonistico e dinamico. I due tengono presente la musica dell’epoca senza impelagarsi in operazioni archeologiche e filologiche che rischierebbero il déjà-vu e la freddezza. E dunque aggiungono un filo di “espressività” al materiale di base che si rinfocola nelle forme di un sobrio sentire malinconico o, altrove, si ammoderna in contenute dissonanze; o, ancora, prende l’aire in accenti epici e ben dosate aumentazioni ritmiche ove necessario. L’organico prevede violino (Alberto Mina, Ingrid Belli), viola (Francesco Negroni), violoncello (Luca Pincini), flauto (Roberta Presta), clarinetto (Roberto Petrocchi, Simone Salza), chitarre (Stefano Camarca), supportati dalla Roma Film Orchestra diretta con efficacia da Alessandro Molinari. Le orchestrazioni sono degli autori, in qualche occasione affiancati da David Cerquetti. Pubblica la gloriosa Cinevox in formato purtroppo solo digitale.
Pur in una sostanziale unità di organico e di timbri, la musica suona varia in un susseguirsi di temi e momenti che garantiscono un ascolto sempre vivo e vigile. La linea dominante è “Geronima”, valzer malinconico modulato in cromatismi delicati, note suadenti, caste ebbrezze dell’anima. Il titolo rinvia a Geronima Ferretti, infelice amore di Goffredo, corrisposto ma impedito dalla famiglia di lei (in realtà, si trattava della cantante lirica Giuseppina Ressa, che non volle sposare il giovane patriota per motivi politici; ma qui, è fiction). Numerose le proposizioni tematiche, tutte “alternative” e convincenti a partire dalla “Versione sestetto” risolta nel fluido dialogo dei sei strumenti ad arco. Pagina classicistica in cui il sembiante “salottiero” non riesce a mascherare la persistenza elegiaca di fondo, che contrasta con la forma levigata e, a conti fatti, ingannevole. (E’ questo – forse - il limes tra il classicismo musicale storicizzato e il suo recupero “moderno”. Si tende oggi ad esplicitare maggiormente: senza eccessi, senza (s)cadere nel sentimentalismo, centellinando il “sentire” in piccole ma ben avvertibili quantità. Di più: quella del cinema, quando tocca certi livelli, potrebbe essere la “nuova musica classica”: ossequiente alla tradizione nella coscienza di un pregresso arricchito dai nuovi linguaggi a livello e colto e popolare, sostenuta da una sempre più perfezionata tecnologia, stimolata da una committenza che può divenire occasione e non solo essere condizionamento filmico/commerciale, essa si pone davvero come una delle forme più rappresentative della musica del nostro tempo – come ha asserito più volte Sergio Miceli - e solido ponte tra il passato e noi). E allora, se la breve ripresa “Versione waltz” si modella nelle forme di un minuscolo valzer orchestrale, altrove (“Geronima”, tracce 5 e 9) si approda ad un lirismo reticente, l’organico si amplia con pianoforte e chitarra, le venature saturnine assumono maggiore rilievo, si materializzano climi sognanti ed aerei o di sconsolata desolazione.
Accanto a “Geronima”, altre proposte di buona cantabilità sono “Rime d’amore” (madrigale elegante e gentile, pianoforte e clarinetto propiziano fantasticherie sentimentali molto primo Ottocento), “Rosso verde waltz” (momento mondano con violino su tempo di valzer), “Casanova” che inscena un minuetto brioso di tono settecentesco e cortigiano in un flash di 35”. Per contro, una misura raccolta, meditativa, quasi religiosa degli archi pervade “Pietas”. In “Angeli e demoni” archi e piano donano voce ad una melodia agitata, più demoniaca che angelica con timbri scuri, rallentamenti e riprese, sospensioni e tremoli, pizzichi di maledettismo romantico. Alle pagine caratterizzate da un percorso melodico senza intoppi altre si affiancano meno lineari, il discorso musicale tende alla frammentazione, si ricorre alle pause, si susseguono stili e forme diversi. Come in “Andiamo a Venezia”, che in una ipotetica library potrebbe titolarsi “Attesa/preludio e azione”: una prima parte con scarse note del pianoforte sull’orchestra che si insinua, momento statico; il successivo avvento dei contrabbassi ben scanditi apre ad uno scattante liberatorio dinamismo. “Naufraghi” è un altro tensivo/dinamico più sviluppato ed articolato: accordi immoti del piano su fascia orchestrale, accensioni del violoncello e rinforzi percussivi, scatti nervosi degli archi e crescendo inquieto finale. Particolare “Bel vestito”, sospensione con schegge degli archi e clarinetto, pause, echi protonovecenteschi, effetti di pantomima onirica. Ripreso in “Versione Gipsy” con chitarra e nacchere, può evocare un contesto “gitano” ma anche – e meglio - suggerire una grottesca musica di corte: il pretesto “popolare” si travasa in rielaborazione colta. “Clamide” è una fulminea incursione in territori misterioso/orrorifici con fascia e ostinato dei contrabbassi. “Osteria M” e “Oregina” (quartiere genovese dove venne per la prima volta eseguito il “canto degli Italiani” il 10 dicembre 1847) sono pagine molto mosse con percussioni ed archi: ritmi sincopati che possono ricreare un ballo vivace o preparare l’azione in una positiva ambivalenza.
Altrove la partitura si svolge all’insegna dell’attendismo, del sottinteso, dell’implicito: mai sopra le righe, suscitare in colui che ascolta la percezione che oltre le note v’è dell’altro, accendere l’immaginario. Nella sezione che definiremo “risorgimentale” simile procedere si esplica per intero. Come in “Roma! Repubblica! Venite!”. Esaurita l’enfasi nel titolo, 8 minuti di pathos più estensivo che intensivo. L’ampia durata consente uno sviluppo che bypassa i vincoli del sincrono. Si inizia in sordina con gli archi che gradualmente si animano in tempo di marcia e abbozzano un tema epico. Una seconda parte, parecchio lunga, tesa e sospesa, accumula ostinati, riprese del movimento, accensioni percussive, stoccate dei contrabbassi in eco (viene in mente il Goldsmith “zoppo”). Il terzo conclusivo momento recupera ed estende l’esordio, tornano gli archi in ritmo e il motivo epico affidato al fagotto con inserzione dell’organo; si chiude con i violini in ascesa e bruscamente troncati. Pagina intensa, partecipe, corale e insieme sobria. Da (ri)ascoltare.
“La battaglia di Pozzolo” è titolo fuorviante, suggerisce una dimensione bellica che non trova conferma all’ascolto. Siamo ad un passo dal minimalismo con concise percussioni su archi in fascia che trapassano dall’acuto al grave e iniziano un’idea tematica ancora una volta senza seguito. Il clima è irreale, plumbeo (brevi interventi dei contrabbassi). La “battaglia” non è ancora evento, invece attesa snervante ai confini dell’allucinazione.
“Viva la Repubblica romana” e “Nasce il canto” aggiungono nuovi colori. Violino sospeso, animazione gioiosa e solenne dell’orchestra, chiusa con organo raccolto nel primo; piccola ouverture degli archi, poi coro e clarinetto nel secondo, positiva voglia di canto. Due momenti di fervore patriottico, di idealismo, di speranze: alla musica il compito di pronosticare la futura nazione, ancora lontana dal realizzarsi, bella da immaginare e da cantare.
Questo Mameli firmato Taviani-Travia è un lavoro solido, sorvegliato e colto. Vi traspare una piena conoscenza della musica del periodo tradotta in rielaborazioni credibili anche nei momenti di maggiore fedeltà ai modelli (“Casanova”, “Rosso verde waltz”, “Rime d’amore”) e in recuperi personalizzati (“Geronima”, “Angeli e demoni”), unita ad una non minore consapevolezza della storia e tradizione della musica per il cinema. E allora, a parte i già segnalati parchi richiami goldsmithiani, si respira un’atmosfera a la Morricone senza nulla di epigonale. Momenti quali “Geronima” e “Pietas” presuppongono un retroterra riconducibile ai cromatismi del Maestro romano e al suo uso delle pause, dei silenzi.
I due compositori ci donano una score d’alta fattura e avviso che buona musica per l’immagine si può fare anche in un’epoca, come l’attuale, tanto meno creativa rispetto alla golden age che abbiamo vissuto.
(1) /https://www.rai.it/dl/doc/1706517170528_MAMELI.pdf ultimo accesso: aprile 2024).
