Son of God & Winter’s Tale

Hans Zimmer, Lorne Balfe, Lisa Gerrard
Son of God (2014)
Republic/Universal B0020167-02
11 brani + 4 canzoni – durata: 68’66”

Hans Zimmer, Rupert Gregson-Williams
Storia d’inverno (Winter’s Tale, 2014)
WaterTower Music WTM39501
14 brani + 1 canzone – durata: 63’54”
Il rapporto che Hans Zimmer intrattiene con i suoi più stretti e fedeli collaboratori, ormai un vero e proprio “cerchio magico”, è complesso e ambivalente. Da un lato questi artisti assorbono molto delle tecniche e degli stilemi zimmeriani, a volte addirittura enfatizzandone le caratteristiche (la magniloquenza strumentale, l’utilizzo del mix elettronica-orchestra, la ritmica ossessiva e incombente), dall’altro è lo stesso compositore inglese a modulare in qualche caso il proprio stile sulle singole personalità, soprattutto nel caso di presenze più incisive e autorevoli, come quelle di Harry Gregson-Williams o di Klaus Badelt.
I due casi in esame costituiscono altrettanti esempi significativi nella casistica di questi “tandem”, e dimostrano bene come i flussi creativi scorrano – nei casi più felici – vicendevolmente tra Zimmer e i suoi sodali, creando partiture di mediazione, dai tratti stilistici intrecciati e stimolanti.
Ultimo in ordine di tempo capitolo di una lunga teoria di film cristologici (i cui inizi coincidono praticamente con la nascita della storia del cinema), Son of God è l’adattamento per il grande schermo della miniserie tv americana La Bibbia, realizzata per il canale via cavo History. E di quel soundtrack, che Zimmer ha firmato insieme al compositore scozzese Lorne Balfe e alla fedelissima cantante e musicista australiana Lisa Gerrard, trasferisce con sé ampi materiali e spunti. La committenza impone tonalità mistiche, spiritualeggianti, ma ciononostante il colore della partitura appare misterioso più che ascetico, solennemente dipanato lungo ampie frasi degli archi, dolenti trenodie vocali e profonde, ancestrali vibrazioni percussive. Decisiva, in tal senso, la compartecipazione del contralto di Melbourne, il cui canto sembra sgorgare dalle viscere della terra, ma determinante è anche la rinuncia di Zimmer a qualsiasi trionfalismo pompieristico (cui in altre occasioni egli ama indulgere), per privilegiare invece un lirismo orizzontale, arcaico e astratto, e un sound tipicamente New Age, in cui l’influsso di Balfe è evidente. Il severo tema che si alza lentamente su un ostinato di archi in “In the beginning” è una specie di epitome zimmeriana, ma il denso fraseggio sempre degli archi in “Through his eyes” ha un profilo quasi operistico, anche se a comprometterlo interviene l’inserimento di parti di dialogo, scelta sempre molto opinabile. “Faith” è di fatto una suite a sé stante, lunga oltre tredici minuti, dallo sviluppo rigoroso e formalmente impeccabile: su un ostinato ritmico sommesso quanto implacabile, celli e voce solista elevano una semplicissima linea melodica che va a defluire lentamente in un sublime, rarefatto arabesco di violini soli per ricongiungersi infine al paesaggio di partenza, in un clima di luminosa serenità. Impressionante è poi il “Roma’s lament”, che la Gerrard e i violoncelli offrono nella forma di una nenia funebre e che rappresenta un vivido esempio del tematismo zimmeriano, qui basato su linee modali e soluzioni di radicale assottigliamento (il lunghissimo “re” tenuto dei violini che chiude “Fisher of men”). L’altra componente importante della partitura è quella etnica, che affonda le proprie radici nella musica araba e mediorientale, ancora una volta garantita dalla voce ammaliatrice della Gerrard, pronta ad evocare l’immagine di minareti notturni e distese desertiche (“I am”), appellandosi a quella sua caratteristica capacità di trasformare un segmento di canto in lamento straziante e penetrante, come in “Rise up in faith”. I quattro remix sono altrettanti bonus tracks che nella coerente visione di un prodotto “misto”, pop-strumentale, al quale ormai Zimmer ci ha abituati, ospitano alcuni artisti in linea con l’atmosfera richiesta: il rapper Cee Lo Green (“Mary, did you know?”), l’americano Steven Stern, anch’egli nella squadra di Zimmer, con il jazzista californiano George Krikes (“Soul of a man”), la band di alternative rock del Colorado OneRepublic (“Life in color”) e i pentecostali australiani Hillsong United, un gruppo di rock cristiano che fa capo ad una chiesa evangelica di Sydney e Brisbane (“Oceans”).
Diversi i presupposti, e gli esiti, di Storia d’inverno, zuccheroso racconto fantasy-avventuroso d’epoca, di ascendenze shakespeariane, che segna il debutto registico dello sceneggiatore Akiva Goldsman. Qui infatti il tandem è con Rupert Gregson-Williams, fratello minore di Harry e – come questi – anch’egli affiliato alla scuderia Zimmer. Rupert però, a differenza del fratello, è un compositore delicato, quasi reticente, che ama i suoni soffusi e le atmosfere crepuscolari. E Zimmer, che proprio insieme a Harry aveva firmato nell’ormai lontano 1997 il soundtrack in punta di piedi per Il senso di Smilla per la neve (Teldec Records 0630-17872-2), si allinea su questi parametri con una partitura di consistenza trasparente, lieve e sussurrante. Lo si percepisce nel disegno arabescato del pianoforte sul tessuto di archi e nel movimento dei celli in “Look closely”, tipica “pièce lyrique” senza picchi emotivi né dinamici, della quale qualche feroce recensore ha scritto che «potrebbe andare benissimo per uno spot sulla ricerca contro il cancro»,.. In termini meno perfidi, è del tutto evidente un certo torpore nell’enunciazione delle frasi, e un generico “buonismo” nella strumentazione, che risolve la parte fantasy in cupi ricorsi all’elettronica o al ringhio dei bassi (“It’s the ripples that give the work meaning”), e leviga il lato romantico con ampie frasi degli archi o intimiditi tocchi del pianoforte su lunghissime note tenute degli stessi (“Rise up”). Il lungo “I love blood on the snow” percorre ambedue queste strade, iniziando con sonorità misteriose e immobili, quasi da horror, per accendersi progressivamente di energia e chiudersi su liriche divagazioni dei violini; classicamente per pianoforte e archi si snoda “Princess bed”, cui si deve anche un intenso, trasognato assolo di violino prima della coda nuovamente enigmatica e dissonante. Ancora il pianoforte, ormai consacrato ad un camerismo impalpabile, accarezza “Can you hear your heart?”, sempre sul filo di una discorsività inoffensiva e quasi preoccupata di nascondersi dietro le note, senza mai correre il rischio di esporsi con un tema o una soluzione rilevanti. Si percepisce bene, attraverso queste pagine di vetro soffiato, il nucleo notturno e favolistico della storia, quasi una “féerie” moderna; un picco drammatico si ha con le accalorate frasi dei violini divisi in “This isn’t right”, in uno sviluppo doloroso e denso, nel quale l’afflato romanticheggiante di Gregson-Williams è palese. Vale anche, e forse ancor più, per il dilagante “You don’t quit me, boy”, che si distende e divampa in un sinfonismo sfrenato, ma qua e là interrotto da bruschi “corpi estranei” quali gli interventi della percussione elettronica e delle tastiere. Anche “Light as a feather”, costruito come un lungo recitativo per archi e vibrante di chiaroscuri timbrici, sembra puntare alla mozione degli affetti, con ampie arcate in minore e ardenti inserti dei celli (a tratti il pensiero corre ai titoli finali di Silvestri per Contact); più incalzante, ritmato e solenne (emerge il “Zimmer touch”) è “The girl with the red hair” che nella seconda parte si apre ad una inedita sontuosità sinfonica. Gli oltre dieci minuti di “Becoming stars” fanno storia a sé perché riassumono le varie anime dello score; l’incipit è decisamente e perentoriamente minaccioso, con crescendi travolgenti, echi rimbombanti, archi sul ponticello e dilatazioni armoniche che declinano compiutamente le generalità di una musica fantasy. Su questo terreno fremente si fa largo il fraseggio dapprima agitato poi più quieto degli archi, in un percorso che ci riporta alle tonalità d’inizio, languidamente adagiate sugli interventi pianistici e, in chiusura, su un rassicurante schema ricapitolativo che si conclude su un “si” sovracuto dei violini. Non può mancare, in un soundtrack siffatto, il brano ospite, che qui è “Miracle”, affidato alla popstar british da 5 milioni di copie KT Tunstall.
Siamo, molto chiaramente, dinanzi all’altra faccia del pianeta Zimmer; quella lirico-patetica che convive, a volte contrapponendovisi altre integrandovisi, con il lato più muscolare e militaresco. Entrambi recanti con sé meriti e limiti, genialità e banalità di un compositore la cui inventiva è ormai una mescolanza difficilmente distinguibile di talento e contraddizioni.
