07 Mag2014
La Hermandad
Arnau BatallerLa Hermandad (2013)
Screamworks Records SWR14008
13 brani – durata: 46’11”

Un ulteriore nome va ad aggiungersi alla già folta schiera della New Wave di compositori spagnoli, confermando alcune linee di tendenza comuni alla “scuola” e rivelando un’altra, talentuosissima presenza: con i suoi colleghi come Baños, Velazquez, Salas e altri, il 37enne valenciano Bataller (già segnalatosi con gli score per La herencia Valdemar e sequel) condivide l’approccio sinfonico e tematico alla partitura, l’impianto classico, la scrittura corale particolarmente suggestiva (ispirata in questo caso dall’impostazione parareligiosa della storia) e una particolare propensione per le atmosfere dark, minacciose e da incubo. Ancora una volta è nell’horror e immediati dintorni che le doti di questi compositori sembrano farsi più agevolmente strada, trovando una sorta di foce naturale ad orchestrazioni lussureggianti e combinazioni elaboratissime fra suono acustico e suono elettronico.
I modelli sono evidenti, e possono essere fatti risalire soprattutto alla cosiddetta Silver Age, l’età di mezzo della grande musica cinematografica hollywoodiana, da Goldsmith a Goldenthal per intenderci: non a caso nell’attacco dei Main Titles, con l’ostinato ruvido dei bassi seguito dall’accorato appello della voce bianca in un “Miserere” emotivamente imperioso e patetico, poi ripreso dagli archi, sono ravvisabili tracce de Il presagio, specie nel trattamento corale e nella massiccia densità dei colori orchestrali. Il tema viene poi dilatato a piena orchestra e a piena voce dal coro in “Discovering the past”, esempio lampante di quella torrenziale fluidità di scrittura e concezione che è tipica dei compositori di questa generazione e di quest’area. Se ne può individuare una eloquente ricapitolazione in “First departure”, che inizia sideralmente con le voci bianche per galleggiare poi in un sobbollente magma di archi ed effetti synt e surriscaldarsi infine in un crescendo agghiacciante e repentino. “I have heard children” si sviluppa sommesso nella dialettica pianoforte-archi mentre “Eli’s book” evoca ancora il coro come da lontananze ancestrali, per agitare poi nuovamente le acque in uno staccato degli archi che comprime una rovente urgenza leitmotivica. Arpa e pianoforte dialogano in “There are children” sul rombo profondo delle percussioni prima di un’esposizione vocale del main theme; gli attacchi della partitura sono quasi sempre in pianissimo, provenienti da un silenzio misterioso e allusivo, e gli amalgami del suono non lasciano trapelare predilezioni, fondendosi in alchimie insondabili. Deflagrazioni e accelerazioni subitanee spezzano questa impressione di staticità, come nello scatto furioso di “Investigations”, con archi e ottoni chiamati ad uno sforzo particolare di virtuosismo, secondo la più pura tradizione del genere. Nella concezione classica dello score e nella distribuzione delle parti Bataller è senz’altro agevolato dal ricorso all’Orchestra e Coro del Teatro Liceu di Barcellona, qui al proprio debutto nella musica cinematografica e docili quanto lucenti strumenti di comunicazione per la scrittura espansiva e lussureggiante del compositore. “Isolated”, ad esempio, affida ai violini una delle esposizioni più estese e coinvolgenti del Main theme, mentre “Get them!” si staglia inizialmente grandioso e scultoreo negli ottoni per riproporre poi l’agitato degli archi e coinvolgere solennemente il coro in funzione evocativa. L’innato lirismo che associa molti di questi compositori si fa strada nello struggente “My daughter”, la cui prima parte si scioglie nel fraseggio del pianoforte e del violoncello solo, mentre la seconda, più oscura e allarmante, si sviluppa in lunghe frasi degli archi sospese nel vuoto. Bataller non indietreggia dinanzi agli stereotipi musicali obbligatori del genere, ma li reinventa con una freschezza inedita e in una continua varietà di soluzioni, evitando così almeno in parte il rischio della ripetitività e dell’omogeneizzazione stilistica; inoltre dimostra doti non comuni di orchestratore, prediligendo una scrittura orizzontale, avviluppante, come in “It can’t be”, con gli archi gravi mormoranti e pressoché immobili. Il lungo, affascinante “The confession” si apre con la riesposizione del main theme nei violini che defluisce poi in un’invocazione piena dell’orchestra e coro; una dolente ripresa del tema precede l’intervento pacato e commosso del pianoforte e una vibrantissima, imperiosa offerta del tema a tutta forza dai corni. Affidato ad un fraseggio ricco di sfumature e chiaroscuri, il tema è riproposto in chiusura dalla voce e dai violini in “The brotherhood” secondo uno schema ormai consolidato che lo alterna a un pesante, irrequieto movimento di marcia dei bassi, destinato a placarsi solo nel canto del cello ripreso dai violini: la tecnica leitmotivica appare qui stringente, rigorosa. Ed è questo non l’unico ma sicuramente il più forte elemento che fa di Arnau Bataller un attento e ispirato seguace di una tradizione creativa che ha radici lontane e gloriose.
