Diaz
Scritto da Roberto Pugliese   
Lunedì 16 Aprile 2012

cover_diaz.jpgTeho Teardo
Diaz (2012)
RadioFandango
13 brani + 1 canzone – durata: 49’08”

 

Il cinema “politico” italiano, risorto negli ultimi anni con uno sguardo retrospettivo rivolto a misfatti del passato lontano (Piazza Fontana) e meno lontano (il G8 di Genova), si avvale musicalmente di operazioni di sottrazione piuttosto che enfatizzanti o retoriche; e ciò grazie a musicisti – da Franco Piersanti a Teho Teardo - che, su fronti e con stili diversissimi, operano con lucida intelligenza sulla manipolazione del suono, la sospensione dell’apparato melodico, la semplificazione delle strutture sonore coniugata alla complessità dei percorsi contrappuntistici. Il docudrama-horror di Daniele Vicari sulle infamie sanguinarie compiute dalla polizia e coperte dallo Stato in quella notte di luglio 2001 nella scuola genovese dove dormivano i partecipanti alla manifestazione anti-G8, trova attraverso le escogitazioni del musicista pordenonese ancora una volta un valore aggiunto in termini di efficacia passionale, proporzionalmente diretta ad una essiccazione comunicativa e ad una serie di associazioni timbriche che ottengono, a contrasto, l’effetto di una movimentazione viscerale straordinaria.
Fondamentale qui la nuova collaborazione di Teardo con il Balanescu Quartet (si ricorderà il loro sodalizio nel 2009 per lo spettacolo teatrale Ingiuria, inscenato con la Società Raffaello Sanzio), la formazione fondata un quarto di secolo fa dall’allora 33enne violinista rumeno, e con la quale egli è diventato uno degli esecutori (e dei compositori, anche al cinema: Il partigiano Johnny, 2000, Guido Chiesa) di riferimento nel panorama contemporaneo. Fondamentale perché nella qualità di suono e di fraseggio dei musicisti di Balanescu Teardo trova la massima soddisfazione per la sua innata predilezione a costruire scenografie, design sonori fondati sull’interattività fra la pastosità cantabile e mesta degli archi e il suono cangiante, inquieto e pulsante proveniente dalle proprie alchimie, acustiche ed elettroniche.
Il soundtrack di Diaz si presenta come un collage a più contributi, nel quale però il ruolo portante degli interventi di Teardo mantiene la sua preminenza, anche se contributi di livello interno (“Gas Gas” di Goran Bregovic, “Angel” dei Massive Attack, “Clandestino” di Manu Chao, “It takes a fool to remain sane” di The Ark) svolgono un preciso e prezioso ruolo di arricchimento e di contestualizzazione ambientale. L’andamento ossessivo, oscillatorio e cantilenante che caratterizza i brani (per l’album intitolati in maniera ellittica e allusiva, quasi sempre in inglese) è una caratteristica della poetica di Teardo che in questo caso si carica però di una sommessa, drammatica e sotterranea inesorabilità, come nella scansione quasi a orologeria di “C’est la guerre”, oppure negli interventi del quartetto d’archi con i suoi desolati accordi in minore all’interno di un moto pendolare praticamente ininterrotto in “I’ll be glad when the sun goes down”, che termina su uno spettrale flautando dei violini. “Fallen” ripercorre lo schema noto (ritmo ostinato di base garantito da tastiere e chitarre, intervento densissimo e ripetuto secondo una linea melodica a saliscendi degli archi divisi), mentre “The Model Policeman”, costruito su un effetto di rifrazione inchiodato su un’unica nota bassa fino a chiamare violini e celli a lunghi e strascicati glissandi, svela l’anima più cupa e minacciosa del film e dello score nella sua sostanziale coloritura “noir”. A questa infatti si riferisce tutta la parte elettronica del lavoro di Teardo, che delega agli archi di Balanescu (si ascoltino in questo stesso brano i frammenti melodici quasi allibiti della seconda parte) il ruolo di un umanesimo smarrito e perseguitato.
L’ossessività quasi compulsiva dell’incedere ritmico associato alla fissità armonica (“A perfect agitator”) non induca all’errore di arruolare il compositore pordenonese tra le fila dei minimalisti o post-tali. Le cellule generatrici della sua musica e soprattutto le ingegnerie e le strutture portanti della sua architettura sonora non sono mai autoreferenziali né tendono ad autoriprodursi per accumulazione; nello specifico, esse svelano di volta in volta orizzonti sempre diversi (il sorprendente, bruscamente troncato “I’ll met you on that other shore”) ma soprattutto sono portatrici di una tensione interiore che possiede qualcosa di rituale, di sinistramente scandito (“Never the same”, liquido e funebre, su un pizzicato ostinato e con momenti scopertamente rock), grazie soprattutto alla tecnica esecutiva particolare usata per gli strumenti ad arco, che coniuga l’elemento cantabile ed il vibrato ad una freddezza glaciale e ad arcate fisse. Appare sufficientemente chiaro che a Teardo non interessano facili associazioni leitmotiviche o tecniche di “commento” tradizionalmente intese (vale anche, su tutt’altro piano linguistico, per lo straordinario Piersanti di Romanzo di una strage), che del resto mal sarebbero tollerate dal contesto urticante e indignato del film: non v’è alcun intento declamatorio o ricattatorio nelle sue pagine, piuttosto uno sfiorare il silenzio, un lasciare il violino solo a mormorare in lontananza frasi sperdute e supplicanti sullo sfondo di un pedale immobile (“Anatomy of melancholy”) oppure la tentazione di una “ballad” intensissima e struggente (il lungo e meraviglioso “Stare a guardare”, unica traccia col titolo italiano), che lavora sui pizzicati, le chitarre e la percussione chiamando gli archi di Balanescu a istintive, morbide, malinconicissime movenze tzigane. Emergono nuovamente il controllo totale del musicista sulla cosiddetta “forma” nonché le sue radici colte, classiche, quartettistiche e si direbbe persino settecentesche: che non escludono incursioni fulminanti nello sperimentalismo sonoro più aggressivo e “misto” (“He done fell dead”). D’altronde, come lo stesso Teardo ha più volte confessato, l’indagine sul rapporto fra le risorse dell’elettronica e gli strumenti tradizionali (in qualche caso addirittura apparentemente obsoleti) è forse la cosa che più gli sta a cuore, ed è incredibile come in ognuna delle sue partiture cinematografiche, rigorosamente associate ad una produzione italiana “altra”, di punta, di denuncia, ma contestualmente di raffinato linguaggio e priva di velleitarismi e deficienze di scrittura come accade nei titoli più “mainstream”, egli riesca a fare di questa commistione un elemento drammaturgico tanto efficace, necessario e cogente quanto asciutto e sottrattivo.  Influenze e stimoli esterni non sono mai occultati o lasciati andare alla deriva, ma anzi valorizzati, anche alla luce di una ricca esperienza d’ascolto e di collaborazioni: così qualcuno potrà riconoscere echi che vanno da Ry Cooder ai Pink Floyd in “Map of disappearance”, mentre l’uso distorsivo e allucinatorio dell’elettronica prende piede soprattutto in “Wish you were husker du” e nel breve ma angosciante “Her blood dried in the sun”.
Un polistilismo complesso e pulsante, quello di Teho Teardo, che si interroga continuamente e ama confrontarsi instancabilmente, nei “testi” cui si trova a collaborare, con artisti a lui affini, non tanto per linguaggio quanto per atteggiamento anticonvenzionale ed estraneo a canoni precostituiti: ne è un esempio qui l’unico dei brani “ospiti” incluso nell’album, “Evolution Revolution Love” del rocker britannico Tricky, al secolo Adrian Thaws, “costola” dei Massive Attack e creatore di un suono cupo e sussurrato, subliminale, inquietante. Uno dei tanti tasselli del perturbante puzzle sonoro che costituisce il soundtrack del durissimo e necessario film di Vicari, ma del quale i labirinti spazioacustici e il lirismo moderno, toccante di Teho Teardo sono senza dubbio una componente imprescindibile.