Le magiche note dei Russi in Auditorium con laVerdi

Le magiche note dei Russi in Auditorium con laVerdi
La scorsa settimana (Giovedi 21, Venerdi 22 e Domenica 24 Marzo) il pubblico dell’Auditorium di Milano Fondazione Cariplo si è lasciato travolgere dall’energia contagiosa e dai colori brillanti del concerto settimanale proposto dall’Orchestra Sinfonica di Milano ‘Giuseppe Verdi’ diretta dal M° Giuseppe Grazioli. Un programma eclettico, tenuto insieme da un importante fil rouge, ovvero l’origine e la provenienza degli autori protagonisti: la grande “Madre Russia”. In cartellone sono state proposte infatti pagine di Igor Stravinskij (la Suite dal balletto Pulcinella), Dimitri Shostakovich (il Concerto n°2 per pianoforte), Sergej Prokofiev (la Suite tratta da Il luogotenete Kijé) e Aram Khachaturian (la Suite da Masquerade). Una selezione variopinta ed entusiasmante, capace di gettare una rinnovata luce su un lascito musicale di grandissima importanza per la storia della musica nel Novecento. E infatti, considerata la materia che trattiamo su queste pagine, è forse arrivato il momento che qualcuno tenti uno studio analitico ed approfondito su quanto la musica Russa di questi autori – a cui vanno aggiunti anche Rimskij-Korsakov, Rachmaninov, Glazunov – abbia avuto ben più di un’influenza sullo sviluppo e l’estetica della musica cinematografica hollywoodiana, probabilmente tanto quanto (se non addirittura di più) quella tardoromantica di matrice mitteleuropea. Per qualche anima candida o qualche vecchio parruccone potrà sembrare quasi un sacrilegio mettere in relazione il turgido sentimentalismo dei compositori hollywoodiani con i tormenti e le ansie di chi, come Shostakovich e Prokofiev, si trovò a dover fare i conti con l’autoritarismo imposto dal regime Sovietico. Ma, a saldo di considerazioni storiche e politiche che non ci competono, è quantomeno stimolante provare a tracciare parallelismi, assonanze o anche solo semplici somiglianze tra questi due mondi musicali apparentemente così lontani: la musica di compositori come quelli rappresentati nel programma proposto dalla Verdi è animata da alcune peculiari caratteristiche che è possibile trovare anche in quella di autori eminentemente hollywoodiani come Franz Waxman, Miklòs Ròzsa, Bernard Herrmann, ma anche in compositori come John Williams, Jerry Goldsmith, James Horner e Danny Elfman. Si badi bene, non si tratta soltanto di trovare citazioni o riferimenti puramente esteriori a questa o a quell’opera in tale o tal’altra partitura cinematografica, ma casomai di provare a intravedere le similitudini tra percorsi artistici che portano differenti compositori a determinate soluzioni timbriche ed armoniche. E forse non è un caso che uno dei pezzi proposti (la Suite del Luogotenente Kijé) nasca in origine proprio come partitura per un film.
Ma veniamo al bel concerto della Verdi: il programma si è aperto con Igor Stravinskij e la sua meravigliosa Suite tratta dal balletto Pulcinella (1920, revisione del 1949), affrontata dall’orchestra e dal direttore Grazioli con levità e giusto spirito di caustica ironia. La partitura è considerata la prima del cosiddetto periodo “Neoclassico” del compositore della Sagra della primavera, ovvero l’inizio di un preciso percorso estetico che portò Stravinskij a lasciarsi alle spalle le influenze folcloriche e i caleidoscopici esperimenti di timbrica e di orchestrazione del periodo fauve per imbattersi invece nella (ri)scoperta di linguaggi e forme di matrice neoclassica, non senza larghe dosi di pungente ironia e sorniona consapevolezza. La spina dorsale della composizione infatti sono le pagine del compositore settecentesco italiano Giovan Battista Pergolesi (in seguito venne riconosciuto anche l’uso di pagine di Domenico Gallo, Fortunato Chelleri, Alessandro Parisotti e Carlo Ignazio Monza), che Stravinskij ha letteralmente “masticato e digerito”, come ebbe a dire Alfredo Casella, per costruire un’opera musicale assolutamente propria ed originale. E’ soprattutto nel delicato fraseggio degli archi e nel prezioso e sorvegliatissimo scambio di questi ultimi e la sezione dei legni e degli ottoni che abbiamo potuto apprezzare il gran lavoro di concertazione svolto dal M° Grazioli e l’impeccabile esecuzione dei musicisti della Verdi.
La serata è proseguita con il pièce de résistance del programma: il Concerto n°2 per pianoforte e orchestra (1957) di Dimitri Shostakovich. La Verdi è stata raggiunta sul palco dal pianista russo Boris Petrushansky, che ha affrontato la difficilissima parte solistica con nonchalance solo apparente e grande partecipazione emotiva (particolarmente evidente durante il bellissimo, estatico “Andante”). Il Concerto è una delle opere più leggiadre, solari e cantabili del compositore russo, generalmente noto per opere sovente caratterizzate da teutonismo e aspre spigolosità, come nel caso delle sue numerose Sinfonie, i quartetti d’archi e i due Concerti per violoncello. Shostakovich fu il compositore che soffrì maggiormente le durissime imposizioni del regime stalinista, a cui collaborò con sofferenza e riluttanza. Il Concerto n°2 per pianoforte fu composto dopo la morte di Stalin, all’inizio del cosiddetto periodo del “disgelo” e fu pensato come regalo per il diciannovesimo compleanno del figlio Maxim, già brillante pianista. Forse, in quello zampillare di note che aprono l’opera, nel continuo giocoso scambio tra solista ed orchestra (chiamati entrambi a prove di audace perizia), possiamo vedere sia un compositore finalmente “liberato” da un giogo che era diventato insopportabile che un padre affettuoso che si diverte a mettere in musica un ritrovato spirito giovanile. La lettura data da Petrushanksy, Grazioli e la Verdi ha messo in luce soprattutto questo secondo aspetto, facendo brillare con grazia particolare tutti i contrasti timbrici, tematici e di contenuto dell’opera. Se l’iniziale “Allegro” (utilizzato anche in una delle sequenze più riuscite dell’altrimenti fallace Fantasia 2000) ha visto Petrushansky e la Verdi giocare in un vorticoso scambio di note, è nel centrale “Andante” (dolcissima melodia di sapore quasi rachmaninoviano) che i musicisti hanno letteralmente stregato il pubblico dell’Auditorium, che infine è trasportato quasi a velocità di ottovolante nel finale “Allegro”: una irresistibile galoppata in 7/8 che giunta al climax finale ha strappato un calorosissimo e prolungato applauso. Il pianista Petrushansky ha ricambiato l’entusiasmo del pubblico milanese regalando un delizioso fuori programma: il “Natale”, tratto dalla raccolta pianistica Le stagioni di C’ajkovskij.
Successivamente è stata la volta della Suite tratta dalla colonna sonora del film Il luogotenente Kijé (1934) di Sergej Prokofiev. Si tratta del primo lavoro cinematografico del celebre compositore, un ambito nel quale successivamente avrebbe lasciato un segno profondo grazie alla collaborazione con il regista Sergej Eisenstein nei film Alexander Nevskij e Ivan il Terribile. La Suite, redatta dallo stesso Prokofiev a seguito della composizione della partitura cinematografica, è una rielaborazione piuttosto profonda dell’opera originale. Nonostante l’entusiasmo per le possibilità offerte dal mezzo cinematografico, il risultato finale non lasciò pienamente soddisfatto il compositore, che dunque intravvide nella stesura della Suite la possibilità di dare una forma più organica alle idee musicali e di potergli dare una seconda vita indipendente dal film, ad oggi infatti quasi del tutto dimenticato (curioso come la Suite avrebbe trovato successivamente una ulteriore vita cinematografica grazie a Woody Allen, che ne utilizzò alcuni estratti in Amore e guerra, 1975).
La pellicola, diretta da Aleksandr Faintsimmer, è una parodia della vita militare e delle assurdità ad essa collegate e prende spunto da un fatto che si suppone avvenuto durante il regno dello Zar Nicola I: nel corso di una cerimonia pubblica, il monarca sbaglia a pronunciare il nome di un ufficiale degno di menzione per un’impresa militare. Anziché correggerlo e contraddirlo, i cortigiani scelgono una persona qualunque e gli affibiano l’identità di tale “tenente Kijé”, inventando per lui un glorioso passato e storie magnifiche sul suo riguardo, incluse battaglie e una storia d’amore; le leggende diventano sempre più enormi, al punto che lo Zar esprime il desiderio di incontrare questo grande personaggio. Dunque diventa necessario far morire il tenente Kijè sul campo di battaglia prima di dovergli fare incontrare il sovrano.
Il tono parodistico della storia suggerì a Prokofiev un trattamento musicale particolarmente ironico e pungente, tuttavia ricco di avvolgenti melodie cantabili e di scintillante colore orchestrale. La compagine milanese, irrobustita in tutto l’organico per l’occasione, ha sfoderato un suono pieno e brillante, a partire dall’incipit della Suite “Nascita di Kijè” (ottavino e tamburo militare, a cui fa eco una placida tromba “fuori palco”), passando per la malinconica “Romanza” in cui viola, fagotto e sax contralto si alternano nell’esposizione del tema d’amore (noto anche per l’uso fatto da Sting nella sua celebre hit “Russians”) e arrivando alla trascinante “Trojka”, dove sul ritmo di campanelli da slitta e sonagliere, gli archi in pizzicato e gli ottoni ci accompagnano in un delizioso scherzo che mima appunto una corsa sulla neve in slitta. La concertazione del M° Grazioli è stata anche qui assai precisa ed inappuntabile, attenta a far risaltare il merletto della scrittura prokofieviana senza per questo indugiare troppo sull’aspetto più esteriore della composizione (nota di merito alla sezione degli ottoni, ottima in tutti gli interventi).
Il concerto si è concluso con la fiammeggiante Suite da Masquerade (1941) di Aram Khachaturian. Il compositore armeno, noto soprattutto per le sue musiche di balletti come Gayaneh e Spartacus, trasse questa Suite dalle musiche di scena scritte per la pièce teatrale omonima di Mikhail Lermontov e ne articolò cinque movimenti (Valzer, Notturno, Mazurka, Romance, Galop) di grande “incadescenza” sonora. Grazioli e l’orchestra Verdi hanno tirato fuori un suono pieno e “melodrammatico”, attenti comunque a non prendersi troppo sul serio: la musica di Khachaturian non possiede l’intensità di quella di Shostakovich o la raffinatezza timbrica di quella di Prokofiev, ma è comunque scritta con grande capacità e destrezza. Il “Valzer” che apre la Suite – eseguito anche come bis a chiusura della serata – è un ampia melodia di sapore quasi ottocentesco, che cresce sempre più di intensità e di volume grazie ad archi e corni in stato di grazia, così come le atmosfere ieratiche del “Nocturne” si caricano di pathos con il violino solista di Luca Santaniello, per tacere infine dell’irresistibile frenesia del “Galop” finale (quasi una versione sotto steroidi di una polka straussiana) in cui tutte le sezioni dell’orchestra sono chiamate a fare gli “straordinari”.
Insomma, una chiusura “light” in un programma dominato da pezzi da novanta del repertorio sinfonico russo, ma capace di lasciare il pubblico con un bellissimo senso di soddisfazione, cosa ormai a cui il M° Giuseppe Grazioli (uno dei più attenti e sensibili direttori nostrani nel repertorio novecentesco meno consumato) e soprattutto la sempre straordinaria Orchestra Verdi ci hanno abituato da parecchi anni.
Si ringrazia Massimo Colombo e l’ufficio stampa dell’Orchestra Sinfonica di Milano Giuseppe Verdi per la collaborazione.

