Reportage dal Festival di Cannes (16-27 maggio 2012)
Reportage dal Festival di Cannes 2012 (16-27 maggio 2012)
“…so far so good!”
Già, sin qui, ossia sino a questa 65ema edizione del Festival di Cannes, nulla da dire. Tutto è stato assolutamente perfetto. Dodici giorni di puro glamour e di puro fascino di attori come Matthew McConaughey, Reese Witherspoon, David Cronenberg, Walter Salles, Kristen Stewart, Robert Pattinson, Brad Pitt, Ken Loach, Alain Resnais, Tom Hardy, Shia LaBeouf, Jessica Chastain, Nanni Moretti, Ewan McGregor, Matteo Garrone, Robert De Niro, Jennifer Connelly, Marion Cotillard, Bruce Willis, Wes Anderson, Bill Murray, Mia Wasikowska, Isabelle Huppert, Roman Polanski, Nicole Kidman, Clive Owen, Zac Efron, John Cusack, Michael Haneke, Jean-Louis Trintignant, Ben Stiller, Gary Oldman. Ma ha significato anche pellicole, vere e proprie perle cinematografiche. Perciò, ecco a voi i veri protagonisti della kermesse francese, i film.
Ecco il programma completo ed ufficiale del 65esimo Festival di Cannes (16-27 maggio 2012)
Moonrise Kingdom, di Wes Anderson
De Rouille et d’Os, di Jacques Audiard
Holy Motors, di Leos Carax
Cosmopolis, di David Cronenberg
The Paperboy, di Lee Daniels
Killing Them Softly, di Andrew Dominik
Reality, di Matteo Garrone
Amour, di Michael Haneke
Lawless, di John Hillcoat
In Another Country, di Sangsoo Hong
Taste of Money, di Sangsoo Im
Like Someone In Love, di Abbas Kiarostami
The Angels’ Share, di Ken Loach
Beyond the Hills, di Cristian Mungiu
Baad El Mawkeaa (Apres la bataille), di Yousry Nasrallah
Mud, di Jeff Nichols
Vous N’avez encore rien vu, di Alain Resnais
Post Tenebras Lux, di Carlos Reygadas
On the Road, di Walter Salles
Paradies: Liebe, di Ulrich Seidl
Jagten (The Hunt), di Thomas Vinterberg
Fuori concorso:
Io e te, di Bernardo Bertolucci
Une Journee particuliere, di Gilles Jacob e Samuel Faure
Therese Desqueiroux, di Claude Miller (film di chiusura)
Dario Argento’s Dracula, di Dario Argento (Séance De Minuit)
Ai To Makoto, di Takashi Miike (Séance De Minuit)
Madagascar 3, Europe’s Most Wanted, di Eric Darnell e Tom Mcgrath
Hemingway & Gellhorn, di Philip Kaufman
Special Screenings:
Der Müll Im Garten Eden, di Faith Akin
Roman Polanski: A Film Memoir, di Laurent Bouzereau
The Central Park Five, di Ken Burns, Sarah Burns And David Mcmahon
Les Invisibles, di Sébastien Lifshitz
Journal De France, di Claudine Nougaret E Raymond Depardon
A musica segundo Tom Jobim, di Nelson Pereira Dos Santos
Villegas, di Gonzalo Tobal
Mekong Hotel, di Apichatpong Weerasethakul
Un Certain Regard:
Miss Lovely, di Ashim Ahluwalia
La Playa, di Juan Andrés Arango
Les Chevaux de Dieu, di Nabil Ayouch
Trois Mondes, di Catherine Corsini
Antiviral, di Brandon Cronenberg
7 Dias en La Habana, di B. Del Toro, P. Trapero, J. Medem, E. Suleiman, J. C. Tabio, G. Noe And L. Cantet
Le Grand soir, di Benoit Delepine And Gustave Kervern
Laurence Anyways, di Xavier Dolan
Despues De Lucia, di Michel Franco
Aimer A perdre la raison, di Joachim Lafosse
Mystery, di Lou Ye
Student, di Darezhan Omirbayev
La Pirogue, di Moussa Toure
Elefante Blanco, di Pablo Trapero
Confession of a Child of the Century , di Sylvie Verheyde
11.25 The Day He Chose His Own Fate , di Koji Wakamatsu
Beasts of the Southern Wild, di Benh Zeitlin

La giuria di Cannes
Ma quanti bei visini si sono uniti a Nanni Moretti, presidente della giuria. Si tratta degli attori Ewan McGregor, Diane Kruger e Emmanuelle Devos, dei registi Alexander Payne e Andrea Arnold, e dello stilista francese Jean-Paul Gaultier. In giuria anche l'attrice e regista palestinese Hiam Abbas e il regista haitiano Raoul Peck. Gaultier, in apparenza il più estraneo al mondo del cinema, ha in realtà firmato i costumi di molti film, come Il quinto elemento, La mala educaciòn e Il cuoco, il ladro, sua moglie e l'amante.
E poi c’è la splendida Bérénice Bejo, madrina del 65mo Festival di Cannes. Bérénice, è la nota protagonista femminile del film Premio Oscar The Artist, per il quale si è meritata il César come miglior attrice protagonista.
Madagascar 3 - Ricercati in Europa
Presentata fuori concorso al Festival di Cannes 2012, la pellicola è il terzo episodio della saga animata targata Dreamworks. Alex, Marty, Gloria e Melman sono determinati a tornare nel loro Zoo di Central Park, ma lasciatisi alle spalle l’Africa finiscono per errore in Europa dove ricercati dagli ufficiali del controllo animali dovranno nascondersi in un circo! Alex il leone, Marty la zebra, Melman la giraffa e Gloria l’ippopotamo, fuggiti dallo zoo di New York City e sbarcati in Madagascar prima, in Africa centrale poi, hanno nostalgia della Grande Mela e per questo nuotano fino a Monte Carlo, alla ricerca dell’aeroplano dei pinguini. Sul suolo francese però, l’ufficiale del controllo animali, Capitaine Chantel DuBois li elegge a nemico numero uno, perché non ama che animali da zoo scorrazzino liberamente. Scappare con il treno di un circo è la loro unica speranza: un impresario americano a Londra potrebbe comprare lo show e riportarli tutti a casa. L’esibizione, però, è tutta da inventare, ovviamente in stile Madagascar! Per la prima volta in 3D, gli animali di Madagascar sono in fuga, si nascondono in un Circo, compiono evoluzioni sfidando la morte e fanno nuove amicizie. Saranno inoltre lontani dall’Africa, scelta ben ponderata da regista e produzione, ispiratisi, parole loro, agli spettacoli del Cirque du Soleil. Il viaggio dei nostri protagonisti li ha portati da New York all’isola omonima di Madagascar, poi nei deserti dell’Africa. Nell’ultima puntata si dirigono in Europa, ciò, naturalmente, comporta una scala molto maggiore, sia in termini visivi che di narrazione. “Ci siamo resi conto che, stilisticamente, già avevamo fatto dei film in 3D – ha spiegato il regista McGrath a proposito dell’utilizzo di questa tecnologia - una volta che abbiamo capito quanto la nostra cinematografia si adattasse perfettamente al mondo del 3D, in realtà non abbiamo dovuto cambiare molto di quello che già stavamo facendo. Mettere i nostri animali in un Circo ci ha dato automaticamente delle favolose opportunità, non ci muoviamo soltanto sulla superficie della terra, nell’aria, lanciando, volteggiando e volando, naturalmente”. Naturalmente per dare nuova linfa alla storia era necessario introdurre nuovi personaggi. Il primo che incontriamo è ovviamente Chantel duBois, una sorta di Crudelia deMon, alla quale presta la voce Frances McDormand. Il leone Alex, leader ideale del gruppo di animali, dovrà poi vedersela con Vitaly, il Gatto Supremo del circo, doppiato da Bryan Cranston. L’attore Martin Short ha invece regalato voce e movenze al Leone marino Stefano, ma la vera rivelazione è Jessica Chastain nei panni della giaguara Gia. “Mi è piaciuto moltissimo interpretare Gia perché ha un cuore enorme ma è anche ferocemente protettiva nei confronti della sua famiglia – ha dichiarato l’attrice - lavorare nell’animazione è stata un’esperienza completamente nuova. C’è qualcosa di estremamente liberatorio nell’essere di fronte ad un microfono. Quando mai in un film live-action potrei trasformarmi a tal punto da interpretare un giaguaro italiano!”. Tornano chiaramente nel cast vocale Ben Stiller, Chris Rock, David Schwimmer e Jada Pinkett Smith. “C’è un’innocenza in questi personaggi che li accompagna nel corso della vita, nonostante non sappiano bene come trattare con il mondo reale – dice Stiller - Sono ancora nella fase di apprendimento, e la stanno affrontando insieme. E poi abbiamo questa stupenda animazione, dall’atmosfera vagamente retrò che ricorda delle vibrazioni alla Tex Avery”.

Moonrise Kingdom - Una fuga d’amore
Innamorarsi a dodici anni. Moonrise Kingdom è la storia di due adolescenti che vivono una grande, struggente avventura estiva. Un amore puro come solo a quell’età si può ancora avere. E, che, ovviamente gli adulti non capiscono cercando di tarpargli le ali. Ambientato in un’isola al largo delle coste del New England nell’estate del 1965, Suzy (Kara Hayward) e Sam (Jared Gilman) sono due dodicenni che si innamorano, stringono un patto segreto e fuggono insieme nella foresta. Mentre le autorità li cercano, una violenta tempesta al largo dell’isola sta per scatenarsi, e la pacifica comunità locale verrà messa completamente a soqquadro. ‘Che tipo di uccello sei?’, chiede Sam a Suzy, vestita da corvo per una recita al campo estivo dove si trovano insieme… Wes Anderson ci riporta con Moonrise Kingdom nel suo mondo stralunato e raffinatissimo, affidando questa volta la scena a due adolescenti, che si innamorano, si scrivono lunghe lettere che non hanno mai un finale, mettono a punto un piano, una fuga, se ne vanno e il mondo che li circonda, quello degli adulti, va in tilt. Amore, libertà e ribellione. Film di apertura del Festival di Cannes di quest’anno, Moonrise Kingdom, ha per protagonisti una giovanissima coppia di esordienti ovvero Jared Gilman e Kara Hayward che ci offrono un magnifico e nostalgico – tutti abbiamo la memoria di almeno una grande, indimenticabile, avventura estiva – ritratto di quella diversità che l’avere dodici anni porta con sé. Il tutto narrato con quel tratto leggero ed elegante che Anderson ha messo in ogni film, dove nulla è lasciato al caso, ad iniziare dall’abbigliamento, gli accessori, i colori, l’ambientazione e, in questo film in particolare, la musica. Non lasciate la sala prima dei titoli di coda dove l’indie/intellettuale regista fa entrare in scena un personaggio che non c’è: il compositore Benjamin Britten, le cui musiche hanno ispirato la storia e ne fanno da contrappunto. Una fuga d’amore e parallelamente una ‘fuga’ musicale. Nonostante la colonna sonora sia stata curata da Alexandre Desplat, la figura di Britten è fondamentale per comprendere la struttura del film in relazione ad una delle sue opere più note: “Young Person's Guide to the Orchestra”, dove il musicista creò variazioni individuali per ognuno degli strumenti dell'orchestra, per riunirli per una fuga, prima di riprendere il tema e concludere l'opera. Nel film originale era presente un commento parlato. In Moonrise Kingdom, Bob Balaban è il narratore, e oltre i due ragazzini, ci sono habitué come Jason Schwartzman e Bill Murray (il padre di Suzy) e grandi new entry come Bruce Willis (poliziotto), Edward Norton (Capo Scout), Frances McDormand (madre di Suzy) e Tilda Swinton (Servizi Sociali). Un puzzle perfetto dove ognuno ha il suo ruolo visto che la famiglia di Suzy è apparentemente perfetta con padre, madre e fratelli mentre Sam è orfano e quindi sotto la tutela dei servizi sociali. Per poi scoprire che la famiglia è piena di tresche extra-coniugali e chi si dovrebbe occupare di Sam pensa ad altro. Come possono due esseri così simili nelle loro solitudini a non innamorarsi? E come possiamo noi adulti non interrogarci su quanto siamo ancora in grado di emozionarci per un bacio e di provare amore al di fuori di ogni condizionamento? Come ha detto il giovane Gilman: “Moonrise Kingdom è un film d’azione. E’ una commedia. E’ un dramma. E’ un film romantico. E’ davvero fantastico!”.

De rouille et d'os
Jacques Audiard (1952) è un regista francese attento ai problemi e ai drammi individuali. Siano i due balordi del suo film d’esordio - Regarde les hommes tomber (Guarda gli uomini cadere, 1994) - la sordastra e l’ex galeotto di Sulle mie labbra (Sur mes levrès, 2001), il piccolo delinquente appassionato di musica e l’insegnante cinese che non parla francese di Tutti i battiti del mio cuore (De battre mon coeur s'est arreté – Il mio cuore ha smesso di battere, 2005) o il diciannovenne d’origine magrebina che entra in carcere senza nulla e, in prigione, diventa un potente boss della delinquenza organizzata de Il profeta (Un Prophète, 2010). Anche i protagonisti di Un sapore di ruggine e ossa (De rouille et d'os – Ruggine e ossa) sono due marginali. Alì è un poveraccio che campa malamente e che, di colpo, si trova a dover accudire a un figlio di cinque anni, Stephanie è una donna libera, indipendente e trasgressiva, la cui vita precipita quando un’orca, che lei guida in uno spettacolo in un parco acquatico, le trancia entrambe le gambe. L’uomo parte dal nord della Francia e approda in casa della sorella ad Antibes, sulla Costa Azzurra. Qui incontra l’ex – domatrice, ora costretta in carrozzella, e stabilisce con lei un rapporto che progressivamente diventa amore. L’inizio è quasi mercenario: lui passa da una compagna occasionale a un’altra, lei gli confessa di non sapere se è ancora capace a fare sesso, al che l’uomo si offre di scoparla per verificare se è ancora in grado di provare piacere. E’ un rapporto quasi mercenario – non a caso lei non vuole essere baciata sulla bocca – ma che, lentamente, trasforma queste due solitudini in un vero rapporto di coppia. Il film è tratto da una serie di racconti del canadese Craig Davidson, in particolare da Rust and Bone (Ruggine e ossa, 2005) e mostra una particolare attenzione alla costruzione dei personaggi, che sono dolorosi e credibili. Vi sono alcuni punti non proprio condivisibili, come l’incidente in cui il figlioletto rischia di morire assiderato o il finale troppo sbrigativamente ottimista, ma nel complesso è un’opera forte e interessante.

Roman Polanski: A Film Memoir
Un film documentario interamente dedicato alla vita e all'opera di Roman Polanski. Uno dei più grandi maestri del cinema contemporaneo si racconta, guardandosi indietro per ripercorrere la propria vita e gli eventi che l’hanno contraddistinta. Intervistatore d’eccezione è Andrew Braunsberg, suo amico di lunga data nonché produttore di alcuni dei suoi migliori film. Sono molte le strade del cinema documentaristico. C’è la via della ricostruzione storica, l’analisi artistica, l’attenzione alla natura e il saggio biografico. Roman Polanski: A film memoir (Roman Polanski: Una biografia cinematografica) di Laurent Bouzereau appartiene a quest’ultima categoria e racconta la vita, segnata da eventi terribili, del regista nato a Parigi, nel 1933, con il nome Rajmund Roman Thierry Liebling. Il padre, Ryszard Liebling, era un ebreo d’origine polacca, con ambizioni di scultore e pittore, che lavorava per l’etichetta discografica inglese His Master's Voice (La voce del Padrone). La madre, Bula Katz-Przedborska, proveniva da una famiglia ebrea russa, da tempo convertita al cattolicesimo. Nel film il cineasta si fa intervistare da Andrew Braunsberg, suo vecchio amico e produttore di alcuni suoi film. L’incontro avviene nello chalet svizzero in cui il regista è rimasto vari mesi agli arresti domiciliari dopo il fermo, in conformità a un vecchio mandato di cattura internazionale emesso da un giudice di Los Angeles, all’aeroporto di Zurigo, il 26 settembre 2009, città in cui era andato per ritirare un premio alla carriera. La particolarità dell’opera sta nell’accostamento di sequenze cinematografiche, soprattutto da Il pianista (The pianist, 2002), con i ricordi dell’intervistato, relativi, innanzitutto, alle persecuzioni subite nel ghetto di Varsavia. Qui Roman Polanski fu rinchiuso con la famiglia nel 1940 e da qui riuscì a evadere andando a vivere in una famiglia contadina cui suo padre aveva versato una somma consistente in denaro e gioielli. Gli altri snodi drammatici della sua vita furono l’assassinio della moglie, l’attrice Sharon Tate, da parte della banda satanista di Charles Manson, e il processo subito nel marzo del 1977 per aver avuto rapporti sessuali con la minorenne Samantha Geimer. Quest’ultimo episodio è alla base del suo ritorno in Europa e alla decisione di non mettere più piede negli Stati Uniti. …il tutto, raccontato con pudore.

Reality
Dopo Gomorra, Garrone cambia completamente registro spostando lo sguardo dalla microcriminalità alla subcultura televisiva, che ha provocato danni incalcolabili nelle fasce più deboli della popolazione. Una commedia sulla nuova religione dell'apparire e sulla divinità del piccolo schermo. Gran Premio della Giuria al Festival di Cannes. Luciano (Arena) è un pescivendolo napoletano che per integrare i suoi scarsi guadagni si arrangia facendo piccole truffe insieme alla moglie Maria (Simioli). Grazie ad una naturale simpatia, Luciano non perde occasione per esibirsi davanti ai clienti della pescheria e ai numerosi parenti. Insomma è un vero e proprio personaggio. Un giorno, all'interno di un centro commerciale, per accontentare i suoi figli, partecipa ad un provino per entrare nella nuova edizione di “Il Grande Fratello”. Da quel momento in poi la sua percezione della realtà non sarà più la stessa e rimarrà in attesa della tanto desiderata telefonata... Matteo Garrone racconta con linguaggio da fiaba l'avventura del pescivendolo Luciano, uno straordinario Aniello Arena, che ad un certo punto vuole di più dalla sua vita, vuole soldi e fama, e vede in quell'accidentale provino fatto per “Il Grande Fratello” la chiave di svolta. Ma lungo la strada la favola si fa sempre più nera e il sogno si trasforma in incubo. Garrone non racconta il mondo dorato ed effimero di una certa televisione, ma le conseguenze che quel mondo porta ad una persona, fino a cambiarle il rapporto stesso con la realtà e con la vita. “Ho simpatia per Luciano – afferma il regista – è solo una vittima. In fondo quello che ho raccontato è un contagio, come in un film di fantascienza. Lui e la sua follia sono l'elemento centrale, ma il virus ha colpito in maniera molto più vasta: la sua famiglia, il suo quartiere, l'intera società”. “Dopo Gomorra volevo fare un film diverso – dice Garrone – e così ho provato a fare una commedia che si è rivelata essere non solo quello ma anche una favola nera. Il film nasce da una storia vera che mi è stata raccontata. Poi, insieme ai miei sceneggiatori, l'abbiamo trasfigurata in una riflessione sul paesaggio contemporaneo. Un viaggio fatto di sogni e attese di questi sogni, due piani: uno esterno, geografico e l'altro interno, psicologico. Due piani che sono, ovviamente, connessi. Reality è un film sulla percezione del reale, la storia di un uomo che esce dalla realtà ed entra nel proprio immaginario. Durante le riprese ero di continuo alla ricerca di quel sottile equilibrio tra realtà e sogno, ricercando anche dal punto di vista figurativo una dimensione favolistica”.

Lawless
Proibizionismo, violenza e corruzione: ambientato nella Virginia dei primi anni ‘30, Lawless è un gangster western mozzafiato dal cast stellare, con attori come Tom Hardy, Guy Pearce, Gary Oldman, Shia LaBeouf e Jessica Chastain, vincitrice del primo Gucci Award for Woman in Cinema. Presentato all’ultimo Festival di Cannes dove ha riscosso un grande successo di critica, Lawless è firmato dal regista John Hillcoat mentre la sceneggiatura è a cura dalla rock star Nick Cave. I fratelli Bondurant della contea di Franklin in Virginia vivono durante l’epoca del proibizionismo e sono considerati personaggi leggendari, quasi immortali. Se Howard, il più grande, è un reduce dagli orrori della prima guerra mondiale, e Forrest è un uomo sicuro di sé e carismatico, Jack, il più piccolo è amante della bella vita e del denaro. I tre fratelli iniziano a distillare clandestinamente alcolici senza mai immischiarsi con i gangster della città che si uccidono tra di loro. Ambiziosi di realizzare tutti i loro sogni, attirano però l’attenzione di Charlie Rakes, rappresentante della legge corrotto e feroce arrivato direttamente da Chicago, con cui inizieranno una guerra all’ultimo sangue per difendere le loro terre, le loro donne e la loro famiglia.

Beyond the hills
Cristian Mungiu è il più noto regista rumeno. Dopo un lungo lavoro di sceneggiatore e documentarista ha vinto la Palma d’Oro al festival di Cannes con il secondo lungometraggio, 4 mesi, 3 settimane e 2 giorni (4 luni, 3 saptamani si 2 zile, 2007). Sin da quel quasi esordio è stato chiaro che la miscela su cui basava il suo lavoro era quella di affrontare fatti individuali in modo da farne emergere un quadro generale. Così è stato per le due studentesse alle prese con l’aborto clandestino nel film citato, un’esperienza traumatica da cui trasuda la ferocia di un regime che, per megalomania economica, nel 1987 puniva severamente l'interruzione clandestina di gravidanza, anche se due anni dopo, alla caduta del regime, si calcolò che più di un milione di donne vi avevano fatto ricorso. Così è per Oltre le colline (Dupa dealuri) coronato con i premi alla migliore sceneggiatura e alle migliori interpreti femminili all’ultimo Festival di Cannes. Il film racconta, apparentemente, solo una storia d’amore omosessuale, quello fra Voichita e Alina, amiche sin dai tempi dell’orfanotrofio, separate all’uscita dall’istituto – una entra in monastero, l’altra emigra in Germania dopo un breve periodo presso una famiglia affidataria – che si ritrovano fra le mura di un piccolo convento retto da un prete mellifluo e autoritario. La speranza di Alina è quella di convincere l’amica – amante ad abbandonare la vita religiosa e ad andare con lei all’estero ove l’attende un lavoro da cameriera su una nave. Il suo vero obiettivo è quello di riempire il vuoto che l’opprime dopo la separazione e che le impedisce di dare un qualunque senso alla vita. Le cose andranno in modo diverso: catturata in una rete di pregiudizi e regole disumane morirà dopo un feroce esorcismo a cui sarà sottoposta dal religioso e dalle altre suore. Il regista ha preso spunto da un fatto di cronaca accaduto in un convento moldavo ove una ragazza è deceduta in seguito a una pratica per liberarla dal Maligno, ma ne fa un film straordinario sia per il dolore e la sensibilità con cui descrive il rapporto fra le due giovani e il calvario della presunta indemoniata, sia per il valore metaforico che ricava nella vicenda. Non c’è momento in cui i torturatori non affermino – la faranno anche davanti a magistrati e poliziotti – di aver agito per il bene della posseduta, per liberarla dalla presenza del Demonio. Un infierire a supposto fine positivo che ricorda la ferocia con cui il dittatore Nicolae Ceaușescu (1918 – 1989) affamava e martoriava il suo popolo in nome di un futuro radioso. Ancora una volta fanatismo religioso e ferocia politica si danno la mano.

Amour
Michael Haneke racconta le vicende di Georges e Anne, due anziani professori di musica ormai in pensione. Musicista è anche la loro unica figlia, Eva, che però vive all'estero con la sua famiglia. Quando Anne rimane vittima di un ictus cerebrale, la donna resta paralizzata e soltanto l'amore orgogliosamente tenace del marito riesce a sostenerla in questa nuova e durissima dimensione esistenziale. Purtroppo la malattia continua a degenerare, devastando progressivamente il corpo e lo spirito di Anne. Spetterà a Georges accompagnarla al loro 'ultimo concerto'. Michael Haneke è un regista austriaco attento al rapporto fra apparenza borghese e ferocia dei comportamenti che maschera. I suoi film, lucidi e impietosi, non mostrano quasi mai azioni cruenti o sangue, ma sono orchestrati in maniera da suscitare una tensione e un crescendo che sfiora l’insopportabile. Accade anche in Amour (Amore), la sua opera più riuscita che giustamente la giuria dell’ultima edizione del Festival di Cannes, presieduta da Nanni Moretti, ha coronato con la Palma d’Oro. Com’è consuetudine di questo grande autore la storia raccontata può essere riassunta con poche parole: Georges e Anne sono due pensionati ottantenni, entrambi raffinati ex - insegnanti di musica, che vivono serenamente il tramonto della vita quando un evento improvviso – un ictus che colpisce la donna e la trascina progressivamente verso la demenza e la perdita del controllo fisico – sconvolge la loro esistenza. Il marito assiste la moglie sino a che le sue condizioni degenerano in maniera insopportabile, poi, come estremo gesto d’amore, la uccide. Tutto questo è percorso a ritroso, partendo dal momento in cui i pompieri entrano nell’appartamento e trovano il cadavere della donna per ripartire dal mattino in cui, durante la colazione, la donna ha un primo, preoccupante momento di assenza. E’ una storia d’amore tenera e terribile, tenera per ciò che attiene i rapporti fra i protagonisti, terribile per quanto viene progressivamente mostrato. Gli interpreti, i mostri sacri Jean-Louis Trintignant ed Emmanuelle Riva, affiancati dall’intensa Isabelle Huppert, mettono tutta la loro arte, assieme alla loro condizione di coetanei dei protagonisti, al servizio di un discordo terribile e umanissimo, straziante e reale. Davvero un grandissimo film.

Jagten
Thomas Vinterberg è uno dei cineasti danesi che insieme a Lars Von Trier diedero vita al Dogma, un manifesto su un certo modo di intendere e fare cinema. Per Jagten che porta in concorso al Festival di Cannes 2012, il regista ha affermato di essere ritornato alle radici, alle sorgenti del cinema. Quindi ha rinunciato per questo lavoro a ‘l’autenticità’ delle sue opere di debutto che si rifacevano, in pieno, ad una estetica che ha condotto, come dicevamo prima, alla creazione di “Dogma95”, una serie di regole alle quali Vinterberg si era attenuto fino ad ora. Nel 1995 per ricordare brevemente, una serie di registi danesi, scrissero una serie di principi cinematografici dai quali era impossibile dissociarsi, almeno per chi aderiva a questo manifesto, che elencavano un ordine di regole per un ritorno ad un cinema realizzato sul sentiero della sua ‘purezza originale’. Una concezione di un cinema senza artifici non ha comunque cessato di essere una delle maggiori preoccupazioni nel lavoro di Thomas Vinterberg. Evocato in questo modo uno dei principali assi del lavoro del regista danese rivela anche un eufemismo. Per tutti quelli che hanno fatto parte del Dogma, nato appunto nel 1995, si trattava di rifarsi ad una maggiore sobrietà alleggerendosi dei mezzi tecnici, durante la realizzazione di un film, preferendo camere a mano, luci naturali e scenografie scarne. All’epoca il Dogma cercava di essere una risposta all’ondata di film basati sugli effetti speciali che arrivavano da Hollywood. Festen, il secondo lungometraggio di Vinterberg, si iscrive perfettamente nelle regole del Dogma. “Sono alla ricerca permanente di quella vulnerabilità che ha marchiato a fondo il mio primo film, Last Round del 1993. – afferma Vinterberg – Dopo Festen (Premio della Giuria a Cannes nel 1998 n.dr.), mi sono sempre sforzato di rinnovarmi, aspetto che mi ha costretto anche ad allontanarmi dalle regole del Dogma. E’ stato molto doloroso, ma necessario”. Dopo un difficile divorzio, il quarantenne Lucas ha una nuova fidanzata, un nuovo lavoro e sta rimettendo in sesto il complicato rapporto con il figlio adolescente Marcus. All'improvviso però le cose volgono al peggio. Una bugia comincia a diffondersi come un virus invisibile nella comunità in cui vive. Sotto shock, Markus si ritrova accusato di pedofilia, un crimine che non ha commesso, e, travolto da una sorta di isteria collettiva, deve combattere un'aspra battaglia per riappropriarsi della propria vita e della propria dignità. Il disordine che regna nelle relazioni umane sono delle piste di riflessione molto care a Thomas Vinterberg. Festen tesseva i suoi intrighi attorno ai pesanti segreti di una ricca famiglia danese. In Jagten, il cineasta spulcia su come un pettegolezzo possa diventare attraverso una metamorfosi la verità. Un’occasione per lui di mostrare la fragilità di una comunità messa di fronte alla propria forza distruttrice. Jagten vede protagonista l’eccellente Mads Mikkelsen, già visto in Casino Royale e Scontro tra Titani.

Cogan - Killing Them Softly
Due piccoli delinquenti, che credono di essere in gamba, svaligiano su commissione una bisca clandestina. Il piano prevede che la colpa ricada sul gestore, ma le cose vanno diversamente. La mafia, che controlla la bisca, chiama Jackie Cogan (Brad Pitt) perché sistemi la cosa in modo esemplare. Dopo L'assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford, il regista Andrew Dominik rilegge i numerosi romanzi dell'ex procuratore George V. Higgins, adorati da Tarantino, scegliendo di adattare "Cogan's Trade", e convincendo l'amico Brad Pitt a interpretarlo (e produrlo) con un cast da perfetto 'noir': Richard Jenkins (L’ospite inatteso), James Gandolfini (I Soprano), Ray Liotta (Narc), Scoot McNairy (Monsters), Ben Mendelsohn (Animal Kingdom) e Vincent Curatola (I Soprano). "Ho visto Gli Amici di Eddy Coyle in televisione e sono rimasto subito colpito dal realismo dei personaggi, delle situazioni e dei dialoghi. Sono andato a cercare informazioni su George V. Higgins su Internet e ho scoperto che era stato procuratore distrettuale per venti anni a Boston. La cosa mi ha molto interessato... qualcuno che conosceva bene la materia di cui scriveva. Aveva scritto altri venti romanzi, tutti ormai fuori catalogo, sembrava. Conoscendo la logica di Hollywood, quelli che comandano avrebbero scartato Higgins dopo che Gli Amici di Eddy Coyle aveva fatto fiasco al botteghino ma lì c’era questa potenziale miniera d’oro ancora inutilizzata. Ho ordinato dieci dei suoi libri di seconda mano e li ho letti appena mi sono stati consegnati. “Cogan” è stato il terzo e mi è sembrato subito perfetto per un adattamento cinematografico: grandi personaggi, grandi dialoghi e una trama molto semplice. All’inizio l’ho immaginato come un film drammatico, ma più mi ci addentravo, più mi sembrava la storia di una crisi economica, una crisi dell’economia criminale basata sul gioco d’azzardo e provocata da una mancata regolamentazione. In altre parole, una versione in scala della situazione attuale in America. Poi ho pensato che forse avrei potuto trovare un modo per far ridere della crisi economica che ha portato il mondo sull’orlo del disastro. Niente stronzate sulla morale come “i valori della famiglia” o “segui il tuo sogno”. Ho immaginato un film popolato da persone sempre in cerca di soldi, senza una vaga idea di quanto siano infelici, che detestano il loro lavoro, vessate da capi indecisi e incompetenti che si anestetizzano con droga, sesso e alcol, che non guardano mai le loro vittime negli occhi e ho pensato: deve essere una commedia. Ho mandato un SMS a Brad che mi ha risposto subito e 45 minuti dopo non solo aveva accettato, ma avevamo anche raggiunto un accordo. Il resto è andato piuttosto liscio. Volevamo filmare un’economia al collasso in uno stato che offrisse i prezzi migliori. New Orleans sembrava più funzionale di Detroit, così abbiamo richiamato tutti coloro che avevano lavorato ne L'assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford che siamo riusciti a trovare, abbiamo ingaggiato i migliori attori disponibili, siamo andati là e abbiamo realizzato il film". (Andrew Dominik).
The Angels' Share
Ken Loach racconta la storia di Robbie, un giovane teppista che, diventato padre, decide di mettere la testa a posto… ma il suo passato gli impedisce di trovare un lavoro. Lui ed i suoi tre amici, però, durante una visita ad una distilleria di whisky, verranno ispirati per quel che si potrebbe definire un nuovo inizio. Esilarante, a tratti comico, di questo film è meglio non svelare troppo, perché vale bene il prezzo del biglietto. Un applauso a Ken Loach che sa, come sempre, maneggiare i sentimenti e la realtà, con cura.

On the Road
Jack Kerouac (1922 – 1969) aveva ventinove anni quando scrisse On the Road (Sulla strada), lo fece nel corso di una ventina di giorni, nell’aprile 1951. In quelle settimane lavorò ininterrottamente bevendo solo caffè, come scrisse in un diario, e trasferendo su un unico rotolo di carta, forse per telescrivente, gli appunti presi nel corso dei molti viaggi attraverso gli Stati Uniti in compagnia dell’amico Neal Cassady (nel volume Dean Moriartry) fra il 1947 e il 1949. Un lungo girovagare fra New York, Chicago, Denver, San Francisco, a Selma, Pittsburg, Paterson, compiuto in auto, a piedi, in autostop e in autobus, i mitici greyhound (levriero). Il libro, pubblicato solo nel 1957, divenne quasi subito una sorta di manifesto di quella che sarà definita la Beat generation, un movimento artistico a cui appartengono, oltre a Jack Kerouac, anche Allen Ginsberg, William Burroughs, Gregory Corso, Gary Snyder, Lawrence Ferlinghetti, Norman Mailer. La traduzione cinematografica di quel volume, per quanto immaginata dallo stesso autore che propose a Marlon Brando di lavorare con lui alla sceneggiatura, incontrò non pochi ostacoli tanto che Francis Ford Coppola, che ne aveva acquistato i diritti molto tempo fa, ha potuto vederla realizzata solo ora a firma del regista brasiliano Walter Salles (1956) che, soprattutto dopo I diari della motocicletta (Diarios de motocicleta, 2004), conferma la sua predilezione per la trasposizione cinematografica di libri famosi. In realtà si trattava di un’impresa quasi disperata, tenuto conto che la spina dorsale del libro non è tanto nei fatti quanto nell’atmosfera ribelle che emerge in una parte della gioventù americana in anni profondamente segnati dal moralismo imperante e dal neofascismo arrogante di Joseph McCarthy (1908 – 1957), ideatore e anima del famigerato comitato per le attività antiamericane (HCUA). Questo spirito è stato il catalizzatore di un’insofferenza comune a molti verso l’oppressione che si veniva rafforzando ed esplodendo nel mondo chiuso e falsamente perbenista dell’America post - bellica. Il regista brasiliano accenna solo a tutto questo puntando, invece, sul fascino del viaggio e sul ricordo di un’epoca lontana. Operazione più che legittima e, per alcuni versi anche affascinante, ma che mette da parte varie componenti, in primo luogo il suo valore letterario e il ruolo di testimone per un’intera generazione.
Holy Motors
In 28anni di carriera Carax ha diretto pochissimi film ed era da dieci anni, da Pola X, che non lo si rivedeva al lavoro. Ora, arriva a Cannes, in concorso, con questo suo ultimo film dal titolo Holy Motors, con un cast a dir poco eterogeneo che comprende: Eva Mendes, la cantante Kylie Minogue, Michel Piccoli, Denis Lavant, Jean-François Balmer, Edith Scob, Karl Hoffmeister. “Certamente il film più preso di mira della selezione”, ha affermato il Direttore Artistico di Cannes, Thierry Frémaux. “Holy Motors si annuncia come un’esperienza, un poema visivo, un film a chiave. E’ anche una dichiarazione d’amore al cinema”, ha concluso Frémaux.
The Paperboy
Per il suo terzo lungometraggio, il regista di Precious del 2008, si è ispirato ad un noir psicologico scritto dal giornalista Pete Dexter. The Paperboy è innanzitutto una riflessione sui comportamenti umani. Prima che il regista americano Lee Daniels riuscisse ad adattare per il grande schermo il testo di Dexter, la sceneggiatura di The Paperboy è rimasta per lungo tempo sul tavolo di Pedro Almodóvar. Dopo l’abbandono del cineasta spagnolo, Lee Daniels se ne è impadronito e ha proceduto riscrivendo quasi interamente il soggetto. “Per affrontare un film che non nasceva da una mia idea – ha affermato il regista – dovevo fare in modo che la storia diventasse mia, me ne dovevo appropriare”. Il film segue le ricerche di due giornalisti del Miami Times, incaricati di indagare sul caso di un cacciatore di alligatori, in prigione, che rischia la pena di morte senza, neppure, avere avuto un processo. Dopo Precious, Lee si consacra nuovamente alla tematica dell’ingiustizia sociale e più, nello specifico, ad una di quelle che è il cuore del dibattito all’interno della società americana: la pena di morte. Il film è stato girato a New Orleans e dona una riflessione profonda e complessa sui comportamenti umani di fronte ai pregiudizi. E, per ottenere questo, Lee Daniels ha piazzato i suoi personaggi di fronte alle loro, personali, ossessioni. “Amo fare dei film che ci spingano, tutti quanti – ha continuato Daniels da Cannes – ad avventurarci in terreni sconosciuti. The Paperboy esplora un’epoca, un luogo, delle situazioni e degli esseri umani totalmente inediti per il grande schermo”. Il regista ha affermato di avere lavorato sodo sulla sceneggiatura del film proprio per cercare di trascrivere e trasmettere il meglio possibile sullo schermo il passaggio che sempre si pone dopo avere letto il romanzo. “Alcune scene di tortura mi hanno davvero scosso e ossessionato – dice il regista – ma proprio queste scene fanno parte di una serie di ragioni che mi hanno spinto a fare questo film”. The Paperboy segna anche il ritorno a Cannes dell’attrice australiana Nicole Kidman. Il cast del film è all star: oltre alla Kidman, Zac Efron, Matthew McConaughey, John Cusack, David Oyelowo e Macy Gray.

Cosmopolis
La sceneggiatura di Cosmopolis di David Cronenberg ha origine nel racconto omonimo di Don De Lillo pubblicato nel 2003. E’ un’origine che la regia ha rispettato sin troppo pesantemente. Un giovane yuppie, milionario in dollari anche se neppure trentenne, decide di andare a farsi aggiustare i capelli da un vecchio parrucchiere da cui si serve sin da quando era bambino. Solo che il negozio dell’anziano artigiano è dalla parte opposta della città rispetto all’ufficio e l’appartamento del ricco finanziere e il traffico della metropoli è sconvolto dalle modifiche alla circolazione causate dalla visita del Presidente degli Stati Uniti, dalle manifestazioni di protesta dei giovani rivoluzionari e dal lento funerale di una stella della musica rock. Quest’insieme d’inciampi fa sì che occorra un’intera giornata per coprire un tragitto che normalmente si fa in meno di un’ora. In più la guardia del corpo del potente finanziere è stata avvertita dalla sede centrale che c’è qualcuno pronto ad attentare alla vita del protetto. Il film è quasi interamente girato all’interno della bianca limousine superaccessoriata con cui il ricco si sposta, vive, riceve i collaboratori, fa all’amore con moglie e amanti varie e soffre di dialoghi pesantemente letterari, che tarpano completamente le ali al racconto cinematografico. E’ un florilegio di filosofemi e riflessioni sul vivere moderno che relegano in secondo piano, quanto accade nella realtà. Scontri di strada, manifestazioni, riti collettivi sono citati e detti, non visti o raccontati per immagini. E’ un risultato davvero strano per un cineasta che, in passato - si pensi a La mosca (The Fly, 1986) o a Il pasto nudo (Naked Lunch, 1991) – ha fornito prova di grandi capacità visionarie. Doti che qui lasciano il campo a filosofemi e dialoghi degni più di un copione da teatro da camera, che a una sceneggiatura cinematografica.
Mud
E’ passato in concorso il film dell’americano Jeff Nichols, Mud, con star come Reese Witherspoon e Matthew McConaughey e il film del regista coreano Im Sang-Soo con L’Ivresse de l’argent o The Taste of Money. Per quanto riguarda Nichols (regista del pluripremiato Take Shelter con Michael Shannon), l’attore e produttore, in questo caso regista del film è giunto al suo terzo lungometraggio e con i suoi attori, ha presentato questo film incentrato sull’incontro fra un ragazzino e un individuo piuttosto strano, affascinante quanto pericoloso. Un uomo braccato e quindi in fuga. Ellis (Tye Sheridan) è un ragazzino quattordicenne che, in giro con l'amico Neckbone (Jacob Lofland), incontra casualmente, in un piccolo isolotto sul Mississippi, Mud (Matthew McCounaghey), un fuggitivo con un dente in meno, un serpente tatuato sul braccio e una pistola sempre pronta all'uso. Nonostante sulla testa di Mud pendano una taglia che fa gola a tanti e un mandato di cattura che motiva le forze dell'ordine a spingersi anche oltre la legge, Ellis si aggrappa a lui nel disperato tentativo di rifuggire le tensioni quotidiane della sua famiglia. Colpiti dal profondo amore che Mud mostra nei confronti dell'amata Juniper (Reese Witherspoon), Ellis e Neckbone si impegnano con tutte le loro forze alla costruzione di una barca che gli permetta di lasciare l'isoletta sano e salvo. Tuttavia, per i due ragazzini è difficile discernere la realtà dalla versione dei fatti raccontata da Mud e presto molte domande cominciano ad affiorare nelle loro menti: Mud è davvero inseguito per aver ucciso un uomo? E, soprattutto, chi è quella misteriosa ragazza che nel frattempo è arrivata nella loro piccola città? A Cannes Nichols ha affermato a proposito del film: “Mi sono innamorato di questo soggetto perché il fil rouge che attraversa i miei film è sempre l’amore, declinato nelle sue forme più svariate. In questo caso siamo di fronte ad un amore senza ritorno. E così mi sono detto che sarebbe stato molto interessante osservarlo attraverso gli occhi di un bambino. La storia gira tutta intorno a questo ragazzo, Ellis. Lui cerca disperatamente un amore che funzioni, e questo tema mi strazia il cuore e mi ha spinto a volerci entrare ancora più dentro raccontandolo attraverso questa vicenda”. Matthew McConaughey, presente a Cannes anche in The Paperboy, ha affermato: “Ho amato immediatamente Mud perché adoro ripensare alla prima volta, alla prima volta che mi sono realmente innamorato. Spesso capita che è una situazione senza pietà, che fa soffrire. Il mio personaggio ha la testa assolutamente tra le nuvole, se dovesse atterrare sulla Terra e, rendersi veramente conto di come stanno le cose, morirebbe con il cuore a pezzi”.
Mentre The Taste of Money di Im Sang-Soo è un film assolutamente drammatico che gira sul potere del denaro, un potere così forte da portare solo morte, quando spinto all’esasperazione. Young-jak è il segretario privato di Paik, la moglie di Mister Yoon, il presidente di un'importante compagnia del conglomerato di Chaebul, zona in cui si concentrano tutti gli uomini di potere dell'intera Corea. Young-jak è testimone di quanta immoralità e depravazione vi sia all'interno della ricca famiglia e ha scoperto che Yoon tradisce la moglie con Eva, la loro cameriera filippina. Sedotto da Paik, Young-jak finisce con il farsi coinvolgere nel brutale omicidio di Eva, diviso tra la tentazione dei soldi e il suo forte senso di moralità.

Ed ora siamo alla fine, ma prima di chiudere vorrei fare gli auguri a Lawrence d'Arabia, che ha festeggiato i 50 anni …a Cannes.
Il Festival di Cannes 2012 festeggia i 50 anni di Lawrence d'Arabia presentando, nella sezione Cannes Classics, una versione restaurata, grazie alla magia del digitale, del capolavoro diretto nel 1962 da David Lean con Peter O'Toole e Omar Sharif

Ecco i premi del Festival di Cannes 2012
La Giuria presieduta da Nanni Moretti e composta dai registi Andrea Arnold, Alexander Payne e Raoul Peck, dalle atrici Hiam Abbass, Diane Kruger e Emmanuelle Devos, dall’attore Ewan McGregor e dallo stilista Jean-Paul Gaultier ha emesso il suo verdetto assegnando la Palma d'Oro del miglior film e gli altri premi della selezione ufficiale.
Concorso
Palma d'oro: Amour di Michael Haneke (Francia)
Grand Prix Speciale della Giuria: Reality di Matteo Garrone (Italia)
Prix de la mise en scène: Post Tenebras Lux di Carlos Reygadas (Messico)
Prix du scénario: Oltre le colline (Beyond the Hills) di Cristian Mungiu (Romania)
Prix d'interprétation féminine: Cosmina Stratan ex aequo Cristina Flutur per Oltre le colline (Beyond the Hills)
Prix d'interprétation masculine: Mads Mikkelsen per Il sospetto (Jagten)
Premio della giuria: La parte degli angeli (The Angels' Share) di Ken Loach (Regno Unito/Francia)
Un Certain Regard
Premio Un Certain Regard: Después de Lucia di Michel Franco (Messico)
Premio della giuria: Le grand soir di Benoît Delépine e Gustave Kervern (Francia)
Menzione speciale: Djeca di Aida Begic (Bosnia)
Prix d'interprétation féminine Un Certain Regard: Émilie Dequenne per À perdre la raison ex aequo Suzanne Clément per Laurence Anyways
