Il difficile mestiere del compositore cinematografico - Scritti, conferenze, interviste (1950-1984)
Angelo Francesco Lavagnino
Il difficile mestiere del compositore cinematografico - Scritti, conferenze, interviste (1950-1984) (2025)
A cura di: Alessandro Cecchi
25,00 €
Dimensioni 15,5 × 21 cm
Pagine 186
ISBN 978-88-9374-044-9
Collana: musica.performance.media, REC
Periodo: ‘900
https://www.neo-classica.com/

Il genovese Angelo Francesco Lavagnino (1909 – 1987) è da considerarsi a pieno diritto, insieme a Mario Nascimbene, Ennio Morricone e Piero Umiliani, non ultimo Teo Usuelli, tra i massimi sperimentatori e ricercatori di suoni riformativi fra i compositori di musica per immagini del nostro leggendario passato cinematografico e televisivo. Come per i suddetti nomi, tutti di estrazione classica per studi di composizione, pur inseguendo diversive correnti compositive in carriera, ognuno con un proprio stile ben identificabile, Lavagnino ha composto opere, sinfonie, concerti, sonate, oltre ad una quantità di colonne sonore non indifferente <<a partire dagli anni ’50, [in cui] ha elaborato tecniche di composizione piuttosto brillanti, sia per lo strumentale usato che per la sua personale curiosità verso il mondo del cinema, la tecnica della registrazione dei suoni, ecc.>>, così come delineato da Ermanno Comuzio nel suo “Musicisti per lo schermo – Dizionario ragionato dei compositori cinematografici” (EDS – Ente dello Spettacolo). In sintesi “Il difficile mestiere del compositore cinematografico - Scritti, conferenze, interviste (1950-1984)” a cura di Alessandro Cecchi, ricercatore senior di musicologia presso l’Università di Pisa in cui insegna Storia della Musica e Musica per Film, è un libro sostanziale per chi ha sete di note tra le immagini (ma non esclusivamente), riservante <<testi inediti – quelli delle conferenze più il dettato originale italiano di un’intervista uscita solo in inglese – le cui fonti non sono conservate nei faldoni del citato fondo archivistico [Le conferenze sono conservate nel fondo privato della casa del compositore a Gavi, presso le figlie Alessandra, Bianca e Judica Lavagnino (senza di loro questo volume non sarebbe stato lo scrigno segreto di ricordi, aneddoti, lezioni, idee e insegnamenti pagina dopo pagina), mentre il testo italiano dell’intervista è conservato, insieme all’audio-registrazione, nell’archivio privato di Alessandro Panuccio, a Roma], perché, a detta del curatore: <<Non solo la composizione deve venire a patti con la “composizione del suono”, ma per la sensibilità di Lavagnino la nozione di suono cinematografico è talmente a monte della composizione musicale da indurci a ripensare quest’ultima come una “musicalizzazione” del suono cinematografico a vantaggio di spettatori che sono anche ascoltatori>>. Di fatto <<La stretta collaborazione, perfino la competizione, con tecnici del suono e fonici di mix negli stabilimenti di registrazione era in questo fondamentale. Lavagnino poneva sfide, ricercava soluzioni audaci, proponeva procedure non convenzionali, finalizzate al conseguimento di configurazioni sonore inedite, pensate in relazione all’esperienza cognitiva ed emotiva dello spettatore di una sala cinematografica>>.
Cecchi, prima di lasciare la parola, imponente, colta, rilevante, illuminante, a Lavagnino con i suoi “Scritti Editi 1950 – 1955”, le sue “Conferenze Inedite 1962 – 1967” e le “Interviste 1967 – 1984” (conversazioni con Giulietta Masina, Marco Giusti e Alessandro Panuccio su domande del giornalista cinemusicale Randall D. Larson), che sono fonte inesauribile di apprendimento sia per musicologi, cultori di colonne sonore e professionisti del settore musicale, per di più cinefili DOC, descrive tutta la vita e le opere di questo compositore (come accaduto per una buona fetta dei nostri autori di Film Music della Golden & Silver Age, relegati all’oblio perché surclassati, causa i mass media e gli esperti di musica con la puzza sotto al naso, da nomi più blasonati quali i sempre menzionati Morricone, Rota e Piovani, come se avessimo avuto solo Loro): <<autore di canzoni inserite nei film, talora con lo pseudonimo di Dino Farva o semplicemente Farva>>, collaborazioni con i succitati Umiliani e Morricone dei quali nutriva una grandissima stima, la musica per sonorizzazioni di cui è stato con Umiliani uno dei maggiori esponenti, le grandi colonne sonore per Otello (1952) di Orson Welles – “uso anticonvenzionale di un piccolo organico, nonché di un timbro apparentemente poco shakespeariano come quello dei mandolini, ma efficacissimo, e di sonorità indefinite, ossessive” a detta di Comuzio –, Continente perduto (1955) col quale vinse il Nastro d’Argento per le migliori musiche, Un americano a Roma (1954) con Alberto Sordi, Timbuctù (1957) di Henry Hathaway, Che gioia vivere (1961) di René Clément, i film di fantascienza per Anthony Dawson (al secolo Antonio Margheriti), I criminali della galassia, I Diafanoidi vengono da Marte, Il pianeta errante e La morte viene dal pianeta Aytin (<<fossero parte di un’unica commissione per il compositore>>) e l’insegnamento di composizione per il cinema all’Accademia Chigiana di Siena.
Pur, riga dopo riga, venga fuori, in una sorta di comunanza d’intenti e di percezioni con l’amico Morricone, il fattore che <<l’abbracciare il mestiere>> del compositore per immagini <<abbia implicato per molti versi una “rinuncia” alla composizione come pratica alta>>, ad ogni modo <<Dell’eteronomia [significato: Dipendenza da leggi o criteri estranei o esterni alla volontà del soggetto, specialmente in campo morale] del mestiere, Lavagnino canta un sofferto elogio che è alla fine dei conti un gesto d’amore per il cinema, accettato in tutte le sue implicazioni, nel bene e nel male, e vissuto senza sconti. Anche per questo, la sua è una voce da ascoltare con estrema attenzione>>.
