L’isola delle sirene: cultura gay e musical americano da Busby Berkeley a Betty Grable
Giacomo Agosti
L’isola delle sirene: cultura gay e musical americano da Busby Berkeley a Betty Grable (2025)
LIM - Ricordi Editore
192 pagine
18 euro

Ero piccola quando mia madre mi portò a vedere quello che ricordo essere il mio primo film in assoluto al Cinema. In uno dei tanti teatri rionali della piccola città in cui vivevo e che avrebbero chiuso nell’arco di pochissimi anni. Lasciandoci orfani del grande schermo e costringendoci a sopperire alla mancanza andando nella grande città, fino all’arrivo dei primi cinema multisala. Il film che mi inchiodò alla poltrona e per il quale costrinsi mia madre alla visione quasi integrale del secondo turno di proiezione... era Grease.
Grease (1978) credo sia il musical hollywoodiano più noto alla mia generazione e a quella che è venuta in seguito. Forse il film con i maggiori passaggi televisivi e le maggiori rappresentazioni teatrali attraverso sia i circuiti professionali sia quelli amatoriali. Può essere considerato il padre di serie TV di successo come High School Musical (2006) e Glee (2009) che hanno riportato in auge per un breve periodo i generi ‘musicale e musical’ soprattutto tra i giovani. In comune hanno infatti uno sguardo puntato sul mondo della scuola e degli adolescenti. Perché parlo di Grease per introdurre il discorso sul bel libro “L’isola delle sirene” di Giacomo Agosti? Perché partendo da un’esperienza autobiografica ho l’opportunità di cogliere un aggancio per affrontare alcuni temi chiave del libro. Grease ha segnato in qualche modo la mia infanzia perché mi ha iniziata al piacere della visione dei musical e alla pratica della danza: a un corpo che balla la musica. Così credo di avere inteso la danza quando ho iniziato a prendere, da piccola, lezioni di ballo. Non è il mio musical hollywoodiano preferito ma è rappresentativo di un effetto revival - riscontrabile con la notorietà della serie TV Happy Days (1974 - 1984) - che portò a un’attrattiva verso l’immaginario anni Cinquanta e a un ritrovato interesse per i musical movie di quegli anni o ambientati nel periodo, come per esempio West Side Story (1961), insieme ai film musicali di Elvis Presley. Al contempo arrivavano al cinema una serie di nuovi film, legati ai generi musicale e musical, che ebbero grande successo come: Saturday Night Fever (1977), All The Jazz (1979), Fame (1980), Flashdance (1983), Footloose (1984), Chorus Line (1985) ecc. Questa magica ondata tra vecchi e nuovi successi la sentirò arrivare personalmente a partire dalla metà degli anni Ottanta in poi guardando questi film alla televisione. Il mio sguardo sul genere si è infatti formato in maniera marcata sui musical hollywoodiani e film musicali mediati attraverso la televisione. Corpo e sguardo.
“L’isola delle sirene” <<è un libro sul corpo che balla il jazz ballet e canta i pop tunes>> (1). Non solo, è la <<creazione di uno sguardo identitario>> (2). Agosti, mediante la storia del musical americano, ci racconta il suo personale sguardo e lo fa anche grazie al ruolo di insegnante: <<alla possibilità che ho avuto e ho di seguire altre identità in formazione>> (3). E attraverso l’insegnamento proporre: <<l’offerta del corpo come uno schermo di sensazioni che si mutano in emozioni – e l’avviamento ai contenuti di un segno, cioè offrire materiale e ragioni per fare e rappresentare>> (4). Il corpo come luogo dell’accadere e di costruzione di un processo creativo.
Sono una ex danzatrice cresciuta con la televisione. Sono figlia di MTV. Ora, cosa c’entra questa affermazione con quello che è stato detto finora? A suo modo, ha a che vedere con la polemica che Agosti solleva nei confronti della cultura italiana (altro tema del libro), il cui rapporto nello specifico con i musical - sia cinematografici che teatrali - e in generale con il mondo dell’intrattenimento è tendenzialmente snob. Mi sono sempre chiesta come fosse possibile questa mancanza di attenzione nei confronti di un genere che ha formato almeno un paio di generazioni di registi e ha posto le basi di un linguaggio, quello della videomusic, che è passato, anche abbastanza dichiaratamente, dalla visione e dallo studio dei film musical e musicali. Per fare un esempio: il video di “Let Forever Be” (1999) dei Chemical Brothers con la regia di Micheal Gondry richiama i numeri musicali di Busby Berkeley.
Ricordo che negli anni ’80 e ‘90 in Italia la ciclicità con cui passavano i musical hollywoodiani in TV, soprattutto quelli più famosi, era abbastanza ricorrente. Come già detto io ho conosciuto ‘consapevolmente’ il genere attraverso la televisione - Grease al cinema è stata più una sensazione corporea. In quegli anni poi, erano ancora frequenti e diffusi i varietà televisivi con grandi corpi di ballo che spesso riproponevano coreografie ispirate ai grandi musical classici. Senza dimenticare l’immenso successo della serie TV Saranno famosi. È noto che per un certo periodo lavorò per la televisione italiana Louis Falco, coreografo americano della serie e di molti video musicali per artisti internazionali tra cui Prince e Madonna. Aggiungo, inoltre, che per diversi anni la Rai con “Maratona d’estate” oltre a divulgare la cultura della danza proponeva approfondimenti sul mondo del musical - dai ballerini/attori ai registi - e della videodance. Insomma, pareva che il pubblico italiano fosse abituato all’esperienza della visione di un ‘corpo che balla e canta’. Eppure, il musical in Italia non è stato in grado di catturare la giusta attenzione nemmeno nel posto adibito a luogo di nascita, ossia il teatro. Mentre in America e Inghilterra, con le dovute differenze, sono riusciti addirittura a costruire un repertorio durevole nel tempo. Troppo connotato come genere? Abbiamo avuto Garinei e Giovannini che pur avendo riscontrato successi nazionali e internazionali con storie e partiture italiane non sono riusciti nell’intento. Non è accaduto neppure alla Compagnia della Rancia attraverso la trasposizione quasi fedele da cinema/tv a teatro di successi come per esempio Grease, dove a ricoprire i ruoli principali spesso sono stati chiamati personaggi televisivi molto noti, vedi Cuccarini, Hunziker e lo stesso Frattini che proveniva dalla tv. Sicuramente la costruzione di un repertorio permanente è mancata per la poca costante stabilità di queste rappresentazioni nel corso del tempo, dovuta all’ingente impegno economico che il tipo di spettacolo richiede e che nel nostro Paese è appannaggio solo degli enti lirici. Credo, però, che a incidere ci sia un fattore più culturale e sfuggente in questione, e riguarda in modo particolare al ‘come’ noi italiani guardiamo ‘un corpo che balla e canta’ nel contesto dello spettacolo.
<<Il musical in Italia è un corpo estraneo>>, ci dice l’autore, <<è ancora un fatto di pura attrazione fisica>> (5), relegato pertanto al mondo dell’intrattenimento e quindi superficiale - non ha niente da dire ma solo da mostrare. Dal mio punto di vista è come se esistesse una specie di scissione mentale: il canto non può essere danzato e la danza non può essere cantata. Perché sia chiaro, e lo ribadisce lo stesso Agosti, non c’è musical senza danza, altrimenti è opera. Per danzare occorre un corpo? Tendenzialmente si, anche se non sempre è necessario o connotato in quanto tale (ne parlo più avanti). Ma rimanendo con l’attenzione sul corpo ‘fisico’: che idea abbiamo noi italiani di un corpo che danza? Come lo abbiamo visto e come lo vediamo tuttora? Nella maggioranza dei casi è un corpo quasi sempre femminile ed etereo, se esce dai canoni del balletto è oggettificato (vedi la tv commerciale anni ’80 - ‘90), nei migliori o peggiori dei casi dipende dal punto di vista, è tarantolato e irrazionale. Se invece il corpo è maschile, è inevitabilmente omosessuale.
<<Il movimento, ascoltando una musica, si impadronisce delle gambe>> (6) dice l’autore, tornando a riferirsi nello specifico al musical. E questo implica un lasciarsi andare al piacere del ballo, scatena un desiderio, richiede di sentire la danza, di uscire da noi stessi, dalle nostre identità e giocare a moltiplicarle. È questa perdita di controllo a spaventare la mentalità dominante basata su una visione del mondo maschile ed eterosessuale. Il mondo del musical è quindi troppo gay per essere apprezzato dagli eterosessuali soprattutto maschi? Mi risulta che tra essi il film musicale più visto e amato sia The Blues Brothers (1980). Se non ricordo male è un film a forte presenza maschile e, non a caso, non troviamo tracce di danza “coreografata” al suo interno. Certo, lo stesso musical hollywoodiano, a partire dai suoi esordi, ha fatto sì che la danza maschile non fosse mai troppo al centro dello sguardo degli spettatori se non nei termini prestabiliti da un codice dichiarato (Hays) o non, così che il danzatore mantenesse un certo controllo dei movimenti e non desse adito a fraintendimenti. Il piacere di ‘guardare’ è rigidamente normato sul maschio eterosessuale. Fred Astaire, anche se a ritmo di tiptap, è elegante nei suoi movimenti, quasi etereo, non è desiderabile pur mantenendo quelli che sono i valori maschili ed etero. Dopo la seconda guerra mondiale c’è una sorta di via libera sulla rappresentazione del corpo maschile che danza, i movimenti si fanno più coreografici e muscolari, Gene Kelly è il portatore di questa marcata fisicità ma il desiderio del suo corpo rimane sospeso, è impegnato a mostrare l’energia e la potenza dei valori americani. Bob Fosse si nasconde dietro la macchina da presa, il suo corpo ci è dato per interposta persona, la sua danza è sensuale, irrequieta e interiore. È un corpo che parla e lo fa con la macchina da presa che da frontale (Astaire e Kelly) si avvicina così tanto da sentirla quasi addosso. Infine, John Travolta, massima espressione di un corpo esuberante e desiderabile (siamo circa al termine dei Settanta). Con la Disney degli anni ‘90 il musical ritrova vigore ma perde il suo legame con il corpo, si indebolisce il piacere di ‘guardare’ insieme al desiderio. Si assiste a una specie di infantilizzazione del genere, un prodotto solo per bambini. Forse è anche questo il motivo di un interesse che viene a mancare o non decolla mai? Molti anni indietro, però, Disney con il film Fantasia (1940) – ci racconta l’autore nel Cap. 10 – ha avuto il pregio di portare l’attenzione su uno sguardo che ‘si fa corpo’. Il suo farci perdere la riconoscibilità umana e di sostituirla con una maggiore astrazione lo avvicina a un tipo di cinema assoluto che era stato portato avanti da Busby Berkeley. Agosti dedica a quest’ultimo ben due capitoli del suo libro (Capp. 5 e 6), e questo ci dice dell’importanza e della fascinazione che questo regista ha avuto su di lui (e su di me) ma anche del segno profondo che ha lasciato nell’ambito specifico del genere musical e del cinema in generale. Quando parliamo di Berkeley subito il richiamo è all’immaginario tipico di centinaia di ragazze che eseguono schemi caleidoscopici mentre vengono riprese dall’alto con i famosi overhead, oppure ci ricordano i numeri acquatici di Esther Williams. In realtà a danzare qui è lo sguardo di Busby. La sua poetica è fatta di apparizioni e allusioni, di un uso del montaggio imprevedibile e fantasioso con l’intento di far sentire lo spettatore assorbito all’interno di un gioco spazio temporale in continuo mutamento. È il film che ‘si fa corpo’. Nonostante l’evoluzione dei numeri musicali vada spesso nella direzione dell’astrazione, il piacere di ‘guardare’ e le dinamiche del desiderio non si perdono. Agosti ci dice che vanno in due direzioni: se da un lato lo sguardo di Berkeley è a tutti gli effetti eterosessuale perché ci offre un mondo fatto di sole donne e quindi accontenta “un” desiderio, dall’altro lato il suo mancante, gli uomini, ne esaltano l’identità. Con il passaggio all’acqua dei numeri musicali del regista, ciò che domina, cioè lo sguardo etero maschile, si dilegua e il piacere che se ne trae non ha genere, non ha sesso, ma è solo un piacere di tipo ancestrale. Ritroviamo la leggerezza del corpo cullato dall’acqua, quella stessa che riacquistiamo nel lasciarci andare con la danza (“Singin’ In The Rain” si riappropria di questa libertà e vedere Gene Kelly sotto la pioggia è un vero e proprio godimento). Merce Cunningham, coreografo americano di modern dance, dirà: <<La danza è come l’acqua, tutti sanno cosa sia l’acqua e cosa sia la danza, tuttavia questa fluidità le rende inafferrabili. Non sto parlando della qualità della danza, ma della sua stessa natura>> (7).
Il musical è il luogo del ‘possibile’ non solo per inventiva e creatività e in modo particolare nel cinema: con la mescolanza di generi, nell’uso del mezzo e del linguaggio audiovisivo e del colore, per i temi affrontati non sempre superficiali o legati al romance, per fare alcuni esempi. Conosciamo bene le sue origini ibride tra teatro colto e teatro popolare, soprattutto il suo legame stretto con il vaudeville. Cosa sarebbe infatti senza la sua matrice urbana, di strada e interrazziale? Ancora opera e operetta probabilmente, e ancora molto bianca. I primi prototipi di musical sono espressione di un certo ottimismo e dinamismo della vita contemporanea di allora e in modo particolare della città di New York già coacervo di culture differenti. Il rapporto con l’ambiente urbano è molto forte. Ma cosa sarebbe il musical senza la fisicità (tap dance) e le sonorità afroamericana (blues, jazz)? Ancora opera e operetta, e ancora molto bianca. Mi preme evidenziare, giunti a questo punto, prima di procedere verso le conclusioni, un capitolo del libro (Cap 11) relativo ai musical hollywoodiani all black, molto interessante secondo me da leggere come invito alla riflessione su quello che è oggi la performatività nel mondo dell’intrattenimento. Senza i Nicholas Brothers – famosi danzatori afroamericani noti per le loro acrobazie e spaccate – ci sarebbe James Brown? Senza James Brown ci sarebbe Micheal Jackson? E la breakdance senza Micheal Jackson? Questa “danza” - manifestazione della più ampia cultura hip hop – ricordiamolo bene, ha avuto notorietà e successo in Italia anche grazie a Flashdance. Quello che oggi riconosciamo e apprezziamo del canto come della danza nel mondo urban, anche qui in Italia, ha natali più che nobili nel musical, in quel genere che ancora delegittimiamo non riconoscendone il valore e la sua portata culturale.
Il libro di Agosti è un piccolo gioiello necessario per ciò che ci offre: spunti di riflessione su svariati temi. Ci apre a un mondo inesplorato ma ricco di cose preziose, oltre a fornirci uno strumento di approfondimento sul tema del musical americano. Forse è il caso che la cosiddetta cultura italiana cominci a prendere seriamente in considerazione cosa sia realmente il mondo del musical. Per i più pratici con la materia è un libro che fa danzare, per quelli che lo sono meno, non abbiatene paura: come canterebbe David Bowie: “Let’s dance”.
(1) Giacomo Agosti, L'isola delle sirene. Cultura gay e musical americano da Busby Berkeley a Betty Grable, Milano: Casa Ricordi– Lm Editrice, 2025, pag. 11
(2) ibid., pag. 9
(3),(4) ibid., pag. 15
(5) ibid., pag. 10
(6) ibid., pag. 17
(7) Merce Cunningham, Il danzatore e la danza. Colloqui con Jacquiline Lesschaeve, Torino: EDT, 1990, p. 11 (ed. or., Le danseur et la danse, Pierre Belfond, Paris 1988).
