L’uomo sulla strada
Alessandro Bencini
L’uomo sulla strada (2022)
Eagle Pictures 869843EVDO
Lato A: 6 brani
Lato B: 8 brani
Sembra un thriller ma non lo è. Sembra un dramma ma potrebbe esserlo. Sembra una Love Story e forse lo è. Ad ogni modo L’uomo sulla strada è una pellicola che ti assorbe cerebralmente a poco a poco, anche, e soprattutto, dopo la sua visione in sala, perché la storia di Irene (una straordinariamente forte e sensualmente accattivante Aurora Giovinazzo – la Matilde che produce ‘scariche elettriche’ di Freaks Out) è potente come tutto l’impianto filmico: a otto anni assiste alla morte dell’amatissimo padre investito da un auto pirata, intravedendo (male) il colpevole, così vivendo la sua crescita con moltissimi sensi di colpa, diventando ovviamente un’adolescente sbandata e incattivita, che abbandona la scuola e trova lavoro in fabbrica dove si invaghisce del proprietario (un magnifico Lorenzo Richelmy) che si svela essere ciò che Lei non avrebbe mai potuto supporre (e non dico altro per non scivolare nello spoiler). La colonna sonora originale composta e orchestrata da Alessandro Bencini, alla sua seconda prova compositiva per un film dopo Backstage – Dietro le quinte di ben altro genere (un film musicale alla Chorus Line), che abbiamo intervistato in esclusiva sia relativamente a questa score che alla suddetta (ascolta podcast qui), viaggia, come il conducente ubriaco dell’auto che uccide il padre di Irene, tra climi funerei, nostalgici, lievi e tensivi, con un mix ben congeniato e amalgamato di elettronica e sinfonismo (i Musici di Parma diretti da Emanuele Bossi con solisti di lusso quali Luca Pincini al violoncello, Giulia Baruffaldi all’oboe, Max Baldassarre alla batteria, Nicolò Pagani al basso, Fernando Pantini alla chitarra e Sebastiano Burgio al piano).
La OST prodotta da Fernando Alba si apre nel Lato A di questo 33 giri con “Smokeland”, una melodia eterea e sospesa, che sembra scandire un tempo che in verità fa faticare a passare, in cui il piano, gli effetti synth, l’oboe ‘lontano’ e il violoncello suonano affranti e per nulla consolatori, anche se lo vorrebbero. Sul finire, delle ritmiche su archi sottesi drammatizzano il tutto e ricordano certi temi astratti del primo James Newton Howard anni ’90. “Chainedthought” ha qualcosa di donaggiano nell’accenno pianistico iniziale su quegli effetti liquescenti, con l’assolo del violoncello che appare e scompare etereamente, per poi lasciare il passo agli archi aerei e alla batteria che vengono soffocati da synth melliflui. “Waterflow” si poggia su sintetismi spaziali, su un piano e violoncello in controcanto su una melodia delicatamente dolce e liquidamente avita che cresce, cresce, cresce divenendo solennemente e amorevolmente liberatoria. “Blackout” si affida al piano drammaturgicamente affranto su effetti tesi che cedono il posto ad una nenia pressoché orrorifica, spezzata da ritmiche imperanti e turbanti molto action score simil Tangerine Dream. “Speedrun” è metallicamente rintronante e cardiacamente disturbante, musica da film horror pura e dura, con un basso ritmico alla John Carpenter. “Icewalking” è compulsivo e riflessivo al medesimo tempo, con quell’oboe addolcente e le ritmiche martellanti, oltre al piano tensivo e alla chitarra elettrica con quel giro circolare perenne tipo U2 e Pink Floyd.
Il Lato B comincia con “Reminiscence”, un’iniziale chiesastica armonia afflitta che riprende il tema portante, affidandolo agli archi sospesi, il piano, synth incorporei e l’oboe liricamente disadorno, per poi fa esplodere tutto il leitmotiv per archi e violoncello solo poeticamente solenni, con chiosa rarefatta. “Rewindtime” ha la parvenza atmosferica del brano precedente invece “Bruteforce”, con quel vocalizzo maschile d’apertura semi brutale ed echizzante, rotto da ritmiche dure precede “Hiddenwatcher” che con i suoi ritmi semi celati e archi e synth ‘lontani’ chiaroscurali rammenta certe identiche fonti commentative di Ry Cooder per i polizieschi di Walter Hill. “Comeback” è delicatamente incerto e oscuramente incombente, con un retrogusto sintetico anni ottanta sempre alla Tangerine Dream. “Breath” inizia con un suono di uccellini per dare spazio sinteticamente a suoni diradati dove a primeggiare è il canto del violoncello, del piano, degli archi in levare tutti inneggianti una voglia di rivalsa. “Goingnowhere” spunta come l’altra faccia della medaglia sonora della traccia appena ascoltata: in punta di fioretto, stilizzando i suoni sino a renderli ancestralmente redentori. “Sinrelease” chiude il vinile con un clangore strumentale quasi soffocato che è al contempo liberazione, accettazione e donarsi all’amore, dove a farla da padrone su archi sottesi è il violoncello accorato di Pincini e una serie di synth ventosi e luminescenti che guidano verso la parola “Fine”.
