L’ultima notte di Amore
Santi Pulvirenti
L’ultima notte di Amore (2023)
Decca Records/CAM
13 brani – Durata: 47’09”
Il regista e attore Andrea Di Stefano (classe 1972) con il suo film L’ultima notte di Amore, dopo le esperienze registiche d’oltreoceano con il suo debutto dietro la macchina da presa nella serialità di Escobar con Benicio Del Toro nel 2014, approda nel mercato cinematografico italico rinverdendo i fasti del genere poliziesco di casa nostra degli anni ’70 di cui fummo pure, non solo efficaci emulatori di quello Made in USA, innovatori e prosecutori artigianalmente spudorati, iper violenti e musicalmente aggressivi da creare una nuova corrente influenzante a sua volta quella originaria americana. Questo film tra Michael Cimino, Fernando Di Leo e Sam Peckinpah, con magistrali attori protagonisti (Pierfrancesco – Franco Amore – Favino e Lidia – Viviana – Caridi) e altrettanti strepitosi comprimari (su tutti Antonio – Cosimo Forcella – Girardi), è una bomba ad orologeria dal taglio e respiro registico internazionale, seppur composto da un cast artistico e tecnico prettamente italiano, che trova nella colonna sonora di Santi Pulvirenti (La mafia uccide solo d’Estate, Bang Bang Baby, Le indagini di Lolita Lobosco) uno dei suoi ulteriori ed elevati punti di forza – vi invito a vedere la puntata di Soundtrack City, condotta dal sottoscritto e dal socio e vice direttore della nostra rivista, Marco Testoni, in cui intervistiamo il compositore siciliano in parte su questa OST (link: https://www.facebook.com/lacittadellamusicavisibile/videos/758354842392859) – la quale non si smetterebbe di voler ascoltare e riascoltare anche al di fuori delle sequenze.
Nella speranza che venga pubblicato un vinile da collezione di questa smisurata soundtrack come non se ne ascoltavano da tempo nell’ambito dell’action-thriller nazionale, già il brano d’apertura, “Fate Tiptoes to a Party” – il quale commenta la splendida ripresa aerea notturna di Milano tramite drone sino a chiudersi sulla facciata, e finestre annesse, del palazzo e dell’appartamento nello specifico del protagonista Favino-Amore – è foriero di inventiva e citazionismo colto omaggiante colonne sonore cult di morriconiana e ciprianiana memoria – ad esempio Tre colonne in cronaca di Carlo Vanzina del 1990 di Morricone e La polizia ringrazia di Steno (Stefano Vanzina padre, nemmeno a farlo apposta) del 1972, anno di nascita del regista Di Stefano, che sicuramente si è nutrito di tale cinema più che di latte materno – con un leitmotiv al cardiopalma, che si palese con un cardiaco (giustamente) respiro affannoso tipico del Runner (e qui il corridore c’è, eccome) su ritmiche tribali che diventano un tutt’uno, sino a disgregarsi nel motivo portante: un clavicembalo anni settanta rincorrente e convulso, assai progressive nell’andamento fulminante e fragoroso con la sua ritmata ansietà moderna, che entra sotto pelle come un pugno allo stomaco ben assestato – e di colpi di scena ottimamente assestati è pregna tutta la pellicola –.
Pulvirenti ci ha svelato nell’intervista suddetta che il suo score è stato scritto su sceneggiatura e poi portato sul set dal regista per far immergere ancora di più gli attori e tutto il cast tecnico nelle atmosfere notturne oscure, tensive, fredde e sanguinolente della storia di questo agente di polizia integerrimo e senza macchia, ad un giorno dalla pensione, che vivrà una lunga nottata di tradimenti, disperazione e morte (e non dico altro perché è un film da andare a vedere assolutamente sul grande schermo per goderne ogni fotogramma appieno – peccato soltanto per alcuni dialoghi in dialetto calabrese che avrebbero giovato di sottotitoli). La partitura prosegue con “Last Night”, una traccia synth dalle parti di Mark Snow e Tangerine Dream, assai tensivamente ipnotica e ondulatoria nel suo andamento misterico, che presaga nel suo crescendo sciamante non augura nulla di buono. “Fathers” è l’esibizione di un tema nuovo, una melodia armoniosamente tragica e commovente pur nella sua eterea modulazione sintetico pianistica. “The Mechanics of Amore”, insieme al pezzo d’apertura di cui sopra, è il cavallo di battaglia dello score nonché la sua riproposizione, eppure più incalzante, aggressiva nella forma in levare, dove i fiati, gli archi, la batteria sono nervosamente cruenti, in stile Goblin argentiani o romeriani tipo Suspiria e Zombi. Da Paura! E che dire di quel fischio alla Alessandro Alessandroni che chiude il brano inneggiando al tema in tutta la sua drammaturgia e nuance melò, con il controcanto del violino.
“The Ambition of Being Honest” sorge come un pezzo dal barocchismo bachiano e dalle reminiscenze austriache di tanta musica popolare viennese o addirittura di quel Anton Karas de Il terzo uomo, anche se nella seconda parte, con il fischio e i vocalizzi maschili e femminili in contraltare a delineare ancor meglio il tema principale, si dirige verso zone valorosamente imbevute di professionale rivalsa e amorevole familiarità. “Spectrum” è una traccia di scary music ritmicamente cardiaca e trepidante nel suo indirizzo synth violoncellistico greve e disorientante. “Alba” – e solo chi vedrà il film comprenderà quanto sto per scrivere – per archi e coro in un crescendo inesorabilmente lento e funereo, è straziante, ancor più per la presenza primaria di un vocalizzo sopranile che tocca vette assolute di inebriante e lacrimevole intimismo: accanto a “Fate Tiptoes to a Party”, il brano principe della colonna sonora di Pulvirenti. “The Brain of a Dying Man”, con quel suo cicaleggiante e fastidioso suono che pervade tutto il pezzo, è un altro punto di grandezza della partitura tra prog tonitruante, tagliente e sintetismi ritmici compulsivi che non lasciano scampo, fendendo colpi mortali all’uditore (e non solo). “Melò Dia” è una melodia cantabile rasserenante, amorosa, fanciullescamente distraente da tutto il marasma di brani pregressi che hanno accresciuto la tensione emotiva (ci voleva un po' di relax tematico): una concessione a sequenze familiari delicatissime nel film. “The Sky is Looking Down at You” inizia con il respiro affannoso che abbiamo ascoltato nel primo brano della score, attivato su elementi synth, ritmici e vocali astratti e spazialmente utopistici, nel quale si paventa un certo clima misterico dolorosamente accanente e senza via d’uscita. “The Carp” ripropone il secondo tema sentito in “Fathers” in una modalità da ninnananna delicatamente fiabesca, per archi, clavicembalo, violoncello solista e synth, assai toccante. “Don’t Do It”, penultima traccia dell’album, rievoca quei brani orchestralmente tensivi e rigogliosamente confondenti di Morricone dei film d’azione anni ’70 – ’80, con un crescendo ansiogeno e demolente incessante. “Milano da bere” – come suppone il titolo stesso – è un ballabile lounge beat anni sessanta nell’andatura pop che chiude con briosa soavità una OST di prorompente e aggredente bellezza. Plausi scroscianti al film, al regista, agli attori e soprattutto alle musiche di un ispiratissimo Santi Pulvirenti, che apprezziamo sin dai tempi di La mafia uccide solo d’Estate e da poco per le ottime partiture, scritte in coppia con Tommy Caputo, del televisivo Le indagini di Lolita Lobosco.
