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  • I Liviatani - Cattive abitudini
30 Dic2020

I Liviatani - Cattive abitudini

Scritto da Randolph Carter. Pubblicato in Cinema

cover i liviataniSusan DiBona & Salvatore Sangiovanni
I Liviatani - Cattive abitudini (2020)
Sonitus Digital Download
40 brani – Durata: 65’46”

Spesse volte e ahimé sempre di più, quando indossiamo l’abito spocchioso dei laudatores temporis acti – categoria nefasta e incorreggibile - ci pare da una prospettiva conservatrice che, dopo l’epica stagione della nostra musica per il cinema, o meglio dopo la scomparsa di tanti nomi/numi (da ultimo il decano Ennio Morricone), si siano aperte le cateractae coeli di un diluvio permanente; che il livello, in corrispettivo con quella del fotografico, sia scaduto assestandosi su standard di non aurea mediocrità e sovente precipitando a misure di autentica indecenza. Nel marasma mediatico che tutto avvolge e stravolge inventiva e abilità tecnica hanno abdicato a favore di prodotti livellati, anodini, per un pubblico omologato e di facile contentatura, nonché magnificati dai telegiornali della sera come opere di grande arte di riconosciuti (ma da chi?) ”maestri”.

Tuttavia l’elogio del buon tempo antico, sincero non meno che corrotto dalle distonie memoriali e sentimentali, non deve rendere sordi dinanzi a quanti –pochi o molti -, forniti di talento certo, si impegnano a mantenere alto il livello dell’Ottava Arte dopo la generazione dei Rota e dei Morricone, dei Piovani e dei Piersanti, e di tutti coloro che stan nel mezzo. Il duo Susan DiBona-Salvatore Sangiovanni è un esempio di proposta possibile e credibile di musica italiana contemporanea per il cinema che strizza l’occhio alla tradizione e dunque cita e ricombina in disinvolta postmodernità, e insieme di innovazione entro un percorso di ricerca reso arduo dal peso di un passato non eludibile e dalla necessità di oltrepassarlo senza negarlo. I due, con alle spalle una formazione di prim’ordine (polistrumentista e direttrice d’orchestra, formatasi alla Columbia University lei, pianista pluripremiato in Italia e fuori lui, vincitori di 3 Global Music Awards) hanno al loro attivo una quarantina di score dai primissimi anni Novanta ad oggi in Italia e fuori (Germania, USA, Finlandia, India), con una predilezione per il giallo/horror ma senza disdegnare commedie, serie tv e documentari; eclettici e versatili, hanno composto anche un paio di opere liriche. A Night of Nightmares (Buddy Giovinazzo, 2014), The Transparent Woman (Domiziano Christopharo, 2015), H. P. Lovecraft: Two Left Arms (Id., Domiziano Christopharo, 2016), Mad Macbeth (Id., Domiziano Christopharo, 2017), ZTV (Jason Ragosta, 2019), alcuni fra i titoli più suggestivi. Da ultimo, questo I Liviatani – Cattive abitudini dell’esordiente Riccardo Papa (in lizza per il David di Donatello), una ventata di salutare aria sporca che finalmente attossica le neutre profumazioni dell’odierno cinemafiction italico: buonista più che buono, sentimentalista più che sentimentale, lezioso più che grazioso; quintessenza di intimismi e noie quotidiane (come se non ci bastassero e avanzassero le nostre); afflitto da esistenzialismi velleitari – ma Jaspers, Heidegger, Sartre, Merleau-Ponty sono lontani; carino e leggero, attento a non turbare la nostra quiete intellettuale, i nostri occhi sensibili e pavidi, le nostre quiescenti budella, i nostri palati e stomaci assuefatti a tisane e brodetti. Ogni tanto, qualcuno ci riprova a screziare di lampi sinistri l’incolore panorama, a scardinare l’ipocrita idillismo di un universo filmico che fa il paio con il Mulino bianco. I nomi di Ivan Zuccon, Raffaele Picchio (il suo Morituris del 2011 fu messo al bando dalla censura che negò persino il nulla osta alla proiezione in pubblico per “motivi di offesa al buon costume” di questo slasher revenge), Giorgio Bruno, Giorgio Serafini, Lorenzo Lepori & Roberto Albanesi diranno pure qualche cosa a quanti più non possono del giornale radio, della minestrina e del manzo lesso del borghese buzzatiano. E ben vengano. Al cinema – ad ogni narrazione - non chiediamo palliativi. Chiediamo sensazioni. Quelle vere, forti, brutali. Sesso, violenza, pornografia, sangue, aberrazioni, mostruosità; disagio, repulsione, schifo. Ma non solo. Una bella storia d’amore, romantica senza romanticismo: qualcuno la sa ancora raccontare? V’è riuscito Tornatore con Nuovo Cinema Paradiso, Malena, La corrispondenza. Accogliamo dunque a braccia aperte questi Liviatani che non ci lasciano dormire tranquilli. Appartengono alla trista genia delle famiglie di macellai cannibali coltivate dal cinema almeno a partire da The Texas Chainsaw Massacre. Ma qui il registro è della commedia nera più che dell’horror al sangue stile Tobe Hooper o Wes Craven – pur non mancando qualche incursione nel gore. L’esito è meno duro sul piano visivo, ma tanto più inquietante. Un “ritratto di borghesia in nero” che s’affolta di scure pennellate, condito d’umorismo macabro e malsano. Il bon ton, l’eleganza, l’impeccabile superficie celano mostri. Il peggio è che i Liviatani non sono una patologica famiglia di folli paradossalmente rassicurante nella sua isolata abnormità. Fanno parte di un gruppo, una congrega (setta?) attiva da secoli, votata all’eliminazione di troppa umanità inutile (“il mondo è pieno di soggetti socialmente inutili” afferma uno dei personaggi, alla faccia di tanto ipocrita buonismo inclusivo), di uomini che vivono unicamente perché sono nati - come avrebbe detto l’acrimonioso Giovanni Papini. Un progetto di sterminio pseudoglobale, un credo, una fede; presenze ramificate nel tempo, celate sotto la rassicurante vernice dell’abitudine, dell’ordinario quotidiano (con tocchi d’eleganza, di raffinatezza). Intanto le “cattive abitudini” si perpetuano insieme con gli orridi banchetti. Il protagonista, fidanzato con una giovane appartenente alla sciagurata famiglia, si troverà irretito in un mondo assurdo, nella logica abnorme dei Liviatani. Si badi ancora – prima di venire alla musica, fedele specchio dell’anima nera e grottesca del racconto filmico - alla contaminazione stilistica implicita nel titolo (e nel sottotitolo). Il primo rinvia ad una dimensione arcana, piena di pauroso mistero, con chiaro rimando al mostruoso animale presente nella mitologia fenicia, nella Bibbia, simbolo del caos e delle potenze maligne, e alla celebre opera omonima di Thomas Hobbes ove il Leviatano simboleggia lo Stato, dio mortale; il secondo evoca un’espressione comune nella lingua parlata e scritta, sovente utilizzata in senso ironico. La categoria dell’humor nero è già nell’onomastica colta ed allusiva, fonte di inquietanti associazioni (e tale cura è indizio certo di un cinema colto, attento e preciso, superiore alla media).

Lo score allinea quaranta tracce, molte inferiori al minuto, a comporre un arcipelago polistilistico, politimbrico e politonale di ampia durata (65’ circa). Da intendersi quest’ultima e nel significato propriamente cronologico – il tempo dell’orologio, dove ogni attimo annulla il precedente, non ha relazione con il successivo e tutti insieme scrivono una quantità misurabile - e in quello (di ascendenza bergsoniana) di flusso continuo reversibile: le note non si cancellano via via che vengono superate dalle successive, sono invece mantenute e si perpetuano in una miracolosa conservazione del tempo; tempo e memoria sono la vera essenza della musica, come aveva già intuito Aristosseno (“Di queste due cose, invero, la musica è coesistenza: sensazione e memoria. Bisogna infatti sentire ciò che accade e ricordare ciò che è accaduto”: Elementi di armonia).

La musica di DiBona & Sangiovanni spazia dal tensivo al grottesco (talvolta ibridati), dal classicismo della tradizione a quello novecentista, dagli ammicchi alla film music autoriale (Morricone, Herrmann) all’elettronica; senza trascurare la forma-canzone, la cartoon music e il tango. I titoli dei vari brani, in italiano, inglese, spagnolo, latino rispecchiano il carattere di pout-pourri della partitura. La molteplicità non trapassa nondimeno in confusione e neppure si disperde: le varie forme trovano un centro – per analogia o contrasto - in una inquietudine diffusa, un’aura minacciosa, un ghigno demoniaco, un preannunzio sarcastico di eventi orrorosi: il Male assoluto è l’interprete – ora en plen air, ora dissimulato dietro illusorie parvenze di positività - di questa opera al nero intinta nel cupo inchiostro dei contrabbassi, presenza insistita ed obbligatoria all’interno del variegato organico e locuzione canonica della “musica di paura” soprattutto del passato (oggi sono in disuso, “superati” dai fastidiosi e per nulla minacciosi brontolii sintetici). Eccoli già nel conciso attacco d’apertura, “Blood Moon”, pedale scuro preceduto da stringati arpeggi pianistici e seguito da un rapido, terrorizzante crescendo degli archi. “Return to Blood Moon” li colloca in prima linea, li valorizza in minimi stacchi di silenzio, li affoga nei tormentati svolazzi del piano. Ricompaiono superbi ne “I Liviatani nei secoli” ove abbozzano un semitema funereo contrappuntato dai clarinetti (e si faccia caso al bell’incipit con tocco di campana e fascia sospesa degli archi). ”I padroni del mondo” espone 58” di contrabbassi “neri” ed effetti elettronici con ostinati pesanti. “Amici come non mai” li vede soli e pericolosi. Non solo contrabbassi tuttavia, i due possiedono un bel bagaglio di espedienti generatori di disagio. Come in “Tutti a tavola” (che/chi si mangia?), quasi 2’ in cui troviamo, nell’ordine: fascia sospesa in funzione di pedale, pianoforte cristallino e poi sordo, un delicato adagio per oboe, ancora il piano in sviluppi onirici, ripresa del tema dell’oboe con fagotto: musica davvero sinistra impostata sulla dialettica serenità/ansia. “Grave sospetto/Un valzer ancora” propone il piano solo in accordi lenti e spettrali. “All in a Good Time” parte con un’unica lenta nota ribattuta del piano appoggiato agli archi (stilema morriconiano), seguita da contrabbassi espansi e piccole cadenze percussive via via più evidenti. “Tick-Tock Hitchcock” è herrmanniano come da titolo, con archi e piano sincopati, nervosi, sempre efficace. Davvero perturbante “Il suo profumo mi soffoca”, ghirigori pianistici con sibili su cupo tappeto synth. Ossessivo “Eyes of Crystal” (tintinnii glaciali, background ingombrante dei contrabbassi, sibili e fascia in tensione). “A fuoco lento” è suspense astratta con effetti elettronici, echi malevoli, borbottii in pedale, una staticità da incubo. In “Davanti ai tuoi occhi” il pianoforte si replica in due accordi di infausta monotonia.
La seconda cifra musicale forte è il grottesco, dispensato in gran copia di proposte, dal surrealismo di “Grotesque Arabesque” che potrebbe richiamare “Danse Macabre” di Saint-Saens con quei clarinetti, pianoforte e fagotto in ritmo, al divertissement tensivo di “Solo amicizia/Tuo figlio” (controfagotto e clarinetto memori di certo Morricone sardonico, movenze di balletto, pianino stile cinema muto, chiusa con fanfara), alla marcetta giocosa e poco rassicurante del pari di “Macabre”; sino ai frequenti “rifacimenti” morriconiani ovvero cadenze similtango e intonazioni tra il depresso e il ridicolo (“It’s not Funny”) e scoperte riprese “indaginesche” (”A Detective”, “What a Detective”).
Il classicismo domina in “The Importance of Being Ermanno” (con scoperto riferimento letterario) e “The Heart of a Swan”: due pezzi torniti e limpidi e senza fastidiose incrostazioni accademiche, sciolti e disinvolti nell’esecuzione pianistica su indefiniti sfondi orchestrali, e col violoncello sovrapposto e l’inserimento finale del fagotto (“The Importance…”), o nel virtuosismo del pianoforte solo, adamantino e caldo insieme (“Thae Heart…”). “A Revelation Named Silvio” si imparenta con la più recente classicità novecentesca con il tematismo appena abbozzato degli archi vivaci e negli intermezzi pianistici e nel rarefatto dialogo tra archi e legni sino al molto mosso finale con clarinetti, fagotto, piano e orchestra. Una pagina raffinata ed equilibrata, distante dalle esagerazioni sentimentali dell’estetica romantica ma anche dalla pratica dell’udibilità pura, ovvero di una musica concepita come mera costruzione tecnica.
Anche l’elettronica è presente, pur senza nulla concedere alle facilonerie elettroacustiche di troppi dilettanti e insipienti. Borborigmi, arpeggi e dissonanze sintetiche in “Dark Eyes Locked”, ritmica disco e voci maschili campionate e “drogate” in “Slow Maniacal Steampunk”, ansiti femminili su brusii e fasce sospese in “Vox perpetua” (dizione di splendida allusività), chitarre elettriche e ninna nanna elettronica in “Biagioland/The Bad Trip” articolano un microcosmo ossessivo, misterico e delirante, estraneo ad ogni umanesimo.
Una spruzzata di musica cartoonistica con clarinetti, fagotti e pianoforte danzante (“Tick-Tock Rabbit”) e un tango (“El Tango y la Muerte”, elettronica, violino e fisarmoniche virate sul cupo: dietro le movenze sensuali è la malinconia della fine e l’angoscia della dissoluzione) impinguano il fantasmagorico arabesco.
Canzoni, canzoni, canzoni. Ne abbiamo ben tre, tutte di fattura squisita, accattivanti nelle melodie, accurate nell’orchestrazione, interpretate in maniera egregia (da chi, non è detto). “Non ti manco”, arrangiata per pianola e pianoforte, è démodé, piacevole e volatile, romantica senza languori. “The Crimson Waltz (End Titles)”, testo in lingua inglese, inizia lenta con archi e piano (memore di una lunga tradizione di belcanto), poi si trasforma in un valzer concitato. In fine, in “So God to Eat” una tranquilla voce femminile intona (sempre in inglese) una melodia old style quasi commedia americana anni Quaranta, servita con archi, piano e percussioni appena accennate: una falsa tranquillità per quanti conoscono le pietanze consumate in quegli atroci conviti; ma anche una indubbia perizia nel ricreare le forme di un passato che ha segnato il nostro immaginario musicale e, opportunamente riveduto senza stucchevoli nostalgie e grossolane ingenuità, col necessario ironico distacco, può offrire ancora parecchie idee all’oggi, in un presente che ha fatto della citazione una cifra stilistica (invero non sempre ben applicata; ma non è qui il caso).

In realtà con DiBona & Sangiovanni si viaggia nel tempo, a ritroso. Si recuperano i suoni dimenticati, che nessuno più usa e osa. Uno score, questo de i Liviatani, godibile e in ogni senso azzeccato. Buono per il film, servito a dovere da un tappeto musicale di sofisticato intreccio, un pianissimo che occupa senza fretta, costante e continuo, le immagini. Chi guardasse senza nulla sapere, troverebbe nella musica un complemento diegetico prezioso nella persistente premonizione di qualcos’altro che sta dietro, di porte che è meglio lasciar chiuse. Niente è come sembra, ci dice la musica, invito ad aguzzare l’occhio e ad attenderci il peggio; componente attiva, funzione narrativa, racconto di un racconto. La cura dell’orchestrazione poi, la varietà tematica e timbrica, le soluzioni rispettose del pregresso reinterpretato con sottigliezza conferiscono alla materia un’autonomia, una identità d’ascolto che oltrepassa la pur necessaria funzionalità: perché non abdica le proprie caratteristiche formali, mantiene rapporti tonali, melodici, ritmici, tra strumenti e insomma una corretta dialettica interna. Vogliamo aggiungere che DiBona & Sangiovanni dovrebbero – avendone tempo e voglia - raccordare i quaranta microeventi in un organismo unitario, di esteso respiro e fruibilità concertistica, trasformando le note scritte per il film in musica “preesistente”, come altri hanno fatto, stabilendo una coerenza (troppo spesso aprioristicamente negata) tra comporre “assoluto” e comporre “applicato”. Solo nel passaggio dallo schermo cinematografico alla sala da concerto, e col relativo supporto discografico, la musica del cinema potrà uscire dal ghetto ed ambire ad essere ciò che è in primis ovvero musica senza distinguo se non quelli della qualità.
      
Il film e la relativa score sono fruibili unicamente sulle piattaforme online. Cattive abitudini, ben peggiori di quelle dei Liviatani e conferma delle magnifiche sorti della virtualità digitale.

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Daniela Bocconi

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