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11 Mar2020

The Space Between Us

Scritto da Tommaso Lega. Pubblicato in Cinema

cover the space between usAndrew Lockington
Lo spazio che ci unisce (The Space Between Us, 2017)
STX Recordings/Sony Masterworks 88985346822
19 brani – Durata: 74’59”

Mi sono sempre piaciute le storie d’amore adolescenziali nei film drammatico/sentimentali: semplici, estremamente banali (succede tutto nel giro di pochissimo tempo: colpo di fulmine, primo bacio e coinvolgimento emotivo già esploso all’ennesima potenza come se ci fossero alle spalle anni di esperienza e vissuto in comune) e straordinariamente irreali. Lo so, il cinema riesce sempre ad andare oltre ogni immaginazione, facendomi vivere momenti che ho sempre sigillato nei pensieri più “fiabeschi”. Ripeto, mi piace, mi fa sognare, mi commuove con le solite frasi strappalacrime che se le avessi dette io a qualche ragazza al liceo credo che mi avrebbe riso simpaticamente in faccia. A parte gli scherzi, questo tipo di racconto mi prende, mi attrae, mi ricorda che l’amore, perché di questo si tratta, si fonda principalmente su due aspetti: la genuinità e l’ingenuità. Rammentarlo ogni tanto mi riporta con i piedi per terra. Ecco perché poi la spontaneità, e vorrei sottolinearlo cento volte, di un “sei bellissima”, apostrofo del protagonista rivolto alla controparte femminile, rivela quanto sia meravigliosamente bello essere istintivi, immediati. Se le fondamenta su cui si poggia una storia sono queste, la musica non può che adeguarsi e rendersi partecipe, realizzando, con i suoi mezzi, lo scopo di arrivare dritto al cuore senza fare salti mortali. Sia ben chiaro, non intendo sminuire nulla, anzi…si dimostra qui la capacità di centrare l’obbiettivo con serena tranquillità, mettendo a disposizione le proprie competenze per la realizzazione del prodotto finale.
Questo è quello che il lavoro di Andrew Lockington mi ha trasmesso. La sua partitura per The Space Between Us, pellicola originale Netflix del 2017, diretta da Peter Chelsom e con un cast che annovera nomi come Asa Butterfield, Gary Oldman e Britt Robertson (se parliamo di un film dal fazzoletto facile, questa attrice non manca mai), è equilibrata, d’impatto, perché fortemente empatica con la vicenda narrata, e facile all’ascolto. Score ritmico, melodico, tradizionale; sembrano brani “pop”, ricercato e per nulla superficiale, con un’impronta ovviamente più “classica”.
Ricordate quando a scuola l’insegnante diceva: “l’alunno porta a casa sempre il compitino fatto”. Già nell’uso della parola “compitino” era insito un vaghissimo sentore di carenza nel lavoro, ma la sufficienza c’era e, ovviamente, era solo un modo come un altro per dire che si poteva fare di più. Dalle musiche di Lockington riaffiora questo mio ricordo adolescenziale, ma in chiave totalmente diversa. Poco o nulla è memorabile, ma cosa ci dice che fosse questo l’obbiettivo del compositore? L’ascolto è gradevole, anche alla seconda e terza volta e per niente plumbeo o tedioso. E’ quel tipo di musica che continueresti a tenere in sottofondo a basso volume in tutti quei momenti di puro e semplice relax.
Le scelte musicali si concretizzano nell’uso di un’orchestra d’archi orientata prevalentemente su un registro medio/alto, volta a trasmettere il forte desiderio di speranza del protagonista nel vedere realizzati i suoi più grandi sogni; poi il flauto traverso e il pianoforte, cuore e anima del commento sonoro, entrano in scena catalizzando l’attenzione dell’ascoltatore. Sembra di sfogliare un libretto d’istruzioni su come comporre una OST. Al suo interno c’è tutto: linee melodiche dalle più liriche e sdolcinate alle più epiche e coinvolgenti; armonie dalle più semplici, ma ben strutturate, alle più ricercate ed intriganti; ritmiche, dalle più quadrate e ripetitive, alle più decise e movimentate.
Una particolarità che ho riscontrato fin dal primo ascolto è la sensazione di qualcosa di già sentito. Ho capito immediatamente che era dovuta all’utilizzo dei suoni elettronici riconducibili ad altre colonne sonore di pellicole con tematiche relative allo spazio. Il viaggio, i pianeti, la scoperta, la scienza hanno trovato a livello musicale un comune denominatore nell’uso di sonorità particolari riconducibili a sintetizzatori e computer.
Per concludere, voglio ribadire un concetto già esposto: se l’obbiettivo è centrato, non importa il come, ma il perché, ovvero la determinazione con la quale si persegue la scelta che porterà alla metà desiderata (non fraintendetemi, mi riferisco semplicemente all’aspetto compositivo, vista la sede in cui siamo!).

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Daniela Bocconi

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