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08 Mar2020

Midsommar

Scritto da Tommaso Lega. Pubblicato in Cinema

cover midsommarBobby Krlic
Midsommar – Il villaggio dei dannati (Midsommar, 2019)
Milan Records 37089
12 brani – Durata: 40’32”

In bilico. I miei pensieri oscillano da una parte all’altra della mia mente, in continuo movimento: accetto e nego, giustifico e rifiuto. A distanza di ore dalla visione di Midsommar - Il Villaggio dei dannati non sono ancora in grado di esprimere un giudizio convincente e univoco. Pur essendo convinto che dietro alla storia narrata ci sia una visione, un messaggio che il regista e sceneggiatore Ari Aster vuole portare alla nostra attenzione, non riesco tuttora a “sbrogliare la matassa”; i fili si aggrovigliano nella mia mente rimasta estremamente colpita da un racconto forte e sempre in tensione, da una regia chiara e dettagliata, una fotografia ricca ed equilibrata e da una colonna sonora estremamente ordinata e didascalica.   Prima di esporre le ipotesi di questo mio disorientamento, premetto che credo sia la prima volta, da quando scrivo recensioni, che ricordo molto bene quasi tutte le musiche utilizzate nella pellicola. Che cosa voglio dire. Intendo che, la durata ridotta della soundtrack (siamo all’incirca sui 40 minuti per un film che ne dura 2 ore e 20 minuti) ed il suo utilizzo minuziosamente calcolato e circoscritto, facilitano il suo ricollocamento all’interno dello svolgimento della storia da parte dello spettatore. La sintesi, se sfruttata con intelligenza, può rivelarsi di grande aiuto. Ora però è giunto il momento di afferrare il toro per le corna e…anche io sarò breve e conciso.
Cosa avrà voluto dire? Dopo tanta disperazione (ah!, il film si qualifica come horror/drammatico), un sorriso sul volto della protagonista nell’ultimo fotogramma in quale chiave va letto? Reale o surreale? Vero o atto di totale pazzia? Mi sono sempre piaciuti i finali aperti, quelli che lasciano libero sfogo alla fantasia e inducono a infinite discussioni sulla ricerca di senso.
La storia qui ha uno svolgimento chiaro. Seppur folle, dannatamente folle, le scene scorrono dandoti un’idea piuttosto lineare di quello che sta succedendo. Allora mi chiedo: perché complicarlo? O meglio, perché instillare nello spettatore il dubbio? Nel momento stesso in cui si palesano tutte queste domande, si fa spazio, però, anche il pensiero per cui, probabilmente, siamo di fronte ad un “nonsense” grande come una casa.
E la musica? Come già detto in precedenza, è stata gestita in modo pulito, rigoroso e per nulla invadente; proprio dove la sceneggiatura viene meno, il commento sonoro prende piede descrivendo dettagliatamente l’impatto visivo. Sfuggente, aleatoria, distesa, in alcuni momenti sognante, espansiva ed espressiva. Tanti, tantissimi, suoni lunghi che si sovrappongono uno all’altro, senza imprimere una reale direzione. E’ sorprendente come in un film drammatico, le partiture più solari, armoniose e delicate (tratto particolarmente ricercato nel film, girato prevalentemente alla luce del sole, visto che in Svezia d’estate sono molto poche le ore buie) ne escano vincitrici. Tracce come “The House that Harga Built”, “The Blessing” e “Fire Temple” prendono il sopravvento per la loro natura contraria al soggetto: nel caso della prima, le armonie di accordi morbidi di un pianoforte accompagnano linee melodiche di archi leggeri e dolci; nella seconda sono ancora gli strumenti ad arco a farne da padrone, con qualche piccolo spunto occasionale di un’arpa, strumento “angelico” per eccellenza; la terza è la più riflessiva, con un inizio ripetitivo, a tratti logorante, sboccia solo nella parte finale. Ed è proprio su quest’ultima che mi riaggancio al discorso precedente. Come è possibile che nella scena più disperata, dove si concretizzano i molteplici sacrifici umani di una tradizione primitiva di uno sperduto villaggio del Nord, si affacci una musica lirica e cantabile? Un puro controsenso. Sicuramente voluto, ricercato e con un intento ben preciso, ma a dir poco straniante.
Come ho iniziato, finisco, cioè in bilico: sono giunto alla conclusione che sia proprio questo, credo, l’obbiettivo dell’opera: farci riflettere, stimolare il nostro pensiero, portare la mente ad elaborare concetti; è una nobile intenzione che arricchisce sempre. Dopotutto, è questo che l’arte deve fare.

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Daniela Bocconi

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