Shadows in the Sun
Mark Thomas
Vengo a prenderti (Shadows in the Sun, 2006)
MovieScore Media MMS06002
15 brani – Durata: 35’03”
Esiste una categoria di film nei confronti della quale ho un rapporto di amore-odio. Si tratta di quei film in cui il o la protagonista, tipicamente professionista incarrierato e stressato di città (passatemi l’approssimazione), per qualche motivo, si trova costretto a sperimentare una vita più semplice, più lenta, in un contesto più naturale, campagna o mare, ed in un ambiente più umano. A quel punto il nostro professionista, dapprima riluttante, di solito trova anche l’amore, riscopre sentimenti e nuovi valori, la vera qualità della vita, molla la vita precedente, lavoro in primis (e qui mi arrabbio!), e si trasferisce lì per vivere per sempre felice e contento! Un esempio? Un’ottima annata di Ridley Scott.
Ora… perché mi arrabbio? Perché questi film mi provocano, perché non raccontano mai cosa succede “dopo” aver mollato tutto! E’ chiaro agli sceneggiatori che oggi “mollare tutto”, un lavoro sicuro, e trasferirsi in campagna vuol dire andare a dormire sotto un ponte (certo, un bel ponte di campagna) se non si è multimilionari all’origine? Chi di noi non vorrebbe lasciare il suo lavoro d’ufficio per andare a vivere di amore, musica e vino magari in un bel casolare toscano o tra amichevoli pescatori di qualche bel villaggetto di mare? Intanto, il casolare andrebbe ristrutturato, poi i pescatori probabilmente non sarebbero nemmeno così amichevoli…
Ma del resto, questo è anche il motivo per cui amo questi film. Perché sono favole che regalano buoni sentimenti, lieti fini e spesso bei paesaggi. E con maggior piacere rispetto ad altri generi, sospendo la mia incredulità e mi godo la storia per un paio d’ore.
Shadows in the Sun (titolo italiano: Vengo a prenderti… ma perché? Forse si pensa che noi italiani non capiremmo la poesia, vera o presunta, del titolo originale?) è uno di questi film. Diretto da Brad Mirman nel 2006, racconta la storia di Geremy (Joshua Jackson), aspirante scrittore impiegato presso un’importante Editore di Londra. Il capo invia Geremy alla ricerca di Weldon Parish (Harvey Keitel), apprezzabile e famoso scrittore americano, colpito da blocco dello scrittore a seguito della perdita della moglie e ritiratosi nella campagna Toscana (ma guarda…), in Val d’Orcia. Compito di Geremy sarebbe quello di far firmare a Weldon un nuovo contratto ed indurlo quindi a riprendere la scrittura. Le cose però saranno un po’ più complicate del previsto anche perché Weldon ha una bella figlia (Claire Forlani) che desterà l’interesse di Geremy (ma guarda, ancora…). Senza timore di rovinare la visione a chi si accingesse a vedere il lungometraggio di Mirman, il lieto fine, in ogni dettaglio, è garantito.
Il comparto musicale di Shadows in the Sun è stato affidato a Mark Thomas, compositore e violinista inglese del Somerset con esperienza decennale nella musica applicata. Dopo una carriera da violinista nelle più grandi orchestre del Regno Unito (ha fatto parte della London Symphony Orchestra e della Royal Philarmonic Orchestra), durante la quale ha suonato anche sotto la bacchetta di compositori quali Jerry Goldsmith, Alan Silvestri e John Barry, ha avviato la sua carriera di compositore. Dapprima componendo “library music”, si è reso poi autore di numerose colonne sonore sia per la TV che per piccole produzioni cinematografiche. Orgoglio dei suoi conterranei Gallesi, Mark Thomas ha vinto un BAFTA Award in Galles per la miglior musica originale per Twin Town (film del 1997) ed ha avuto una nomination agli Emmy 2011 per l’“Outstanding Original Main Title Theme Music” nella serie Episodes.
Date le premesse ed il cast, mi sono accinto alla visione del film e, successivamente, all’ascolto dello score isolato, con la migliore predisposizione. Almeno per la componente cinematografica non ci troviamo però di fronte ad un capolavoro. Gravido di luoghi comuni e stereotipi (anche sulla nostra italianità), privo di spunti originali, sia in termini di sceneggiatura che di regia, il film ci propone una storia un po’ banale, sentimentalistica e, ovviamente, prevedibile. Nonostante tutto questo, però, ho trovato la visione piacevole, “Easy viewing” allo stato puro! Perché? Perché la fotografia ci mostra una Toscana meravigliosa, assolata e desiderabile anche per noi italiani che viviamo poco distante (e torniamo all’introduzione di questa recensione). Perché il cast è un cast che è sempre un piacere vedere in azione anche in produzioni più “limitate” come questa. Harvey Keitel rimane l’attorone che conosciamo, Joshua Jackson è credibile, la bellezza di Claire Forlani è esaltata e perfettamente calata nella Toscana in cui il suo personaggio vive ed infine c’è pure Giancarlo Giannini, attore (e voce!) per il quale ho particolare predilezione.
La musica di Mark Thomas è esattamente lo specchio del film. Non siamo di fronte ad una partitura “indimenticabile” tale da lasciare un segno nella storia della musica applicata, è carica degli stessi stereotipi del film ma, come il film stesso, è piacevole da ascoltare. Persino Mikael Carlsson, nelle note di presentazione dell’album MovieScore, la descrive sinteticamente come un “honest and beautiful musical work”.
Entrando nel dettaglio dello score, ciò che emerge con evidenza fin dal primo ascolto è la generosa vena melodica di Thomas che garantisce una profusione di temi a supporto della narrazione e delle varie situazioni che vivono i protagonisti. Si tratta di temi semplici, spesso malinconici, talvolta spiritosi, e quasi sempre costruiti in un ambito tonale elementare, senza progressioni armoniche ardite, ma comunque gradevoli. In Shadows in the Sun, inoltre, Thomas ricorre a strumenti acustici e ad un’orchestra reale limitando l’uso dell’elettronica al minimo indispensabile e per me questo è quasi sempre un “plus” (normalmente preferisco ascoltare archi acustici piuttosto che dei più banali “Synth Strings”).
Il brano di apertura (“Opening Title”), scostandosi un poco dal resto della soundtrack, ci propone un perfetto esempio di chill-out/lounge: pianoforte synth, archi ed un po’ di elettronica per un tema leggero leggero, spensierato ed adatto a sonorizzare il centro commerciale sotto casa. Nella seconda metà della traccia, un violino si sostituisce al pianoforte con alcune improvvisazioni che non alterano la natura del brano. Il leitmotiv viene riproposto identico nella forma in “Riding Free”, decima traccia della soundtrack, che chiude però con gli stessi accordi ma in sonorità più ambient.
“Off to Italy” accompagna la partenza di Geremy dal grigiore britannico ed il suo arrivo nelle terre toscane. Squisito ed allegro brano sinfonico, presenta alcuni nuovi temi, uno dei quali di ampio respiro per archi che ben suggerisce il sole italiano che accoglie Geremy, mentre con un motivo più sommesso ma non meno vivace i legni e gli archi pizzicati accompagnano le perplessità del nostro protagonista.
Il compositore propone ancora nuovi leitmotiv per “Hunting for Weldon” che accompagna la ricerca di Weldon Parish da parte di Geremy. Brano vivace e spiritoso, delizioso anch’esso, per orchestra, dal sapore folk: nella prima parte, in 2/4 e più lenta, il primo motivo viene proposto dalla fisarmonica, strumento irrinunciabile nella musica popolare. Nella seconda metà del brano, più veloce, archi e legni duettano scambiandosi le parti in una traccia breve ma piacevolissima.
“Shadows Beguine” è uno degli esempi, il meno grave, dello stereotipo “italiano” fatto musica. Anzi, Thomas qui fa un po’ di confusione (volontaria, s’intende) in quanto propone addirittura un tango (argentino) in cui l’ennesima nuova melodia viene proposta dalla fisarmonica, successivamente raddoppiata da un mandolino (napoletano) accompagnato da virtuosismi chitarristici (spagnoleggianti). Un pasticcio “latino” piuttosto che “italiano” e fa persino sorridere questa rappresentazione di un’Italia musicale deformata della visione anglosassone di Thomas, sebbene sia chiaro che si tratta di una scelta consapevole.
“Weldon Drives” è un esilarante brano Gypsy Jazz, o Jazz Manouche, dove il violino, protagonista, viene accompagnato e sfidato da chitarra, clarinetto e tromba in contrappunto o in brevi assoli virtuosistici. Godibilissimo!
Le atmosfere si fanno più crepuscolari e sentimentali da “Places in the Heart” in poi. Il racconto introduce la componente più sentimentale della narrazione (sia l’amore nascente tra Geremy ed Isabella, sia il lutto di Weldon) e la musica, con sensibilità, tiene il passo. Nel brano suddetto come in “Romantic Daydreams”, “Isabella – Love Theme” e “Weldon’s Office”, le nuove melodie che il prolifico compositore gallese disegna sono delicate, malinconiche, romantiche, talvolta anche ispirate. La musica si pervade di un delicato lirismo e l’orchestra, diretta dallo stesso Thomas, lascia spesso spazio a momenti solistici grazie ai quali i temi emergono con maggiore struggimento. Non c’è protagonismo strumentale né eccesso di sentimentalismo o autocompiacimento, basti ascoltare il tema d’Amore di Isabella nel brano omonimo in cui il motivo viene appena sussurrato da strumenti solisti, con estrema discrezione, senza mai esplodere sinfonicamente pur avendo il potenziale per farlo.
Avrei preferito, invece, non trovare nella soundtrack e non ascoltare la traccia “Santa Lucia”, in cui ascoltiamo dapprima l’omonimo brano tradizionale napoletano portato poi a fama internazionale in italiano da Enrico Caruso. Le sonorità sono da orchestrina paesana di ballo liscio (insopportabile), orchestrina che successivamente ci ripropone il tema in 2/4 già ascoltato in “Hunting for Weldon” ma “volgarizzato” dal sound. Per non farsi mancare nulla, la traccia infine si conclude addirittura con una tarantella! Davvero evitabile. Capisco le esigenze filmiche, le richieste del regista, ma l’Italia non è (solo) questa, e certamente non è la Toscana.
Per fortuna la soundtrack non è finita. A farci dimenticare la caduta di stile di “Santa Lucia”, gli ultimi quattro brani della proposta MovieScore tornano alle atmosfere delicate e romantiche delle tracce precedenti. I temi, sempre nuovi, sono sì sentimentali ma traspare meno malinconia e più ottimismo (“Start Over”, “Going Home”). Del resto tutto il motore narrativo sta indirizzando il lieto fine e la musica, ancora una volta, fa la sua parte garantendo tutto il supporto necessario.
Molto bello il delicato tema di “Farewell”, introdotto dal pianoforte, ripreso dal flauto ed infine finalmente gloriosamente orchestrato per gli archi che chiudono la OST.
Ho tenuto per ultimo “The Writer Awakes” (in realtà penultimo brano dell’album MovieScore) in quanto l’ho trovato davvero ispirato e, sebbene breve, è uno dei brani che ho ascoltato più volte anche separatamente del resto dello score. Weldon Parish accetta finalmente il dolore della perdita della moglie e ritrova l’ispirazione. Anche Geremy, finalmente, riesce a trovare la propria voce di scrittore grazie alla nuova vita che la Toscana (ed Isabella) gli hanno regalato. Il brano descrive con estrema efficacia la magia di un bocciolo che si schiude, di una vita che nasce, di un’alba o comunque di un nuovo “inizio”. Dapprima il flauto lentamente si alterna ad arpeggi discendenti di una celesta/pianoforte, quindi un delicato ed evanescente vocalizzo femminile aggiunge un ulteriore ingrediente “magico” al mix, fino alla ripresa del tema, variato, davvero molto bello, da parte del registro medio degli archi. Decisamente ispirato se non addirittura toccante.
In conclusione, ci troviamo di fronte ad uno score con alcune, pochissime e limitate, cadute di qualità, tutto sommato perdonabili nell’insieme. Contemporaneamente sono però presenti alcuni momenti, purtroppo altrettanto brevi, davvero intensi e meritevoli anche di ascolto isolato in una media musicale di buona qualità, grazie anche al suono dell’orchestra, corposo, ricco e ben registrato. Mai definizione fu quindi più calzante: “Honest & Beautiful”, ne scrive Carlsson. Ciò che manca davvero, forse, è un “Main Theme”, una melodia da ricordare dopo la visione del film, una sorta di “firma” musicale. La possibilità ci sarebbe stata ma forse era proprio intenzione dell’autore quella di rimanere discretamente in disparte senza distrarre il pubblico con la sua musica.
Sono ragionevolmente certo che questo compositore, che dichiara di scrivere ancora con carta e penna relegando l’uso di Logic e ProTools solo all’ultima fase della produzione, potrebbe serbarci delle belle sorprese qualora avesse l’occasione di cimentarsi con generi cinematografici differenti e più musicalmente impegnativi o, addirittura, ci proponesse musica d’arte, svincolata da immagini.
Pur trattandosi di un’uscita piuttosto datata (si tratta del secondo album mai pubblicato dalla Movie Score Media, nel Marzo 2006), è ancora disponibile on line, solo in digital download. Chi volesse “assaggiare” sappia solo che l’album è molto breve, poco più di 35 minuti.
