19 Ott2009
Taking Woodstock
Danny Elfman
Motel Woodstock (Taking Woodstock, 2009)
La-La Land 82692411042
18 brani – durata: 29' 56''
Danny Elfman (fedelissimo compagno d'avventure di Tim Burton e autore, nell'anno appena trascorso, di Milk e Terminator Salvation) apre ironicamente lo score di Taking Woodstock, ultima, garbata e malinconica fatica cinematografica del pluripremiato Ang Lee, con una chitarra che ricorda quella, limpida e struggente, di Gustavo Santaolalla in Brokeback Mountain, come a voler dire che, sì, siamo quasi nello stesso anno (qui il '69, là il '63), e in un luogo morfologicamente – e culturalmente – molto simile (piccoli, immobili centri di montagna o collina), ma questa è tutta un'altra storia.
Quello che potrebbe essere definito il tema principale della partitura, è sviluppato dal compositore con particolare cura e minuzia in tre brani: quel "Groovy Thing" spigliato e positivo che racconta lo spaesamento curioso e allegro del giovane protagonista Elliot davanti alle improvvise novità intrufolatesi nella sua vita; e ancora "A Happening" dove la melodia si fonde in un frullato acido e ridacchiante, quella stessa melodia che invece si fa, inaspettatamente, dolce e raccolta nel successivo "Groove Thing". Un'altalena di emozioni, quindi, sentimenti contrastanti, tanti dubbi, ripensamenti, paure, entusiasmi brucianti: in una parola, crescere. E così, insieme ad Elliot, anche la musica cresce, si arricchisce, perde la tranquillità statica dell'inizio, trova suoni nuovi, senza però cambiare radicalmente. Proprio come Elliot. Che resta ciò che è, tranquillo e affettuoso, legato alla famiglia, pur cercando di guadagnarsi il diritto di dirigere la propria esistenza. E così il tema principale torna ancora, in "Woodstock Wildtrack #1", carica di grave consapevolezza e di forte malinconia.
Un film leggero, si diceva. Colorato, anche, e a tratti buffo e divertente. Ma assolutamente non allegro, né tantomeno felice. Benché a tratti affiori una potenzialmente noiosa sensazione di "già visto", soprattutto nella caratterizzazione dei personaggi, la storia conserva, grazie allo sguardo sempre libero e curioso di Ang Lee, una sua integrità sincera: in fondo, che si parli o meno di Woodstock, di '68, di un certo tipo di musica e cultura, non è poi così rilevante. Lee, come suo solito, si ferma a guardare i cuori e le menti dei suoi protagonisti e Elfman lo accompagna, discreto e lieve, con una colonna sonora che si rivela efficace, puntuale, deliziosamente amabile.
