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06 Ott2009

3:10 To Yuma

Scritto da Valerio Mastrangeli. Pubblicato in Cinema

Cover 3:10 To YumaMarco Beltrami
Quel treno per Yuma (3:10 To Yuma – 2007)
Lions Gate Records LIOG20010
21 brani – durata: 47’02’’

Remake del celebre ed omonimo film datato 1957, interpretato da Glenn Ford e Van Heflin, la pellicola diretta da James Mangold (Cop Land, Identity) e interpretata da Russell Crowe (Il Gladiatore, A Beautiful Mind) e Christian Bale (Batman Begins, Terminator: Salvation) rappresenta forse uno dei migliori risultati conseguibili al giorno d’oggi nel genere Western. Non spiccano infatti solamente le ottime prove recitative dei due attori consacrati rispettivamente grazie alle pellicole di Ridley Scott e Christopher Nolan, i quali si cimentano in una interpretazione che eccelle nel gioco delle parti, dove l’ironico, inquietante e sarcastico Ben Wade (Crowe) diviene dannazione e fonte di salvezza per Dan Evans (Bale), anche le ambientazioni, i costumi e le scenografie che rammentano tanto le drammatiche atmosfere di Terra Di Confine: Open Range quanto le strade gremite di cowboy di Pronti A Morire (The Quick And The Dead); brillano nel commento alle immagini e risplendono di luce propria, lontane da esse, le viscerali pagine musicali composte da Marco Beltrami (Knowing, Hellboy), destando l’attenzione degli appassionati e guadagnandosi una nomination agli Academy Award 2008 affiancando James Newton Howard e il vincitore Dario Marianelli per Espiazione. Il calore che sale dalle strade sterrate, la polvere alzata dal vento, il sudore di un lavoro sporco e mal pagato, il sapore del sangue per un pugno di troppo, o l’affanno dovuto al passo trascinato di uno zoppo; questi gli elementi che Beltrami esalta nella sua composizione, donando il giusto spazio alle chitarre e ai soli di tromba, rispettando i canoni del genere e guardando ai maestri del passato senza fissarli mai con insistenza. 
Tutto viene sovrastato dalle tonalità asciutte ed essenziali, prive di sbavature, dai pizzicati agli arpeggi, dalle note tenute degli archi ai violoncelli che interpretano melodie stranianti, spesso dissonanti, alternandosi a poderosi supporti densi dello stile più personale dell’autore.

Marco Beltrami dipinge il dramma, la tensione, la paura. Lascia che le ritmiche scandiscano sui timpani di “Barn Burn” il tempo che scorre sotto le sequenze, mentre le stridule melodie eseguite dagli archi si alternano e cedono il passo agli arpeggi di chitarra composti ed eleganti, raffinati ma grezzi, sui quali sembra quasi di percepire la presenza della polvere alzata dal passaggio dei carri.
Un omaggio a tutto tondo al cinema western senza ispirarsi a nessuno, bensì esprimendo l’animo cowboy che si cela in questo autore: “Ben Takes The Stage – Dan’s Burden”. 
L’ostinazione, l’insistenza, lo spiccato suono metallico delle corde che vibrano sotto la pennata, frenetica, penetrante, prima di lasciarsi andare ad una sequenza musicale più malinconica, introducendo infine il pizzicato incontrato nel “Main Title”, asciutto, scarno, essenziale, motivo portante della composizione.
Ma le soluzioni più poderose e personali non si fanno attendere a lungo; “Chinese Dremocracy” rappresenta forse uno dei momenti musicali più belli mai composti dall’autore di Io, Robot, manifesto di una sensibilità musicale penetrante, epidermica, che non sfocia mai nel banale, nel già sentito. Un assolo di tromba eroico, un tappeto corposo, eppure non scontato, bensì inserito in un contesto nel quale ci si stupisce della perfezione, in tutte le sue parti. L’atmosfera che l’autore plasma attraverso l’utilizzo ragionato e sapientemente dosato degli elementi a sua disposizione spiazza nella sua trama, tessuta punto per punto sui personaggi e le sequenze che si susseguono nella pellicola. La frenetica “Flight Of The Princess”, straniante e angosciante, sulla quale Beltrami tesse intrecci robusti a maglia grossa; “Gang Arrives”, nella quale alterna vigorosi ostinati d’archi a soli accompagnati dalle immancabili ritmiche pulsanti e composti trionfi di timpani; “Ben Arrested”, accentuata da un ritmo più moderato, atto a scandire in modo più marcato l’inizio del conto alla rovescia.
Dal momento dell’arresto sino alla conclusione del film il fattore tempo entra a far parte delle pagine musicali in modo predominante e assai accentuato, scandendo i singoli minuti che trascorrono, in attesa che arrivi Quel Treno Per Yuma. 
Marco Beltrami paradossalmente decide di affidare la scansione temporale ad elementi non ritmici, lasciando che le melodie e l’intreccio tematico occupi un ruolo di primaria importanza, specie in “Hotel” e “One Man Left”, i due brani precedenti alla drammatica conclusione, costruita sull’attesa.

3:10 To Yuma è un esempio valido e innegabile di sapienza musicale in ogni sua sfumatura stilistica ed espressiva.
L’ausilio di una strumentazione convenzionale, affiancata agli elementi più canonici del genere, genera una serie di situazioni musicali e di ricercatezze timbriche estremamente personali, mai banali, ma soprattutto cucite su di un tessuto ben più grezzo dei suoi lavori precedenti, dove la componente tecnologica e la complessità visiva richiedeva un supporto assai differente rispetto agli stivali sporchi, i cappelli impolverati e gli abiti sfilacciati di questo western moderno ma tradizionale al contempo.
Stupisce il modo in cui gran parte delle pagine musicali, seppur dominate da elementi stranianti e per nulla orecchiabili, s’incastrino splendidamente con lo stile del film, sia all’interno delle immagini che lontane da esse, rivelandosi più rispettose del genere di quanto non si spossa immaginare.
Se poi s’incontrano le poche perle rare sparse in questo lavoro, “Who Let The Cows Out?”, vien da chiedersi quante decine di Western abbia musicato questo autore in passato per poter creare pagine di tale bellezza, manifesto dell’eroismo più puro, raffinato e muscoloso del vecchio west. 
L’album, prodotto dalla Lionsgate, offre quasi 50 minuti di musica ben selezionata tra i tanti pezzi scritti per il film; molto interessanti le note del regista James Mangold, che spende diverse parole a favore della colonna sonora definendola classica e rispettosa del genere ma completamente slegata dai suoi cliché, bensì impregnata di sonorità e soluzioni originali, il tutto in meno di 6 settimane.
Pagina dopo pagina il compositore afferma la sua poliedricità, intrecciando esercizi di stile mai ripetitivi all’esplorazione di nuovi territori che sembra aver visitato decine di volte, orientandosi tra i mezzi canonici e quelli prettamente relegati al genere in modo tale da generare sì una colonna sonora western, ma fregiata dall’indelebile firma di Marco Beltrami.

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Daniela Bocconi

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