28 Nov2012
Howard Shore Collector’s Edition Vol. 1
Howard Shore
Howard Shore Collector’s Edition Vol. 1 (2009)
Howe Records HWR-1003
12 brani – Durata: 44’14”

La confezione spartana, molto “shoreiana”, del cd, con una breve nota di Schulz e pochi dati tecnico-descrittivi, ma arredata dalla riproduzione di alcuni suggestivi quadri del pittore canadese neoespressionista Stephen Lack (che nell’81 si ricorderà quale attore protagonista dello sconvolgente Scanners di Cronenberg), racchiude in realtà tre quarti d’ora di viaggio in una ricerca sperimentale del suono che, nelle circostanze e per le occasioni più diverse, è da sempre una costante irrinunciabile nella poetica del maestro di Toronto. Non si tratta di semplice, superficiale eclettismo: lo stesso, per intenderci, che consente a Shore di passare simultaneamente dal minimalismo disturbato e nevrotico di Cosmopolis (in tandem con la rockband canadese Metric) al sinfonismo visionario postwagneriano di Lo Hobbit. Si tratta di qualcosa di più, ossia di una naturale vocazione che attrae Shore verso le soluzioni meno scontate, i climi sonori più spiazzanti e perturbanti, non privi di una costante, urticante ironia: e in ogni caso volti (che si tratti di ricorrere all’elettronica e alla digital music o alla massa incombente e fosca di un’orchestra d’archi) ad immergere l’ascoltatore in un sentimento del tragico, del destino, dell’imprevedibile e sovrastante, che nessuno come questo maestro è capace di evocare.
Fuori orario, ad esempio, cui sono dedicati i primi quattro tracks dell’album, fu la prima delle collaborazioni che Shore intrecciò con Martin Scorsese, e che film come The Departed o The Aviator hanno poi indirizzato verso un polistilismo affascinante e cupissimo. Si trattava a tutti gli effetti, come si ricorderà, di una “black-action- comedy” movimentata e paradossale, inconsueta per il regista di Quei bravi ragazzi e Taxi Driver. Ed inconsueto fu senz’altro anche il contributo di Shore. Con opzioni armoniche semplicissime (in pratica coppie di accordi maggiori e diminuiti, soprattutto di mi, ripetuti all’infinito, come in “9PM”), dominate dall’incessante ticchettio di un orologio, le tastiere sembrano giocherellare con accenni melodici cantilenanti e riverberati in una ragnatela di diramazioni bizzarre, che includono sonorità “acquee” e sobbollenti (“3AM”), tintinnìi e “bip” di matrice quasi da fantascienza (“6AM”), e piccole frasi melodiche un tantino petulanti, inclusive di suoni vintage come gli arpeggi della spinetta o a tratti l’organo. Questo taglio carillonistico e ammiccante non esclude – anzi – che vengano proiettati allarmanti coni d’ombra sulla scrittura melodica, così apparentemente naïve: ad esempio l’insistenza compulsiva degli accordi e la scelta di sonorità sideree e sussurrate, in “Midnight” e “3AM”, oltre a sottolineare chiaramente il milieu notturno della vicenda, possono anche sfociare in soluzioni di vitreo neoclassicismo e neobarocchismo: come nel secondo brano citato, che ad un certo punto sembra quasi una pagina alla Goblin… Complessivamente sembra di trovarsi dinanzi ad una specie di minisinfonia dei giocattoli “electronic” che Shore ha utilizzato in una chiave esplicitamente sperimentale, quasi fosse un sound test finalizzato ad approfondimenti e ricerche future.
Computer, synt e tastiere elettroniche popolano anche gli oltre quattro minuti di “Heaven” per l’omonimo, delicatissimo documentario che l’ex-musa di Woody Allen costruì, avvalendosi di una serie di testimonianze e interviste, intorno a svariate ipotesi sull’aldilà: ma qui l’intento “celestiale” è manifesto, e ricercato attraverso una trasparenza impalpabile, impressionistica di suono e un gioco di modulazioni incessante, peraltro adagiate su una soave tonalità principale di mi maggiore. Arpeggi, effetti di voci, echi melodici trascoloranti in una sorta di inafferrabile “féerie” fanno pensare – come è stato osservato – ad una specie di Signore degli Anelli riscritto dal Vangelis di Blade Runner: ancora una volta il compositore dimostra di accostarsi alle tecnologie senza sudditanze psicologiche o culturali, bensì con una semplicità diretta, espressiva, non surrogante l’orchestra ma volta unicamente a trovare l’atmosfera più adatta e comunicativa.
La cosiddetta “Coffee suite” (denominazione la cui paternità peraltro non appartiene a Shore) è invece un tributo abbastanza rigoroso alla musica acustica, composto da sette brani di veste jazzistica sui generis, di spiccato e rarefatto camerismo, dove peraltro passaggi orchestrali si combinano ancora con interventi elettronici ma soprattutto con assoli di chitarra e/o armonica. Sembra quasi una “library”, un possibile catalogo di climax per ipotetici film a venire, o in alternativa una musica di sottofondo da lounge-bar con notevoli diramazioni parodistiche. “Espresso” si fa beffe di ogni sicurezza tonale e viaggia sul ritmo dei bongos sostenuti da un basso incessante, e attraversato da effetti variopinti, che vanno dal robotico ad un’armonica vagante e sostanzialmente buffa. “Macchiato” evoca atmosfere simili a quelle del capitolo di Twilight musicato da Shore: una dolcissima cantilena affidata alla chitarra sull’accompagnamento stabile di archi e arpa, arredato sottovoce dalla spazzola della batteria ma arricchito e accarezzato anche da legni e pianoforte: qualcosa tra una trasparente ninna-nanna fantasy ed una disincantata elegia funebre. Il medesimo colore regna in “Robusta”, il cui ingannevole titolo cela in realtà un’altra nenia, dove l’omaggio al più felliniano Nino Rota possibile sembra invero esplicito. Di nuovo l’armonica introduce “Decaf”, che volteggia su celestiali accordi di archi contrappuntati dall’ostinato dell’arpa e ancora da una batteria spazzolata sullo sfondo, poi da divagazioni pianistiche sull’ostinato passato agli archi, in un’atmosfera molto ipnotica, e creando quello che è stato definito un possibile “track” per una scena d’amore adolescenziale: emerge in questi frangenti la disarmante ma concentrata semplicità di eloquio di cui è capace questo compositore, ben lungi dagli algidi meccanicismi minimalistici di tanti suoi colleghi. Quasi un’anticipazione da Hugo Cabret, l’uiltima fatica shoreiana per Scorsese, sembra almeno inizialmente “Turkish”, che ancora a dispetto del (posticcio) titolo serba viceversa un sapore molto francese, per poi defluire in un tappeto di percussioni tamburellanti (di nuovo i bongo) a contrasto con l’immobilità degli accordi d’archi. Un’armonica che sembra provenire da distanze ultraterrene ritorna in “Instant”, sul lavorìo discreto ma instancabile del basso e della batteria: ma qui la veste da trio jazzistico “soft” lascia subito il passo ad atmosfere quasi debussyane nel gorgoglio della celesta e dell’arpa sull’ondeggiare degli archi: e il finale introduce effetti synt su un canto struggente dell’oboe, sbriciolando con lievità i baricentri tonali e formulando l’ipotesi di una “sci-fi music” mellifluamente sottovoce. Infine “Cream & Sugar”, nuova cantilena per chitarra, legni, armonica e archi, in quell’assetto da “lullaby”, impalpabilmente inquietante ma interiormente sorridente, che sembra costituire la caratteristica predominante di questa minisuite.
Uno Shore senz’altro inconsueto, quindi, e poco noto: è auspicabile che la Howe proceda su questa strada, svelandoci con sguardo anche lungamente retrospettivo gli angoli meno esplorati, cinematografici e non, di un compositore fondativo nell’era moderna dell’Ottava Arte.
