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01 Mar2011

Sanctum

Scritto da Antonio Marguccio . Pubblicato in Cinema

cover_sanctum.jpgDavid Hirschfelder
Sanctum (Id. - 2011)
Varèse Sarabande 302 067 063 2
18 brani – durata: 67' 05''

 

Uno score tematico quello di David Hirschfelder per il thriller d'avventura Sanctum. Fondamentalmente sinfonico, con una rutilante tavolozza etnica di sfondo (voci e cori “aborigeni”, didgeridoo, percussioni gamelan, etc.), la partitura va al cuore dell'ascoltatore con idee melodiche ben identificabili e riccamente variate in tutto l'album. Del resto sembra essere una tradizione per James Cameron, produttore del film, quella di associare a pellicole avventurose e visivamente spettacolari colonne sonore quantomai didascaliche e di gusto romantico, che ben si prestano ad essere fruite anche a parte del loro contesto d'origine. Basti ricordare a mero titolo esemplificativo  il recente lavoro di Horner per Avatar, dotato di una indubbia enfasi sinfonica (la cui influenza è del resto palpabile nella penna di Hirschfelder, soprattutto per quanto riguarda il modo di mettere insieme i mattoni dell'orchestra e quelli sia pur in secondo piano dell'elettronica), o il più datato – ma simile per soggetto – The Abyss ad opera di Silvestri, che procedeva per una eloquente associazione di sonorità alienanti e brani sinfonico-corali. In Sanctum – film dotato di spettacolari scene subacquee interamente girate in una vasca lunga 40 metri, larga 30, profonda 7 e contenente 7.2 milioni di litri di acqua con un pompaggio di 20.000 litri al minuto! – la musica segue anch'essa il doppio binario della desolazione timbrica e delle risorse sinfoniche, risultando più prevedibile proprio laddove non osa accentuare tale contrasto. La parte meno entusiasmante – della serie il “copia e incolla” dei fenomeni sonori estranianti e pavloviani – sembra rappresentata proprio da brani come “Through The Restriction”, “Listen! The River Is Returning” e “We're Not Gonna Die”, dove gli effetti déjà écouté di pitch shifting fanno il paio con una sezione orchestrale ridotta ad un minimo di archi diafani e gravi. L'impressione che se ne ha è quella di un procedere per cliché predefiniti che l'autore non si sforza di innovare o quantomeno fare propri. Ascoltati a parte del loro contesto essi infatti risultano talmente vaghi da rasentare il qualunquismo musicale, si direbbe quasi una temp track puramente riempitiva. Ma a parte questa nota purtroppo negativa che penalizza l'ascolto, va dato merito a Hirschfelder di aver saputo articolare un commento ben caratterizzato grazie alla sua ottima capacità di scrittura e rielaborazione dei temi. Il compositore australiano non fa sfoggio di tutta l'inventiva e artigianalità mostrata in Legend Of The Guardians, ma condensa il suo score nelle poche battute del tema principale che lasciano la mente all'immaginazione. Aprendo l'album alla grande con le sue spettacolari variazioni etniche e orchestrali (“A Sacred Place”, “Espiritu Esa Ala”, “The Doline”, “The Dive”), la musica ha qualcosa di profondo e maestoso che ipnotizza l'ascolto (tant'è che alcuni commentatori hanno giustamente chiamato in causa i precedenti di John Barry). Accanto a un tale approccio che fa del tema e della melodia la sua essenza vitale, culminante nella conclusiva “Sanctum Suite”, Hirschfelder regala diverse sequenze adrenaliniche, con gli immancabili tempi dispari e sincopati da blockbuster (ad sempio “What About Carl?”, “We're Not Gonna Die” o l'apocalittica “Flow Stone Falls” che ricorda in alcuni passaggi il Goldenthal di Sfera). Insomma, una OST se si vuole “contraddittoria”, condizionata a tratti da supini compromessi con gli standard musicali imperanti, ma capace altresì di verticalità e di pezzi sinfonici godibilissimi, che vanno giustamente lodati.
    

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Daniela Bocconi

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