02 Mar2011
Un altro mondo
Stefano Arnaldi
Un altro mondo (2010)
Radio Cattleya-Sony Music 88697829992
24 brani (17 di commento + 7 canzoni) - Durata: 65’40”
Tappezzeria, come si suole spesso nel cinema italiano? Forse no, perché la bipartizione col climax intenso evocato da Arnaldi si fa ancora più netta e drammaturgicamente stimolante. Il musicista predilige una sorta di dialogo sospeso fra archi, un pianoforte assolutamente protagonista (lo stesso Arnaldi), basso elettrico e le percussioni vagamente etniche di Giorgio Palombino (“Ci sono altre persone”, scritta con M.Meffe); mentre all’orchestra, la duttilissima Czech National Symphony sul cui podio v’è lo stesso Arnaldi, non viene delegato un ruolo riempitivo o accompagnatorio bensì di sostegno e inspessimento rispetto al dialogo tra le singole parti solistiche: si pensi al ruolo irrequieto degli archi, pur immobilizzati su lunghi pedali, nel fraseggio pulsante tra piano e tastiere di “La lettera”, o ai severi accordi discendenti di “La partenza” e alle modulazioni intessute con l’arpa e il pianoforte in “Il viaggio”, sempre sostenute dal motore discreto ma cangiante delle percussioni. Incantatorio poi è “L’alba”, tocchi impercettibili del piano in sordina abbracciati dalla severa presenza degli archi; e quanto al rapporto (obbligato) con i suoni “d’ambiente” locale Arnaldi sembra volerli risolvere all’insegna della più totale emancipazione da stereotipi “etnici”, come dimostra il surreale “Africa”, intarsiato di suoni elettronici ma su una inequivocabile base percussiva di ascendenza locale.
Particolarmente coinvolgenti, in proporzione diretta all’assenza di ogni benchè minima enfasi melodica o timbrica, “Non per sempre” e soprattutto “Il sogno di Andrea” con le progressioni degli archi, mentre verso l’epilogo la partitura di Arnaldi sembra rarefarsi ancora di più nella dinamica e immobilizzarsi nel ritmo (“Cosa c’è che non va in questa vita?”), saldando i pedali degli archi ed elettronici a sostenere le incerte, interrogative e spoglie linee melodiche del pianoforte. Un’atmosfera di dichiarata e montante malinconia alimenta gli arpeggi dei violini e le perorazioni dei celli in “Lo specchio” mentre è di nuovo il piano il protagonista del toccante “Fratelli”. Una pensosa fissità torna invece in “Il regalo di Cristina”, a precedere il brano conclusivo di Arnaldi che prende il titolo dal film, forse il più “cantabile” dell’intera partitura, dove gli archi contrappuntano e avvolgono le domande irrisolte del pianoforte quasi a non volerle far sentire abbandonate.
Uno “score” per molti aspetti esemplare, questo di Stefano Arnaldi, sia per l’opzione drastica del rifiuto di una facile e ammiccante comunicatività, sia per la capacità di trasmettere, senza mai alzare la voce, una tensione sotterranea costante. Quel che si dice “abbassare i toni” (…) senza per questo abbassare i sentimenti.
