Primavera
Fabio Massimo Capogrosso/Antonio Vivaldi
Primavera (2025)
CAM Sugar/Indigo Film
Lato A: 10 brani
Lato B: 7 brani
Durata totale: 32’07”

Primavera, diretto dal noto regista teatrale, dal successo internazionale, il veneziano Damiano Michieletto, è una libera trasposizione cinematografica del romanzo “Stabat Mater” di Tiziano Scarpa, interpretata dagli intensi e bravissimi Tecla Insolia e Michele Riondino. Ambientata nella Venezia del 1716, la pellicola conduce lo spettatore all’interno dell’Ospedale della Pietà, il più grande orfanotrofio della città e al tempo stesso un prestigioso centro di formazione musicale femminile, celebre in tutta Europa per la sua orchestra. Qui vive Cecilia, ventenne violinista di talento straordinario, cresciuta tra le mura dell’istituto e costretta a esprimere la propria arte dietro una grata, destinata allo sguardo — e all’ascolto — dei soli mecenati. La musica ha aperto la sua mente, ma non le ha mai concesso la libertà. L’equilibrio immobile della sua esistenza viene però scosso dall’arrivo di un nuovo maestro di violino: il popolare compositore Antonio Vivaldi. Con lui, come un improvviso vento di primavera, la possibilità del cambiamento irrompe nella vita di Cecilia. Il pluripremiato compositore Fabio Massimo Capogrosso – sue le glorificate score per i film di Marco Bellocchio Esterno Notte e Rapito e quella di Gianluca Jodice per Le Déluge - Gli ultimi giorni di Maria Antonietta e di Francesca Comencini per Il tempo che ci vuole –, tra i più colti e classici del panorama attuale della musica applicata alle immagini, si eleva sulle quattro composizioni del Maestro Vivaldi presenti nell’LP CAM Sugar/Indigo Film (“Allegro molto”, “Largo RV 207”, “Largo RV 565” e “Allegro RV 269, La Primavera”), perché a primeggiare nel film di Michieletto – sapendo, chi vi scrive, di pronunciare una bestemmia ad alta voce nei confronti dei puristi della musica classica e del Maestro veneziano (1678 – 1741) in particolare –, è proprio la musica originale del 41nenne compositore perugino che – e qui sopraggiunge ulteriore bestemmia, sempre per la motivazione di cui sopra – viene disturbata dalle tante pagine vivaldiane; difatti lo score di Capogrosso custodisce, come in uno scrigno celante preziosi inestimabili, all’interno delle sue tracce, tra modernismo e classicismo che giocherellano a nascondino con grazia e astuzia, la vera essenza emozionale della protagonista Cecilia e del contorno di umanità e ambienti che la lambiscono e costringono a prendere decisioni contro la sua ferrea, ma pur sempre fragile, volontà di ragazza giovane orfana e speranzosa in qualcosa di meglio che finire in sposa a qualche mecenate o militare graduato (uno Stefano Accorsi in breve ‘crudele’ apparizione), nondimeno felicissima di esprimersi attraverso le note del suo violino.
Capogrosso, che dal solo ascolto del brano più rappresentativo dell’intera partitura, quel “Festa a palazzo”, sinfonicamente barocco e selvaggio, allegro e pazzoide, dai tratteggi sghembi, per merito di quei colori corali e degli ottoni spiccanti il volo (la strepitosa Orchestra e Coro del Teatro La Fenice sotto la direzione magistrale e superba di Carlo Boccadoro), ad ogni suo intervento segna il singolo fotogramma in maniera impeccabile e funzionale. “Primo sguardo di Cecilia” è tremebondo con quel vibrante violino solista suonato dal primo violino del sestetto Stradivari dell’Accademia di Santa Cecilia, David Romano; “Dove sei, madre” accenna nella sua singhiozzante e tensa pagina per archi, sempre puntellata dal solo di Romano, il tema portante di Cecilia, che prova un tentativo di rabbonimento nella seconda metà del brano, non riuscendoci, visto il contrito dolore interiore della protagonista; “Un nuovo Maestro” cadenza con i suoi pizzicati d’archi e quel coro sincopato, un simil Vivaldi tuttavia folleggiante come un folletto dai capelli color rosso (il Sacerdote veneziano, che non poteva celebrare messa per motivi di salute, fu chiamato “il Prete rosso” per via dei suoi capelli) che tra un barocchismo e un altro vuol far sentire a chiare lettere la sua voce; “Volti che non esistono” risuona riverberante e trepidante, come un grido di aiuto lontano che via via si avvicina incombente e impaurito; “Inseguendo la follia”, in cui Capogrosso rapisce Vivaldi portandolo alla sua musicalità, ivi eseguita da I Solisti Aquilani, con assolo pazzoide al violino di Daniele Orlando da applauso sperticato (la cadenza del violino è affidata invece a Leonardo Spinedi), facendolo letteralmente delirare; “Inverno di Cecilia” ha la stessa forma trepidante e allucinatorio-onirica di “Volti che non esistono”; “Morte musica soldi” è un gracchiante e irrisorio pezzo per violino solista; “Echi di Primavera” rischiara come un venticello lieve e coccolante primaverile al tramonto, rammentante certe soluzioni morriconiane per brani di musica assoluta scritti per la sua amata Roma o Ottorino Respighi, con una seconda parte atmosfericamente fantasmatica williamsiana; “Cipria” è gocciolante musica concreta; “Sacrificio” affida al violino solista di Romano una cadenzante sequenza intimidatoria che cerca di scatenare timore, strisciando attraverso gli archi dentro le profondità dell’anima; “Violino spezzato” aggredisce, disarma, brutalizza l’ascoltatore con dissonanze per archi e non solo che sanno far male; “Una nuova vita”, che termina le pagine originali di Capogrosso, è un altro momento memorabile compositivo di pura enfasi elegiaca per piano, violino solo e archi che riesce perfettamente a far commuovere.
