28 Years Later
Young Fathers
28 anni dopo (28 Years Later, 2025)
Milan Records
24 brani – Durata: 66’00”

Nel 2002 il regista Danny Boyle (Trainspotting, The Millionaire) e lo sceneggiatore Alex Garland (ha diretto i rilevanti Ex Machina e Civil War) firmano l’horror post-apocalittico 28 giorni dopo, producendo nel 2007 28 settimane dopo, stavolta diretto da Juan Carlos Fresnadillo. Dopo diciotto anni tornano sul luogo dell’infezione di rabbia che ha reso gli umani dei selvaggi e veloci zombi voraci, con il terzo film 28 anni dopo. Nei primi due capitoli le eccellenti musiche sono state affidate a John Murphy, qui sostituito dal trio hip hop scozzese Young Fathers (Alloysious Massaquoi, Kayus Bankole e “G” Hastings). Questo terzetto, già chiamato da Boyle per alcune canzoni su T2 Trainspotting, concretizza l’elemento davvero più d’impatto sul film, creando quel senso ininterrotto di annichilimento (“Slow Low I”, “Abide” con straniante coretto di voci adulte e fanciullesche sullo sfondo, “Pals”), desolazione strisciante (“Alpha Intro”, “Travelling”, “Mania”) e insostenibile violenza (il pazzesco brano techno-industrial, che entra nelle viscere, “Boots”, o “Sheku”) che aleggia in tutta la trama. Lo score prettamente elettronico, con rare pagine orchestrali (l’adagio enfatico alla Richard Strauss di “Causeway” scritto con l’ausilio di Dean Valentine e Matthew Sheeran, oltraggiato qui e là da violenti elementi dissonanti techno), rincorre una precisa linea timbrica in stile Massive Attack – di cui gli Young Fathers hanno aperto alcuni concerti – con l’inclusione di brani canori dalle tinte trip hop-rock-prog marcatissime (“Promised Land”, “Lowly”) ed uno dei pezzi conclusivi dell’album, il pianistico, con archi leggeri sempre più in levare in controcanto, “Remember”, enfatizzato da una voce intonante poetiche liriche rauche alla Tom Waits che spunta e svanisce.
Recensione concessa su autorizzazione e pubblicata in origine sulla rivista cartacea Audioreview 2025
