Confessione di un commissario di polizia al procuratore della Repubblica
Riz Ortolani
Confessione di un commissario di polizia al procuratore della Repubblica (1971)
GDM CD Club 7073
20 brani – durata: 62’32”
L’apporto di Riz Ortolani al cinema di Damiano Damiani fu qualitativamente elevato e quantitativamente discontinuo, maggioritario comunque (12 titoli, compresa la prima stagione de La piovra), seguito da Morricone (4), Bacalov (3), Fusco (2), Nicolosi (2), una tantum Rustichelli, Mannino, Macchi, Savina, Guerra, Schifrin, più altri di scarsa o nulla rinomanza. Confessione di un commissario di polizia al procuratore della Repubblica segna l’inizio della collaborazione tra i due e sigla un’intesa drammaturgica esatta già al primo approccio. Sintesi dello stile del regista, volto a fondere spettacolo e denuncia etico-civile in narrazioni tese e vibranti – Rosi è più asciutto e documentaristico, ed anche più ‘difficile’ -, Confessione di un commissario… è un mafia movie che utilizza i cliché del genere come mezzo più che come fine, ed anzi forse li crea aprendo la strada ad un sottofilone prolifico quanto spesso dozzinale. “Un commissario siciliano deciso a farsi giustizia da sé si scontra con un procuratore rispettoso alla lettera della legge. La fine tragica del primo aprirà gli occhi all’altro su chi protegge i mafiosi” (Mereghetti). Martin Balsam è il commissario poco ortodosso, Franco Nero il procuratore ligio. Negli accesi confronti tra i due troviamo la dialettica che si radicalizzerà nel di poco posteriore poliziottesco con i suoi commissari giustizialisti e forze dell’ordine che stanno a guardare, richiedenti aiuto, sconfitte e/o costrette obtorto collo a ringraziare i vari Dirty Harry di casa nostra. Nel cast anche Marilù Tolo uccisa e cementificata in un pilone, Claudio Gora procuratore generale, Luciano Catenacci sempre a suo agio nei panni del cattivo.
Lo score è costruito su di un’unica idea tematica adattata e variata in base ai momenti narrativi. Si crea una compattezza sonora che funge da segnaletica, interrotta da interventi occasionali sin troppo ‘leggeri’ e disimpegnati che indeboliscono la tensione in chi ascolta, precipitato d’improvviso dalla robusta presa emotiva - lirica, atmosferica - all’inconsistenza di motivetti che sono le umili fatiche funzionali che il compositore del cinema deve sobbarcarsi e che non possono venire assurte a parametro di giudizio.
L’apice è “Confessione di un commissario (Titoli)”, quattro tempi ciascuno specificamente connotato e di robusto impatto. Accordi di organo elettrico drammatizzati da un paio di interventi percussivi preparano l’ingresso di una chitarra elettrica molto tirata e null’affatto rock che enuncia la cellula madre; la quale torna più distesa con fiati probabilmente campionati; violini e controcanto dei violoncelli, batteria e basso elettrico rinterzano con enfasi e limpidezza (è l’Ortolani delle magnifiche aperture liriche che gli ispirarono tante pagine e che conferiscono ai film di Pupi Avati quel particolare sapore nostalgico); la quarta ripresa vede dominante la chitarra sullo sfondo orchestrale, più sciolta e malinconica rispetto all’esordio per una conclusione di disincantato pessimismo. Composizione di polivalente drammaturgia, oggi risuona illibata ancora, d’una purezza di timbro e melodia che confortano. L’incipit tensivo poi è di quelli che ti mettono d’immediato nel mezzo di una situazione e ti fanno pregustare un’ora e trenta di adrenalina. Improponibile qualsivoglia paragone con l’oggi, quella scuola non ha creato discepoli.
Numerose le riprese da intendersi sia come ‘versioni alternative’ sia come parziali recuperi all’interno di strutture diverse orientate nella direzione della suspense. Tra le prime si segnala “Visita al manicomio” con corno inglese, chitarra elettrica distorta ed effetti stralunati dell’organo per una perfetta atmosfera autre. “Promesse di giustizia” si orienta verso una pensosa solennità e poi si anima con chitarra elettrica, piena orchestra e batteria. “La morte del commissario” apre con riverberi sinistri dell’organo campionato in preludio alla ripresa tematica che adesso è epicedio in crescendo patetico controllato a testimoniare una composta partecipazione; corno inglese, basso elettrico e orchestra d’archi vestono le note. “Pedinamento e agguato” e “Colloquio decisivo” non sono riprese integrali bensì citazioni tematiche all’interno di contesti sospensivi. Si aggiunge una pianola, la melodia viene recuperata come base accordale ed anche rallentata e frammentata sullo sfondo delle percussioni sdrucciolevoli (presenti ovunque, come anche gli accordi iniziali dell’organo). “Ossessione di un delitto” è – come da titolo - il momento più teso: iterazioni nevrotiche della chitarra elettrica, effetti jumpscare e riprese tematiche con l’Hammond.
Nelle rimanenti tracce (“Il ricordo di Serena”, “Serena e Lomunno”, “I travestiti”) si ripiega su soluzioni di circostanza con organici in stile night club – piano, Hammond, chitarra elettrica morbida, batteria soft, pallidi echi jazz - per una musica che non si stacca dallo sfondo, non commenta e rimane anonima quando ascoltata a parte (di diversa opinione la Four Flies Records che nel 2024 ha pubblicato un singolo con due dei succitati brani). Poco male, di fronte ad un tema pregnante come “Confessione di un commissario”. Del quale esiste anche una versione interpretata da Katyna Ranieri su testo di Herbert Pagani con titolo “La confessione” (singolo RCA Italiana – PM 3612) (1). Nonostante l’indicazione “Dal film Confessione di un commissario di polizia…”, non si ode nella pellicola e non è inclusa nelle varie edizioni dell’OST. Dovrebbe trattarsi di un adattamento di poco posteriore (il film uscì nel mese di marzo 1971, il singolo in settembre) (2); del resto, Ortolani affidò più volte le sue note alla vocalità della compagna (“More”, “Oh My Love”…). La Ranieri si conferma maiuscola interprete e sfodera un’ampia gamma di registri, colto e popolare, dolce ed energico, timoroso e intrepido, patetico da melodramma, assecondata da un testo semplice e diretto. Intona sull’ostinato dei contrabbassi, sull’immancabile pianoforte (o organo) campionato, sull’orchestra che la supporta senza prevaricarla, sulle percussioni ben dosate e il basso elettrico: una versione davvero alternativa, resa formidabile da un arrangiamento di classe. Il lato B riporta “Senza te, mai” sempre di Pagani-Ortolani, del quale ignoriamo l’origine ma che consente di affermare che le canzoni – tanto bistrattate - non sono tutte uguali e che l’autorialità non ha bisogno di forme complesse per rivelarsi, le basta una manciata di note.
L’edizione GDM del 2009, qui tenuta presente, include venti brani: i primi dieci ripropongono il vinile originale RCA Original Cast – OLS 6 del 1971 (riproposto in versione compact nel 1992, abbinato a Nella stretta morsa del ragno: RCA Records OST 114); gli altri sono bonus tracks che suonano, più che ‘versioni alternative’, repliche. Diciamo che l’OST era già tutta nel vinile.
Scopriamo adesso che nel corrente anno la Quartet Records ha rieditato in versione extralarge (25 brani) e in tiratura extrasmall (350 copie) rimasterizzata da Chris Malone sotto la supervisione di Claudio Fuiano e un ricco booklet con un saggio di Miguel Ángel Ordóñez. Brodo allungato o aggiunte importanti? Anche in simili aspetti quello della musica per immagini si configura come un mondo a sé. Ed è bene che tale rimanga.
(1) https://www.discogs.com/release/3722536-Katyna-Ranieri-La-Confessione-Senza-Te-Mai (ultimo accesso: luglio 2025).
(2) Ivi.
