Along Time – Chamber Music for Cello and Piano - Intervista a Stefano Mainetti
Stefano Mainetti
Along Time – Chamber Music for Cello and Piano (2025)
Da Vinci Classics C00971
14 brani - durata: 51’48”

Che cosa avviene quando un compositore degno di tal nome – equivalenza null’affatto scontata - incontra interpreti di pregio che si pongono al servizio delle sue note? Si sviluppa una sinergia feconda di intelletti e professionalità tutta a vantaggio della musica: esattamente ciò che esperiamo all’ascolto di “Along Time”, pubblicato a gennaio dalla Da Vinci Classics, che raccoglie quattordici composizioni di Stefano Mainetti trascritte per violoncello e pianoforte e affidate all’estro di Luca Pincini e Gilda Buttà, che non necessitano di venire introdotti né sono nuovi a progetti di questo tenore, vedi le raffinate rivisitazioni morriconiane.
“Questa antologia racconta soprattutto l’incontro di tre anime la cui sensibilità artistica ed umana si è intrecciata nel corso del tempo e ha resistito al suo trascorrere, come allude il titolo dell’album” chiosa Mainetti. Per lui, parlano i suoi lavori, un centinaio circa dagli anni Ottanta del Novecento a oggi, legati per lo più alla musica applicata (cinema e televisione, shorts, musical play e teatro) e con una dignità che trascende l’occasione di partenza. Ottimo melodista, privilegia il tematismo e l’orchestrazione di classica fattura; senza preclusioni verso il suono campionato al bisogno, vedi Zombi 3, e aperto alle sonorità ’concrete’ (un tema scritto per sega e orchestra ne Il commissario Corso). Conosciuto anche oltre nazione, ha lavorato da noi con mostri sacri del cinema di genere come Joe D’Amato, Michele Soavi, Lucio Fulci, Bruno Mattei, Enzo G. Castellari, Giuliano Carmineo, affiancandosi a pari merito a colleghi già collaudati; ma anche con una quantità di nomi nuovi nel nuovo secolo, Vincenzo Verdecchi, Gianluca Petrazzi, Raffaele Verzillo. All’estero, da ricordare almeno le collaborazioni con Ted Kotcheff e Russell Mulcahy. Diplomato in composizione al Conservatorio romano di Santa Cecilia, dove ha insegnato Composizione applicata, non disdegna percorsi differenti dall’applicato puro, come The World of Promise, audiodramma statunitense ispirato alla Bibbia, o “Tu es Christus” per la beatificazione di Giovanni Paolo II.
Il florilegio scelto per “Along Time” allinea brani scritti tra il 1994 e il 2021, interpretati dal duo sopra citato. Appare come una prima messa a punto di circa trent’anni di attività compositiva (pur avendo Mainetti iniziato nella seconda metà degli Ottanta); ma è anche il consolidarsi del legame già tenace con Pincini e Buttà, solisti in molti suoi lavori, che qui si traduce in affidamento fiducioso ai due virtuosi, caricati di una responsabilità forte dovendo con il loro strumento pervenire ad esiti diversi da quelli ottenibili con l’apporto di un’intera orchestra e però altrettanto convincenti nella loro alternatività. Scommessa riuscita, 53’ di ‘musica da camera’ che non lascia rimpiangere la gloriosa tradizione di tale forma.
“Along Time” è un’esperienza immersiva. Ma, si obietterà, ogni ascolto è tale, ponendosi la fruizione musicale come processo eminentemente contemplativo. E tuttavia la profondità della discesa varia. Escludendo la musica utilizzata come sottofondo – la quale si sente (quando va bene) e non si ascolta -, esistono sequenze melodiche d’immediato facile impatto e dunque ‘superficiali’. Altre, richiedono maggiore sforzo d’attenzione intellettuale unito a capacità di abbandono. “Along Time” appartiene al secondo gruppo, i suoni albergano una dimensione superna e proiettano sulla terra un’eco appena, operano un’ipnosi del subcosciente: l’ascoltatore si cala entro lo stato ascetico, perde il contatto con la tangibilità delle cose. Occorre lasciarsi andare, docili e fiduciosi, fare tabula rasa del pensiero e assecondare l’onda melodica di Mainetti non meno dei fraseggi timbrici del pianoforte stregato di Gilda Buttà, del violoncello ora plastico ora rarefatto di Luca Pincini: i virtuosismi sempre ‘naturali’, i fluidi trapassi di registro, di moto, il dialogo e i soliloqui in compostezza che pure vibra di risonanze segrete e ricercate.
La persistenza dell’organico conferisce omogeneità, predominano la forma ‘romanza’, la cesellatura accurata, il dosaggio della tenuta lirica. Come in Orgoglio (dalla serie televisiva del 2003), pagina elegante e comunicativa che sfuma nel sogno, retrocede nel passato, propizia la rêverie al tocco delicato e al bisogno corposo del pianoforte. Pianismo quasi debussyano e inserti aerei del violoncello siglano “La dolce ala della giovinezza” dall’omonima pièce del 2021. Fantasia onirica e rétro è “Kiki de Montparnasse” dal musical play Follia (2018). “Come pietra paziente” (sempre teatro, 2021) è un moderatamente cantabile del violoncello sui ghirigori di un pianoforte che si distilla a goccia a goccia, con ‘pazienza’. Cadenze astratte con scivolamenti melodici e pianismo romantico (‘espressivo’) in “Timing” (dal cortometraggio 15 Seconds, 2008). Circola quasi ovunque un tematismo sorvegliato che snobba il pieno emotivo e il sentimentale grossolano, vedi “The Testament”, “Frida Kahalo”, “Alexandra Del Lago”, “Follia” (dove il violoncello mosso iniziale è seguito da un pianoforte d’atmosfera privo di tema definito pur aprendosi a cellule melodiche). La valentia di Pincini si sublima in “Rendering Revolution” (dall’omonimo “progetto sinfonico” del 2017), sorta di musica per balletto con lo strumento diviso tra lenti flussi cantabili e sincopati di gusto novecentesco. “Il settimo sogno” evidenzia il protagonismo del pianoforte svirgolato in stile cinema muto o delicata fantasia circense o ancora pianola meccanica ‘da strada’, che interloquisce con il violoncello in una temperie di malinconia sognante e stemperata.
Si segnalano poi, per altezza di esito e piacere d’ascolto, “The Shooter” e “Tango per Maria”: vigoroso il primo, lieve e immateriale il secondo. “The Shooter” proviene dall’omonimo film di Ted Kotcheff (1995), musica ‘applicata’ che nell’esecuzione dinamica, convulsa e percussiva della Buttà pare preesistere all’immagine e diviene un trafelato andante con martellati adrenalinici e guizzi contrappuntistici del violoncello. “Tango per Maria” non nasce per l’immagine ma è dedicato all’omonima figlia del compositore, che la celebra con gentilezza in una pagina di grande intimismo, gli stilemi tangueri sono appena accennati e subito perdono corpo e ritmo sfumando nell’astratto. Sarebbe piaciuto a Borges.
Corredato dal booklet di Massimo Privitera che rende superflue le presenti note, “Along Time” introduce ad un ascolto privilegiato e – forse - non per tutti. Autore e coautori hanno in mente un pubblico non di massa, sedotto dal suono raffinato ed aereo, dalle melodie attenuate, dai significanti timbrici. Lavoro di alta classe compositiva e interpretativa, distante eoni dal cemento emozionale a presa rapida di tanta vulgata pop music, contravveleno potente e terapeutico contro il tossico della volgarità musicale che ci frastorna.

Abbiamo posto al maestro Stefano Mainetti alcune domande su “Along Time” & altro, le riportiamo qui di seguito ringraziandolo per la disponibilità.
Colonne Sonore: Come è nato il progetto “Along Time”?
Stefano Mainetti: La genesi di “Along Time” ha avuto più di una motivazione; la voglia di dare voce alla mia musica grazie a due splendidi artisti come Gilda Buttà e Luca Pincini. Con loro, nel tempo, abbiamo collaborato su moltissimi progetti, talvolta come solisti, altre volte presenti in orchestra o insieme sulla scena di spettacoli teatrali. Più li conoscevo, più mi rendevo conto di quanto il gesto esecutivo fosse parte di un processo dinamico e creativo. Ho dato spesso per scontato, soprattutto nei miei primi lavori, che quanto avevo scritto sarebbe poi stato eseguito dall’orchestra, esattamente come lo avevo concepito, ma non è così. Qualche volta sono rimasto deluso, a volte piacevolmente sorpreso, maturando così la consapevolezza che il rapporto tra compositore e l’orchestra fosse qualcosa di vivo, di cangiante, come una sorta di loop che si autoalimenta, in un rapporto non lineare dove il risultato, quando funziona, è superiore alla somma delle parti. Questo confronto tra il compositore e l’interprete è stato analizzato a fondo nella musica romantica, meno nella musica applicata, soprattutto perché la realizzazione di colonne sonore è legata a tempistiche serrate e il rapporto con l’orchestra si risolve in pochi turni. Ecco, credo che l’afflato artistico che mi lega a Luca e a Gilda da così tanto tempo, abbia influenzato il mio modo di comporre; in partitura non scrivo Violoncello o Pianoforte ma direttamente i loro nomi, Luca e Gilda. Da qui il passo è stato breve, ho selezionato alcune mie composizioni per cinema, teatro, fiction e musica assoluta, che si prestavano ad essere trasposte dall’orchestra al Duo Cameristico Violoncello e Pianoforte. Ho scelto brani dalla forte identità melodica, capaci di esaltare le qualità interpretative di questi due straordinari artisti. Il risultato è un album che raccoglie parte della mia produzione a cui sono particolarmente legato, perché racconta molto di me, e Luca e Gilda qui sono la mia voce.
CS: Come cambia la musica nel passaggio dalla forma orchestrale a quella cameristica, dalla pluralità dell’organico a due soli strumenti che devono caricarsi del peso di un’orchestra intera?
SM: Ci sono ovviamente degli aspetti tecnici da tenere in considerazione; il Pianoforte e il Violoncello possiedono capacità dinamiche, espressive e timbriche straordinarie, come pochi altri strumenti, senza contare l’ampia estensione che riescono a coprire. Volendo rappresentare un mondo sonoro che proveniva originariamente da organici così diversi, per renderlo più intimo senza però perdere l’impatto emotivo, la scelta degli strumenti era in parte vincolata. Tuttavia queste motivazioni pratiche non hanno condizionato quello che, in realtà, è stato un processo di maturazione musicale guidato da un senso di gratitudine verso chi ha dato tanto alla mia musica.

CS: Tranne un brano, le composizioni interpretate dal duo Buttà/Pincini appartengono alla musica applicata che ora diviene assoluta: si può parlare di una rivincita della musica, che nelle trascrizioni per pianoforte e violoncello si recupera in quanto tale, ovvero si emancipa dalle convenzioni della musica per film e, in definitiva, è musica senza aggettivi? Penso, nello specifico – ma non solo -, alla rielaborazione di “The Shooter”, che acquisisce una forma “classica”, una dignità concertistica…
SM: Ho sempre vissuto la musica per film come una sorta di melodramma contemporaneo, intendo l’Opera, dove c’è un libretto, una scena, degli attori, la musica. Ovviamente non si tratta di recitar cantando ma l’obbiettivo resta quello di arrivare allo spettatore nella maniera più coinvolgente possibile. Questo aspetto conferisce alla colonna sonora una dignità che mi ha permesso di vivere la musica applicata non come una diminutio, rispetto alla musica assoluta, ma come una forma complessa di espressione creativa, capace di amplificare il suo magico potere narrativo attraverso le immagini. I brani di “Along Time” sono i temi portanti di ogni singolo progetto, quelli che una volta potevano essere associati ai titoli del film, eredi dell’ouverture operistica, e che si prestano anche ad un ascolto autonomo, svincolato dalle immagini.
CS: Ascoltando, si percepisce una continuità melodico-timbrica che non è solo frutto dell’omogeneità dell’organico: tutti i brani, pur composti per “occasioni” anche molto differenti, mostrano una fisionomia che si potrebbe definire d’una cantabilità dimidiata e rarefatta, molto distante dalla ridondanza espressiva della scrittura cinematografica, e pervasa da un classicismo non d’imitazione, che è controllo dell’emotività, misura senza essere freddezza: la si potrebbe definire musica “cantabile ma non orecchiabile”. Si ritrova in tale definizione?
SM: Quando scrivo musica cerco di comunicare, non è solo un’esigenza personale, è una forma diretta di comunicazione con chi ascolta, cerco il contatto. So di arrivare prima con la musica che con le parole, se non ho raggiunto il pubblico non ho raggiunto il mio obbiettivo. In questo senso il mio lavoro è arrivare alla pancia della gente, senza filtri, senza interpreti, dare emozioni senza pensare alla tecnica. Il linguaggio parlato è mediato dall’educazione, dalla formazione, da tanti altri fattori esterni. Con la musica sento di non avere filtri e non ho bisogno d’interpreti che la traducano in un’altra lingua. Non so dire se le mie composizioni siano orecchiabili o meno, so che sono sincere e forse questo arriva anche nella musica applicata, a volte amplificata dalle immagini stesse. Mi riconosco molto nelle mie composizioni, anche del passato. Se per assurdo dovessi definire il mio modo di essere, la mia essenza, preferirei far ascoltare le mie composizioni, sicuramente mi rappresenterebbero al meglio.

CS: Come è cambiata rispetto alla seconda metà del Novecento la figura del musicista cinematografico? O, al contrario, non è mutata nel suo ruolo di base nonostante il progresso tecnologico, la tentazione e a volte necessità di adottare linguaggi semplificati ed organici più o meno sintetici? E lei come vive la sua professione?
SM: Per molto tempo, l’aspetto melodico e la cantabilità del tema hanno avuto un’importanza preponderante nella musica per immagini. Il leitmotiv di wagneriana memoria è stato il linguaggio musicale più utilizzato nelle produzioni cinematografiche e non solo. La riconoscibilità delle linee orizzontali era la conditio sine qua non per poter dire di aver approcciato la colonna sonora nella maniera corretta: il tema rappresentava sia il punto di partenza che quello di arrivo.
Nella seconda metà del Novecento, hanno iniziato ad affermarsi linguaggi formali diversi in modo sempre più significativo. Alcuni, come il minimalismo e il neo-minimalismo, mutuati dalla musica colta; altri, come il sound design, hanno trovato sempre più spazio con l’avvento del digitale e delle nuove possibilità di elaborazione del suono. In questo complesso cambiamento, il linguaggio tematico sembra aver perso forza, soprattutto negli ultimi tempi, a favore di quella che Bernard Herrmann definiva musica funzionale, ossia un approccio musicale che accompagna la scena senza sovrapporsi con linee melodiche predominanti. Tuttavia, lo stesso Herrmann non disdegnava la melodia, basti pensare a Vertigo o Taxi Driver.
In questo senso, credo ci sia spazio per raccontare la musica per immagini in tanti modi diversi, adottando stili differenti. L’aumento esponenziale di produzioni cinematografiche, fiction e serie televisive rispetto al passato ha determinato una domanda sempre più pressante di musica applicata e di linguaggi formali eterogenei. A ciò si aggiungono fenomeni di carattere sociale che hanno portato ad una cristallizzazione della melodia e dell’armonia, spesso influenzati dal mondo del pop, offrendo così ad un numero sempre maggiore di musicisti la possibilità di affrontare compiti che un tempo erano appannaggio quasi esclusivo di compositori di formazione classica.
“Along Time” è un omaggio alla melodia, senza alcun intento polemico. Io stesso utilizzo linguaggi musicali diversi in svariate occasioni. Con questo disco ho voluto semplicemente ricordare che la melodia esiste ancora e può avere ancora molto da dire nel mondo dell’ottava arte, a prescindere dalle mode attuali.
CS: Massimo Mila sosteneva che la musica non esprime alcunché, nel senso che non si fa portavoce di generiche istanze psicologiche ed astratti stati d’animo (malinconia, allegria…), ma solo della personalità del suo autore: condivide?
SM: Una delle caratteristiche fondamentali della musica è la sua capacità di suscitare emozioni, sensazioni che sono universalmente condivise. A differenza delle lingue parlate, la musica non ha bisogno di interpreti: un tema soave viene percepito come tale in qualsiasi contesto, così come un brano di tensione. In questo giocano un ruolo cruciale le influenze culturali e gli effetti della fisica dei suoni, intendendo così le leggi che regolano l’armonia e il contrappunto, solo per fare un esempio. L’utilizzo e la manipolazione di queste strutture, che definiscono i complessi rapporti musicali, rappresentano un’arma potente nelle mani di un compositore, e la loro modulazione può fare la differenza all’interno della narrazione applicata.

CS: In quale considerazione è tenuto oggi il “musicista del cinema” al di fuori del suo contesto? Riscontra una maggiore disponibilità da parte della critica accademica rispetto all’ostracismo dei decenni passati?
SM: Per molto tempo la musica applicata ha avuto una scarsa rilevanza accademica. Quando il cinema si è presentato al mondo, la musica assoluta, contemporanea e non, era ancora la principale occupazione dei musicisti che provenivano da una formazione classica. Non si erano ancora diffusi i media attuali e per ascoltare musica bisognava recarsi al concerto piuttosto che all’Opera. Con il progredire dei mezzi di comunicazione la produzione di colonne sonore è aumentata in maniera esponenziale, e con essa anche la sua qualità. La critica che prima snobbava questa forma di rappresentazione musicale si è accorta della sua importanza e molti musicisti hanno cominciato ad occuparsi di quest’arte a tempo pieno. Se una volta il compositore poteva vivere componendo quartetti, sinfonie o musica sacra, commissionate dai mecenati, da nobili o dal clero, oggi sono pochissimi quelli che possono realmente vivere occupandosi esclusivamente di musica assoluta.
La figura del mecenate è stata sostituita da quella del produttore e la maggior parte dei giovani usciti dai corsi di composizione dei conservatori si occuperà di musica applicata: cinema, fiction, teatro, pubblicità, videogame, estendendo le loro competenze a figure professionali come arrangiatori, direttori d’orchestra, programmatori di musica midi, assistenti di studio, tutti comunque legati al mondo della musica applicata.
CS: Può accadere che ad un compositore venga offerto un film “brutto” o comunque lontano dal suo gusto e sensibilità: come ci si comporta in tali casi?
Pensa in futuro di portare avanti altri progetti sul modello di “Along Time”?
SM: Esistono numerosi esempi di pellicole discutibili accompagnate da colonne sonore straordinarie. Non sarebbe elegante citarne i titoli, ma è piuttosto frequente ricordare una colonna sonora più della sceneggiatura di un film.
Ho avuto la fortuna di poter scrivere musica per film e commedie di ogni genere, dall’horror al mélo, dall’azione al cinema d’autore, cercando sempre di individuare il percorso migliore per sostenere l’opera che stavo affrontando. A volte è una vera e propria sfida, ma anche una grande soddisfazione vedere una scena acquisire rilevanza grazie alla musica che hai appena composto.
“Along Time” è un progetto desueto. Ci sono tante componenti che hanno portato alla sua nascita, la voglia di fare un viaggio nella memoria, il desiderio di ritrovarsi nella melodia e nell’armonia, il piacere enorme di celebrare un’amicizia artistica ed umana con due grandi artisti come Luca Pincini e Gilda Buttà. Sono tutti ingredienti difficili da mettere insieme e che rendono unico questo album.
Allo stesso tempo, mi piace pensare che quest’avventura possa continuare. Magari più avanti… chissà. Con Luca e Gilda abbiamo tanti progetti, alcuni già realizzati, altri in fieri. Vedremo… Along Long Time?

