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28 Nov2024

Jumpman & Anuja

Scritto da Massimo Privitera. Pubblicato in Cinema

cover jumpman

Fabrizio Mancinelli
Jumpman (Id. – 2024)
Fab Music
11 brani – Durata: 16’52”

cover anuja

Fabrizio Mancinelli
Anuja (Id. – 2024)
Fab Music
5 brani – Durata: 8’38”

Due cortometraggi pluripremiati e nominati: uno, Jumpman, documentaristico per la regia di Tom Dey; l’altro, Anuja, un dramma familiare diretto da Adam J. Graves. Entrambi con le musiche di Fabrizio Mancinelli, il quale per il corto documentario si è aggiudicato la candidatura ai noti Hollywood Music In Media Awards (HMMA). Il compositore italico ma statunitense d’adozione da molti anni a questa parte (sue Out of the Nest, Here After – L’aldilà, Mushka, The Land of Dreams), gode di uno stile intimista tra sinfonismo ed atmosfere synth che si sposa alla perfezione al girato, che in questi due specifici casi va a narrare storie reali e che lo potrebbero essere perché ispirate da fatti di vita vera. Jumpman racconta la storia del fotografo che ha realizzato il ritratto di Michael Jordan pubblicato sulla celebre rivista Life nel 1984, poi copiato dalla Nike e trasformato in uno dei loghi più famosi al mondo. Anuja ci apre al mondo della povera orfana che dà il nome al corto, che lascia la scuola per lavorare insieme alla sorella in una fabbrica di abbigliamento della sua città, ritrovandosi di fronte a una scelta che deciderà del destino del suo futuro e dei suoi cari.
Nel documentario Mancinelli, con evidenti richiami a quegli stilemi labilmente delicati e armonicamente astratti intagliati dal collega Thomas Newman, sa come sciogliere pian piano emotivamente l’ascoltatore anche più distratto con melodie incorporee e dolcissime. “My Name Is Co.” apre l’album digitale con arpeggi lievi che si diffondono per poi lasciare spazio al piano, batteria, contrabbasso e synth ritmicamente e grusinianamente gioviali. “The Perfect Stroke” spicca per un violino cantabilmente modulato che viene messo da una parte dalle ritmiche allegre e dagli archi che enunciano un tema avvolgente, che i medesimi in seconda battuta puntellano giocosi in levare sul ponticello. “Elite Status” si distende in una rincorsa soavemente armoniosa per archi, percussioni, synth, esprimendo tutta la bellezza del leitmotiv in un crescendo emotivamente toccante (qualche hornerismo affiora facendoci rammentare il compianto compositore scomparso troppo presto). “Setting the Stage” introduce nell’esposizione sempre gioiosa, anche se attanagliata da un certo sintetismo cupo, il rumore degli storici scatti della macchina fotografica del protagonista. “Making An Iconic Picture” utilizza il suono dei suddetti scatti come incipit del pezzo, il quale, partendo dubbioso, sa poi aprirsi ad un lirismo tematico epico. Un beat synth molto videoludico anni ’80 si palesa nel veloce incedere di “Jump and Defy Gravity”, che si chiude con un crescendo degli archi tematici. Sempre scatti ritmicamente amalgamati alla traccia breve dai toni sprezzanti in “American Excellence”. Piano sotteso, synth tensivi e archi dilatati in “Billboard in Chicago”. “Angry Feelings” è eroicamente mosso con il violino mozartiano sullo sfondo, sovra agitato da quel suono beat dei reali scatti fotografici, degli archi in tempo dispari e dei fiati sospensivi. “On Top of the Hill” echeggia enfaticamente rigonfio di epicità e l’ultimo brano, “A Beautiful Journey”, con arpa iniziale sofficemente spirituale e gli archi in controcanto, il piano sottile ed un violoncello solista che inneggia a tutto spiano il tema portante liricamente largo e delicatamente leggendario, segna un finale veramente assai appassionante.
Nel dramma fanciullesco Mancinelli con il suo brano d’esordio, che prende il titolo dal corto, “Anuja”, traccia un aereo sinfonismo puntillistico e altamente fiabesco da stringere il corazón dell’ascoltatore, con disegni mediorientali nel tema principale. “In the Factory” si serve degli archi sottesi per esprimere tensione narrativa, rotta da un cello e da archi pizzicati che abbozzano un inciso leitmotivico lancinante. Stessa sensazione sonora che ancora più astrattamente viene fuori da “Walking With Palak”. Il battere dell’archetto sul violoncello da il là ad un profluvio sintetico-sinfonico aleatorio in “Life’s Crossraods”, in cui si fa strada un leitmotiv orientaleggiante in forma di tenue ninnananna rassicurante. Nella conclusiva traccia “An Open Ending” tutto si fa più melanconicamente spirituale e astratto, con quel cello solo che canta il tema affranto ma in divenire consolatorio. Nella seconda parte del pezzo ritorna quell’inciso fiabesco sognante contrappuntato dal cello di cui sopra e da gocciolii synth piacevolmente ipnotici e sottili.
Due OST per cortometraggi che incoraggiano e che sanno raccontare anche senza il bisogno delle immagini per le quali sono state composte.  

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Daniela Bocconi

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