Reportage dall’evento a Londra con Max Richter e lo score per Hamnet

“Entrare nella mappa del cuore”: Max Richter ed il suo score per Hamnet
Reportage dall’evento a Londra presso la Southwark Cathedral, London Bridge, il 19 gennaio 2026.

Hamnet – Nel nome del figlio è un film del 2025 diretto da Chloé Zhao, con Jessie Buckley e Paul Mescal, in uscita nei cinema il 5 febbraio. La pellicola rappresenta l’adattamento cinematografico del romanzo “Nel nome del figlio. Hamnet” di Maggie O’Farrell, che ha partecipato alla scrittura della sceneggiatura insieme alla regista. Ambientato nella Stratford-upon-Avon del 1596, il film racconta la vicenda di William e Agnes Shakespeare, chiamati ad affrontare una delle esperienze più dolorose della loro vita: la perdita del figlio Hamnet, morto a soli undici anni a causa della peste. Attraverso questo evento tragico, la storia si concentra sul lutto familiare e sulle sue profonde conseguenze emotive.
Il compositore Max Richter ha ottenuto le candidature per la miglior colonna musicale agli Oscar, Golden Globe e Critics’ Choice Awards. Lo abbiamo incontrato a Londra durante una serata-evento presso la Southwark Cathedral in cui ha eseguito dal vivo lo score per questa pellicola drammatica che sta ottenendo diverse nomination a premi rilevanti, tra cui i Golden Globe, dove ha ricevuto il riconoscimento come Miglior Film Drammatico e Jessie Buckley come Migliore Attrice in un film drammatico, e gli Oscar. L’evento è stato moderato da Emily Watson, che interpreta nel film Mary Shakespeare, la quale ha intervistato Richter.

Ascoltare Hamnet dal vivo, nella penombra gotica della cattedrale, è come attraversare una soglia invisibile. Max Richter lo descrive con un’immagine semplice e potentissima: “entrare in una mappa del proprio cuore”. Ed è esattamente questa la sensazione che accompagna il racconto della sua musica, nata non come commento, ma come presenza viva, già attiva sul set, già capace di modellare lo spazio emotivo del film.
Il primo incontro con Hamnet avviene sulla pagina scritta. Richter legge la sceneggiatura e resta colpito da un nome: Chloe. È l’inizio di un dialogo creativo che prende forma attorno a un tavolo, durante un pranzo in cui si affrontano le grandi domande del film: la famiglia, la maternità, il lutto, le relazioni, il legame profondo tra l’essere umano, la terra e il cosmo. Prima ancora dei sopralluoghi, Richter compone circa mezz’ora di musica: schizzi sonori che Chloe porta con sé sul set, lasciandoli filtrare nelle immagini, nelle pause, nei gesti degli attori.
Il cuore della partitura nasce da una scelta precisa: guardare tutto attraverso l’esperienza di Agnes. Le voci femminili diventano materia primaria, usate in modo tradizionale e insieme astratto, come echi lontani, “fantasmi” che colorano la musica di una qualità inquieta e fragile. È da qui che si struttura la spina dorsale del film, una colonna sonora che non accompagna semplicemente, ma percepisce.
Accanto a questa dimensione intima, emerge il lavoro sul mondo naturale. Johnny Byrne costruisce la colonna sonora fisica della terra: il respiro della foresta, il vento, le vibrazioni del paesaggio. È una musica che vive sul confine del silenzio, fatta di spazi vuoti e attese, di quelli che Richter definisce “silenzi fertili”, capaci di generare senso.

Le fonti della partitura sono concrete e insieme spettrali: registrazioni vocali, cori specializzati nella musica dei periodi storici, strumenti a corda d’epoca. Ma di questi strumenti Richter cerca anche i “fantasmi digitali”, tracce rielaborate al computer che diventano elettronica organica, pulsante. È questa materia a seguire Will a Londra, a definirne la palette sonora.
Londra, infatti, ha un suo colore musicale. Quando si entra nella stanza, la musica assume un carattere rinascimentale: è l’unico momento in cui compaiono voci maschili nel coro, un discreto omaggio all’ingresso di Agnes nel mondo di Will. La grammatica musicale richiama William Byrd, un lessico riconoscibile che dialoga con la storia senza mai diventare citazione.

E poi c’è Nature of Daylight. Nato nel 2004, in un album di protesta inciso alla vigilia della guerra in Iraq, il brano trova qui una nuova vita. Chloe lo ascolta andando sul set e ha un’illuminazione: le mani che si tendono, il gesto che diventa immagine conclusiva. Così, una musica “antiviolenta”, figlia di un altro tempo, diventa fondamento emotivo del finale di Hamnet.
Forse tutto parte da lì, dall’infanzia. Richter ricorda il “Doppio Concerto” di Bach ascoltato a tre anni, la luce del sole che entra da una finestra e si fonde con il suono. Poi il pop, l’elettronica, il punk dell’adolescenza, colonna sonora di un’epoca segnata dalla politica di Margaret Thatcher. Tracce lontane che oggi riaffiorano trasformate, come mappe interiori. Mappe che, ancora una volta, la musica rende visibili.

Un ringraziamento speciale a Stefania Collalto di Echo Entertainment per la gentilezza, disponibilità e cortesia. Un sentito grazie a Nicolò Braghiroli e Filippo Landi: loro sanno perchè!
