Reportage del musical "Flashdance"

Anni ’80: What a Feeling!
Reportage della messa in scena del musical Flashdance presso il Teatro Nazionale – Italiana Assicurazioni di Milano del 09 ottobre 2025
Pro e contro del debutto milanese del musical tratto dal cult di Adrian Lyne del 1983, Flashdance, interpretato da Jennifer Beals, perché non tutto quello che parte con ritmo, riesce poi a mantenerlo sino alla fine. I ‘pro’ (forse) battono i ‘contro’, in ogni caso mantenendo un certo amaro in bocca non esageratamente aspro, perché questa trasposizione riporta un difetto comune di molti musical provenienti da tutte le parti del mondo, da alcuni anni a questa parte: esagerata (e, a conti fatti, inutile) lunghezza e una deriva disneyana nelle canzoni originali.



Badate bene, la Fabbrica dei Sogni di Walt Disney sforna canzoni mai banali o inascoltabili, anzi dei veri e propri capolavori sin da che se ne conserva memoria, ma, ahimè, gli emuli dei musical odierni, che vorrebbero ma non possono sfiorarne i fasti, costituiscono il reale problema. Un problema che risiede in coloro che, per l’appunto, desiderano (i famosi Wannabe) ripercorrerne le meraviglie orecchiabili compositive – vedi, in primis, quel genio inarrivabile di Alan Menken dalla nuova Rinascita disneyana dagli anni ’90 in avanti (assai scopiazzato nelle melodie attuali dei musical non nativi della Casa di Topolino), e ancor prima quei mostri sacri dei fratelli Sherman, a partire da Mary Poppins – soprattutto quando quel tipo di melodie non si addicono al musical messo in scena o ne fanno il verso in modalità sempliciotta e scontata, quasi un copia e incolla veramente ai minimi sindacali.


Allora, nel caso della versione teatrale della pellicola anni ’80 – vincitrice dell’Oscar e del Golden Globe per la miglior canzone “Flashdance…What a Feeling?” di Giorgio Moroder e Keith Forsey, cantata da Irene Cara, nonché del Golden Globe per la migliore colonna sonora, sempre ad opera del nostro Moroder – dal 9 ottobre fino al 17 gennaio 2026 in suolo Lombardo, uno dei ‘contro’ sta nel fatto che, proprio con un parterre di canzoni indimenticabili contenute nell’album originale di enorme successo all’epoca, si odono ovviamente (e per fortuna in inglese) “Flashdance…What a Feeling?”, acchiappa consensi e cantata ogni dove, ancora oggi, la candidata agli Oscar e Golden Globe, la coinvolgente e sfrenata “Maniac” di Dennis Matkosky e Michael Sembello, da quest’ultimo interpretata, e “Manhunt” di Doug Cotler e Richard Gilbert, cantata da Karen Kamon, invece sparendo totalmente “Lady Lady Lady” di Moroder e Forsey, cantata da Joe Esposito, “Imagination” di Michael Boddicker, Jerry Hey, Michael Sembello e Phil Ramone, eseguita da Laura Branigan, “Romeo” di Pete Bellotte e Sylvester Levay con l’interpretazione di Donna Summer, “Seduce Me Tonight” eseguita da Cycle V su musica e testi di Moroder e Forsey, “”I’ll Be Here Where The Heart Is” di Kim Carnes che la canta, Duane Hitchings e Craig Krampl, “He’s a Dream” di Shandi Sinnamon e Ronald Magness con la performance di Shandi, non ultimo il “Love Theme From Flashdance” di Moroder eseguito da Helen St. John.


Tutte queste popò di Hit Songs sono sostituite da canzoni originali scritte da Robbie Roth (presente al debutto a Milano), che firma anche le liriche insieme a Robert Cary, che non sono per nulla sullo stile di Moroder e Sembello ma disneyane senza appeal, ravvisando il problema esposto poco sopra sugli emuli menkeniani. L’unica canzone che si salva dal marasma del déjà entendu è quella affidata al personaggio di Jimmy (il sorprendente, attorialmente e vocalmente, Raffaele Ficiur al quale, mi auguro di cuore, qualora approderà in Italia la versione del musical di Ritorno al futuro, gli venga affidato proprio il ruolo calzante di Marty McFly, di cui sarebbe il contraltare eccellente on stage). Altri ‘contro’, prima di passare ai ‘pro’, albergano nei momenti di espressione danzante emotiva e selvaggia della protagonista, la saldatrice di giorno e ballerina di notte in un locale, Alex Owens (nel film la bella e ‘doppiata’ corporalmente nelle performance di ballo Jennifer Beals), qui interpretata da Vittoria Sardo, pur brava nella recitazione e con una vocalità tra alti e bassi abbastanza impattante, che proprio nella scena clou delle audizioni finali, per entrare nella tanto agognata scuola di danza, va a smorzare ogni emozionalità ritmica frenetica insita nel climax rimembrato da ogni fan della pellicola originaria – vero è (anche) che era difficile raggiungere la visione del regista Lyne che aveva giocato sul finale, con un montaggio adrenalinico perfetto, tutto il passionale ballo senza freni, mescolante classica, moderna e breakdance, della protagonista, in maniera molto trascinante, imprimendolo per sempre nell’immaginario collettivo cinefilo –; nelle lungaggini di concetti narrativi ripetuti allo sfinimento; nell’utilizzo di canzoni ‘altre’ preesistenti che ho trovato fuori luogo e ancora più ‘lontane’ dal mood sonoro del film, tipo “I Love Rock and Roll” di Joan Jett & the Blackhearts e “Gloria” di Umberto Tozzi, proposti nella versione in inglese; infine alcuni siparietti comici sopra le righe.


Invece (e finalmente direte!) i ‘pro’ stanno nelle pagine danzanti coreografate da Giorgio Camandona, nella scenografia industrial-sgargiante-pulsante (intesa come movimento perenne delle scene) di Lele Moreschi, nella regia di Mauro Simone molto vivace e mai smorzante i ritmi e toni anni Ottanta, pur con quelle canzoni flosce e risapute, nell’idea brillante, simil Hercules della Disney, delle tre cantanti muse che appaiono ogni tanto in scena con una possenza canora avvolgente e spumeggiante che incanta sempre, ovvero le performers eccellenti di Giulia Sol (Kiki), Rebecca Ingrassia (Gloria) e Camilla Tappi (Tess). Un plauso a Mattia Baldacci nel ruolo di Nick Hurley, colui che si innamora di Alex e all’anziana Rosalba Bongiovanni nel ruolo di Hannah, la vecchia ballerina consigliera e amica della protagonista, causa di uno dei momenti più toccanti della messa in scena.



Foto ufficiali di Giulia Marangoni
Un ringraziamento speciale ala cortesia di Stefania Sciamanna, ufficio stampa della Compagnia della Rancia
