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11 Ago2024

Reportage dei cineconcerti di Rossella Spinosa

Scritto da Massimo Privitera. Pubblicato in Reportage

foto rossella spinosa cineconcerti milano 2024 9

Rossella Spinosa e l’Arte di Raccontare con le Note
Reportage dei cineconcerti dell’8 e 10 agosto 2024 presso Piazza Schiavone in Milano

Ritorniamo a parlare dell’onorevole rassegna “Milano Cineconcerti Festival”, stavolta con ben quattro rispettabili opere del Cinema Muto di Mabel Normand, Yasujirō Ozu e Charlie Chaplin, con una colonna musicale originale scritta dalla nostra stimata conoscenza Rossella Spinosa (vi invito ad andarvi a leggere i nostri reportage recenti sul Festival nell’apposita sezione del sito) ed eseguita in Piazza Schiavone in Milano, zona Bovisa. La sera dell’8 agosto sono stati proiettati, in ordine, Mabel si marita e Una donna di Tokyo, due film agli antipodi, comico il primo, drammatico il secondo, ma dal medesimo tema, quello selezionato per la performance dal vivo, la “Parità di Genere”.

foto rossella spinosa cineconcerti milano 2024 1

foto rossella spinosa cineconcerti milano 2024 3

Invece la sera del 10 agosto, trattando il tema “Sconfiggere la povertà”, due corti di Chaplin: Charlot emigrante e Il vagabondo. Proseguendo con ordine, dapprima due nozioni due sui divi-creatori di queste opere del Muto e di seguito una breve analisi sulle partiture composte ad hoc dalla Spinosa, di cui mi preme subito dire che, come pochi colleghi e colleghe autori/trici di musica applicata alle immagini, la compositrice riesce sempre nell’intento, attraverso le sue note accurate e minuziose come miniature pentagrammate dalla fattura inestimabile, a raccontare quello che le sequenze non dicono, a sondare non il palese vedibile ma ciò che vi è celato dietro e che, solitamente grazie alle note, narra più delle immagini stesse, sondandone i più anfratti misteri, emozioni, disperazioni e speranze: questo è il concreto e più ragguardevole potere della Musica che nasce per il Visivo.

foto rossella spinosa cineconcerti milano 2024 19

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Mabel Normand, nome completo Mabel Ethelreid Normand (New Brighton, 9 novembre 1892 – Monrovia, 22 febbraio 1930), è stata un’attrice, sceneggiatrice, regista e produttrice statunitense. Dapprima fotomodella e campionessa di tuffi, partecipò ad alcuni film con nuotatrici prima di essere definitivamente scoperta nel 1912 da Mack Sennett, che la dirigerà in molte pellicole, per la sua nota casa di produzione Keystone, portandola ad essere riconosciuta come una delle più grandi interpreti comiche del Cinema Muto. Recitò in più occasioni al fianco di Chaplin. Divenne così popolare che il suo nome arrivò perfino a campeggiare nei titoli di testa dei film e nelle locandine al cinema, prerogativa dei divi maschi. I suoi film più noti sono quelli accanto a Charlot, con lui co-diretti anche se in molti casi firmati solo da Sennett alla regia: Gli innamorati di Mabel e quello proiettato l’8 sera, Mabel si marita o conosciuto anche come La vita coniugale di Mabel (e non solo). Altri film che l’hanno resa una delle prima donne del Muto dello Star System Hollywoodiano, cioè della Fabbrica dei Sogni in Celluloide e dei suoi Protagonisti Assoluti, sono Mickey del 1918 in cui sfoggia doti attoriali non soltanto comiche. Nel 1922 il suo amante, un regista dell’epoca, fu assassinato ma per fortuna la Normand venne scagionata dall’accusa di omicidio. Purtroppo finì invischiata in un altro fatto criminoso: il suo autista sparò a un giovane milionario con la pistola della Mabel. Questo nefasto avvenimento segnò la fine della sua carriera. Ritornerà ancora una volta con Sennett ad interpretare un film, dal titolo La comparsa, semi storia biografica di una giovane attrice sfruttata da Hollywood. Muore di tubercolosi a 42 anni.

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Mabels Married Life

Mabel si marita (Mabel’s Married Life) del 1914 prodotto e diretto dal regista Mack Sennett, in Italia fu distribuito, per ovvi motivi commerciali così da venderlo più facilmente, con tre titoli diversi, nel corso degli anni: Charlot dilettante, Charlot geloso e Charlot e il manichino. Il film fu scritto da Mabel Normand con Chaplin. La storia narra della vita matrimoniale dei due protagonisti, mettendo al centro la parità di genere sia come obiettivo da perseguire che da mantenere. Film che salda il rapporto professionale tra Normand e Chaplin, che apprezzava di più la collega come attrice che nel ruolo di regista. E’ il film considerato dai critici e cinefili come la prova attoriale migliore di Chaplin, che si ritrova, tra l’altro, a fare a pugni con un manichino, scambiandolo per il suo rivale in amore. Lo score che accompagna la sequela di scene slapstick, giocate sul malinteso o ben inteso continuo dei protagonisti, ha visto sempre al pianoforte la Spinosa, seguita dall’iper virtuosismo dell’ospite speciale, il chitarrista argentino Omar Cyrulnik. Una partitura che viene performata da quest’ultimo per la prima metà del corto con una chitarra che afferra e sospinge i protagonisti della pellicola, in special modo Chaplin perennemente brillo nella trama, verso convulse evoluzioni attoriali ed emotive; una chitarra che sa come sorreggere l’azione nel frattempo spigolosa, ardita e dissonante. Solo l’intervento del piano, però fintamente quietante, fa rientrare l’uditore-spettatore nei binari della normale tonalità, sempre e comunque dedito a sottolineature dell’azione parecchio essenziali e tempestive, rispettando il cosiddetto sync.

locandina una donna di tokyo

Dopo le incredibili disavventure ubriache e ubriacanti di Chaplin e ingegnose e caparbie di Mabel, la serata ha preso una virata più colossalmente meditativa, tragica e introspettiva con, a sorpresa, la proiezione di Una donna di Tokyo del 1933 del regista nipponico Yasujirō Ozu (1903 – 1963): Ryoichi e Chikako sono fratello e sorella. Vivono insieme. Chikako lavora di giorno in un ufficio e di notte si prostituisce per finanziare gli studi universitari del fratello. Ryoichi non sa nulla della vita segreta della sorella, ma sta frequentando Harue, il cui fratello è un poliziotto. Mi piace questa definizione del regista giapponese Ozu che meglio di chiunque altro ha raffigurato il vecchio e nuovo Sol Levante, prima e dopo l’Atomica, con le sue gioie, drammi, amori, amarezze, separazioni e morti: <<Piazza la sua macchina da presa a mezza altezza, ‘ad altezza di cane’ come soleva dire egli stesso, lasciando fluire il movimento interno al fotogramma, il dilatare delle psicologie, passioni, emozioni, rancori, conflitti generazionali: in una parola lascia scorrere il flusso della vita>>. Il suo capolavoro indiscusso, considerato opera tra le più coinvolgenti e raffinate della Storia del Cinema, è Viaggio a Tokyo del 1953, sua città natia. La storia di due anziani coniugi che si recano per la prima volta a Tokyo per trovare i figli che non vedono da tempo, che li ignorano perché presi dalla frenetica vita metropolitana, quindi ritornando a casa delusi. Vi rammenta il film di Giuseppe Tornatore con Marcello Mastroianni, Stanno tutti bene?

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Pensate che il Cinema di Ozu da noi è rimasto inedito per molti anni a differenza degli Stati Uniti e del resto dell’Europa che lo hanno sempre considerato il regista giapponese per eccellenza, il Maestro del Cinema delle Emozioni, della Commozione, dello scontro culturale e sociale tra Occidente e Oriente, soprattutto dopo la Bomba Atomica, lui che aveva partecipato alla Guerra nel Pacifico e fatto prigioniero. Ozu muore di cancro a sessant’anni lasciando un’eredità filmica straordinaria, un vero elogio alla Vita, agli affetti e alla famiglia. La partitura della Spinosa, con un mascherato ma emotivamente tagliente leitmotiv di matrice orientale che racconta il luogo della narrazione in Una donna di Tokyo, cercando di indorare la pillola di una storia disperatamente melodrammatica, come nella migliore tradizione del melodramma lirico di casa nostra, tanto ammirato e preso ad esempio dai popoli asiatici, eseguita dalla stessa in solitaria al piano come in una sorta di flusso di coscienza, il Suo, il Nostro (gli astanti alla proiezione) e i Protagonisti del film, senza un attimo di tregua, esasperato ed esasperante, come a dirci che dinnanzi la tragedia e la disperazione conseguente c’è sempre un filo, seppur tenue, di luce raffigurante risarcimento non solo fisico.  

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Il 10 sera è stato tutto tributante tal Charles Spencer Chaplin (in arte sullo schermo “Charlot”) (16 aprile 1889, Londra - 25 dicembre 1977, Svizzera), attore, regista, sceneggiatore, produttore e compositore inglese. Identificato globalmente come “Il più grande genio comico del Cinema”. Visse un’infanzia poverissima, figlio di due cantanti del Music Hall che si separarono quando aveva appena un anno di vita: il padre morì alcolizzato e la madre fu perennemente malata. A 17 anni salpa dall’Inghilterra per gli Stati Uniti insieme a colui che sarebbe diventato famoso come Stanlio del celeberrimo duo comico del muto Stanlio e Ollio, ovvero Stan Laurel, e nel 1914 debutta nella commedia slapstick (comicità vertiginosa e fracassona, che ricorre all’esuberanza della mimica e a trovate inverosimili e sorprendenti) in cui esibisce per la prima volta il costume da Tramp (Barbone), il suo ineguagliabile Vagabondo: abito nero con bombetta sfondata e sottile bastone da passeggio. Nel 1919 fondò la celebre casa di produzione United Artists insieme a Douglas Fairbanks, Mary Pickford e David Wark Griffith. Fu accusato di essere filocomunista da MacCarthy, quello appunto del famigerato maccartismo, perché Chaplin condannava non proprio vagamente nei suoi film lo strapotere delle classi ricche americane e fu attaccato anche per la sua propensione ad amare e sposare donne molto più giovani, al di sotto della maggiore età: ben 4 i suoi matrimoni. Nel 1930, durante un suo intervento sul cinema sonoro, egli dichiarò che “L’essenza del cinematografo è il silenzio”. Proprio Lui che è da annoverare tra i primi grandi melodisti della Storia del Cinema, avendo scritto temi indimenticabili e subito divenuti iconici (“Smile” da Tempi moderni su tutti). E’ stato definito così dal critico Ermanno Comuzio nel suo dizionario sui musicisti e compositori per lo schermo: “Senza essere in possesso di una tecnica specifica era padrone di alcuni strumenti, essendo dotato di uno straordinario orecchio per cui, facendosi assistere per la trascrizione su pentagramma da arrangiatori e orchestratori specializzati, ha composto partiture e motivi molto felici”. Pagine romantiche e sarcastiche, molto classiche e ballabili, tra cui l’Oscar assegnato in ritardo e solo nel 1972 alla colonna sonora di Luci della ribalta (Limelight, 1952), lo hanno fatto assurgere al primo tra i registi, sceneggiatori e attori ad essere anche autore delle musiche dei suoi film. Tra l’altro Chaplin musicò anche le riedizioni sonore dei suoi film. Sia Tempi moderni che Luci della ribalta, fondamentalmente privi di dialoghi ed effetti sonori, possedevano una musica originale che scorreva senza soluzione di continuità. Se voleste rivivere sullo schermo la biografia filmata di Chaplin, guardatevi il bellissimo film con Robert Downey Jr. (l’Iron Man degli Avengers per intenderci) che lo interpreta nel 1992 in Charlot – Chaplin di Richard Attenborough.

Chaplin 2

Il primo film proiettato il 10 sera è stato Charlot emigrante (The Immigrant) del 1917 in cui il nostro Chaplin, interprete, regista e produttore, nel ruolo di immigrato in fuga dall’Europa, cerca di raggiungere gli Stati Uniti per realizzare il tipico Sogno Americano e così ottenere una vita migliore e agiata. Un nuovo Vagabondo – il suo corto più popolare, targato 1916, proiettato in coda a The Immigrant – nella sua filmografia che lotta a denti stretti per sconfiggere la povertà e avere una rivincita sulla sua condizione di indigente. Questo corto è uno di quelli di Chaplin in cui appare chiara la polemica sociale contro l’altra faccia dell’American Way of Life, qui resa palese dalla condanna della scandalosa “quarantena” cui venivano sottoposti gli immigranti a Ellis Island prima di accedere a New York. Le musiche di Rossella Spinosa per entrambi i corti, coadiuvata al piano dall’Orchestra di Bellagio e del Lago di Como diretta da Alessandro Calcagnile, hanno nuovamente avvalorato in chi vi scrive ed anche nel folto pubblico presente – con alcuni bimbi piccoli incantati dalle musiche accompagnanti quelle scene rocambolesche, colme di una comicità senza tempo e strabordante come solo Chaplin era capace di mettere in atto, in modo da farla sembrare naturale e giammai artificiosa, quindi ipnotizzante – che se scritte senza pensare al sicuro ma scontato effetto “wow” o solo rispettante il sincrono sulle immagini, bensì ragionate su spartito, altro non sono che profonda espressione degli stati d’animo, sia cattivi, delicati, bonari o spregiudicati, di tutta l’umanità che si mostra nelle pellicole; in primis quello Charlot contro tutto e tutti pur di far eccellere la rivalsa del povero sul ricco egoista, ignobile e prevaricatore, solo perché provvisto di denaro, tanto, troppo denaro.    

the immigrant foto

Un ringraziamento speciale a Rossella Spinosa, Paolo Pinto, Alessandro Calcagnile e tutto lo staff ed i musicisti del “Milano Cineconcerti Festival 2024”

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Daniela Bocconi

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