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09 Nov2025

Intervista esclusiva a Vittorio Giampietro, compositore di "Testa o croce?"

Scritto da Massimo Privitera. Pubblicato in Interviste

Vitto Pianoforte OFFICIAL

Un compositore fuori dagli schemi – Intervista esclusiva a Vittorio Giampietro

Siamo andati ad incontrare il compositore e musicista Vittorio Giampietro (classe 1976), romano di nascita, per parlare della sua carriera compositiva nell’ambito delle colonne sonore – ha scritto le partiture per Il Solengo (2015), Re Granchio (2021), Il complottista (2024) – ed in special modo della sua OST per il western atipico di quest’anno Testa o croce?, interpretato da Nadia Tereszkiewicz, John C. Reilly e Alessandro Borghi, per la regia di Alessio Rigo de Righi e Matteo Zoppis, coi quali ha stretto un sodalizio da parecchio tempo.

La voce compositiva di Giampietro è di quelle attuali molto fuori dagli schemi, assai incuriosente, seppur avvertendo nella sua scrittura echi dell’eccellente tradizione cinemusicale dei nostri Armando Trovajoli o Nino Rota, non ultimo Carlo Rustichelli.

Vitto Pianoforte OFFICIAL 2

Colonne Sonore: C’è un pensiero compositivo che prevale in te quando ti approcci alla scrittura di una colonna sonora?

Vittorio Giampietro: Per me il punto di partenza è sempre la storia. Mi interessa capire cosa racconta davvero un film, perché è la storia che fa emergere le emozioni. La musica, in fondo, serve a raccontare anche quello che non si vede, a dare voce a ciò che rimane invisibile. Mi piace partire dalla sceneggiatura, prima ancora delle immagini. Leggendola, comincio a immaginare suoni, atmosfere, temi. Le immagini poi arrivano, ma come una conferma o una calibrazione di ciò che è già nato o come una sorpresa e quindi un nuovo stimolo. Cerco quasi sempre una melodia, anche semplice, che possa legarsi ai personaggi o ai luoghi, a un sentimento o a uno stato d’animo. La funzione della musica per me è narrativa, non decorativa. Non deve ribadire quello che già si vede o si sente, ma aggiungere uno strato di senso, un respiro in più, una prospettiva emotiva che arricchisce la scena. Mi interessa che la musica sia autentica, anche quando diventa astratta: che resti viva, sincera, e che partecipi al racconto come una voce autonoma, non come un semplice accompagnamento.

CS: Quando nasce in te la passione per la musica per immagini che è poi diventato il tuo lavoro primario?

VG: La passione per la musica e per il cinema nasce molto presto, avevo otto anni. Mia madre mi faceva vedere tantissimi film – Chaplin, Totò, Lubitsch – e ascoltava sempre musica lirica. In casa c’era un continuo dialogo tra immagini, suoni e parole. Mi ricordo che ascoltavo Pierino e il lupo di Prokofiev e imparavo a riconoscere gli strumenti associandoli ai personaggi: già allora mi figuravo le scene, anche senza immagini davanti. Ho studiato musica classica e poi jazz, e mi sono accorto che avevo bisogno di ancora più libertà, curiosità e movimento. La musica per film mi ha dato tutto questo: ogni progetto è diverso, ogni storia apre un mondo nuovo, non solo musicale ma anche umano e relazionale.

cover testa o croce

CS: Per il western anticonformista Testa o croce? con John C. Reilly e Alessandro Borghi, qual è stata l’idea principale da cui si è poi sviluppata la score? Hai avuto reference da parte dei due registi Alessio Rigo de Righi e Matteo Zoppis?

VG: All’inizio c’è stata una lunga fase di ricerca e di ascolto. Ho passato settimane a cercare un punto di contatto tra il folk americano (Van Ronk, Bob Dylan, Muddy Waters) e quello italiano, ascoltando ballate popolari, le voci precarie e segrete del Sud, i racconti di De André. Mi interessava capire quanto, in fondo, questi due mondi non fossero poi così diversi. Da lì ho iniziato a scrivere delle melodie che parlassero di amore e di libertà. Parallelamente ho cercato gli strumenti chiave che potessero evocare il genere western, ma usandoli in modo diverso, più narrativo che iconico. Anche il fischio, per esempio, l’ho voluto portare dentro lo schermo, rendendolo diegetico, come parte viva del racconto. E poi c’è il piano Saloon, quello dei vecchi western americani, che qui diventa quasi un cantore nascosto: la voce che osserva da lontano le storie dei personaggi. Per Matteo e Alessio ho creato una playlist condivisa e una cartella dove raccoglievo brani americani e italiani, e dove condividevo man mano le mie prime bozze originali. È stato un processo molto vivo: la musica è cresciuta insieme al film, con la finalità di raccontare ciò che non si vede, di aggiungere strati alla narrazione.

Vittorio ALessio e ALessandro BS Amore Bello Mio REC

Alessio Rigo de Righi, Alessandro Borghi e Vittorio Giampietro

Vittorio e John BIRDIE

Vittorio Giampietro e John C. Reilly

CS: Ci racconti qualche aneddoto legato alla realizzazione della partitura e dei musicisti ed interpreti canori coinvolti?

VG: Il primo aneddoto nasce dal mio incontro con Alessandro Borghi, in un bar a Roma, insieme ai registi. Parlando del personaggio di Santino gli chiesi, quasi per gioco, se sapesse cantare e fischiare. Mi rispose: “Non l’ho mai fatto, quindi facciamolo.” Da lì è nata “Amore bello mio”, la canzone che dà voce ai sentimenti di un uomo che non riesce a esprimersi con le parole. Alessandro l’ha cantata con la sua voce vera, senza filtri, e credo che proprio questa autenticità dia al film una forza speciale. Con John C. Reilly, invece, abbiamo scritto “Birdie”, la canzone della libertà, partendo da una melodia semplice e da un testo che abbiamo raffinato insieme sul set, fino a pochi istanti prima di girare la scena. È stato meraviglioso vedere come John riesca a trasformare la musica in racconto, con naturalezza e profondità. Con i musicisti mi piace creare una struttura aperta, un canovaccio su cui esplorare insieme tutte le potenzialità sonore di uno strumento. Così la musica resta viva, capace di sorprendere. Io ho registrato tutte le parti di pianoforte, mentre le chitarre sono state suonate da Mick Dimitri. Ho utilizzato anche strumenti non convenzionali — come un flauto di bambù o uno shruti box indiano — per liberare il suono dalla memoria dei generi e portarlo dentro la scena in modo nuovo. È stato fondamentale anche il confronto con i collaboratori artistici. Con Simone d’Arcangelo, direttore della fotografia, parliamo sempre di pittura, luce e colore; con Andrea Cavalletto, costumista, ho potuto vedere in anticipo i materiali e i toni, e da lì sono nate molte scelte sonore. Un altro momento che ricordo col sorriso è la scena del coro degli operai: ero sul set, vestito da operaio di inizio Novecento, per dirigere la sequenza musicale. È stato come entrare fisicamente nel mondo del film, far parte del racconto che la musica stessa contribuiva a creare. E infine il piano saloon: ho riportato nel mio studio il mio primo pianoforte, l’ho aperto, riaccordato, e su quello ho composto tutto il film. È come se quelle corde portassero con sé la polvere e il tempo delle storie che volevo raccontare. Alla fine, credo che ogni suono di Testa o Croce? sia nato da un incontro, o da un gesto vero.

Vitto PIANO SALOON OFFICIAL

Vittorio Giampietro con il piano saloon

cover re granchio giampietro

CS: Ho notato che vi è un grande amore per la tradizione popolaresca compositiva del nostro passato, tra Armando Trovajoli, Carlo Rustichelli o Nino Rota, nel tuo scrivere tematico. Mi riferisco non solo alle canzoni e melodie presenti in Testa o croce?, anche alla tua partitura per Re Granchio, sempre per il duo registico Alessio Rigo de Righi e Matteo Zoppis. E’ una giusta osservazione?

VG: Osservazione giustissima. Nino Rota è il mio compositore preferito, e insieme a lui tutti i grandi autori italiani degli anni Cinquanta e Sessanta — Trovajoli, Umiliani, Piccioni, Morricone, Ortolani, Rustichelli, e sicuramente qualcuno che dimentico — sono i miei principali punti di riferimento. Li ascolto costantemente: mi affascina la loro capacità di scrivere melodie che restano immediatamente impresse, e allo stesso tempo di entrare nei personaggi e nei luoghi del racconto con una naturalezza incredibile. Quella generazione aveva una libertà musicale rara: sapeva unire la musica popolare alla musica colta, l’ironia alla poesia, la leggerezza alla profondità. In Re Granchio ho cercato proprio questo tipo di equilibrio: una semplicità che non è mai riduzione, ma sintesi. Credo che nella semplicità, spesso, ci sia la totalità del racconto sonoro — quella capacità di dire tutto con pochi elementi, come facevano loro.

cover il complottista

CS: Il complottista è un film commedia del 2024 diretto da Valerio Ferrara dove hai composto uno score danzamente irriverente, balcanico e sudamericano, sempre con un piglio popolare dai ritmi jazz e bossa nova brillanti. Quanto è rilevante per un compositore di musica applicata alle immagini poter (saper) spaziare tra i Generi?

VG: Per comporre e produrre la musica de Il complottista mi sono davvero divertito. Essere versatili e saper spaziare tra i generi è, secondo me, una necessità per un compositore: ti permette di scegliere ogni volta la lingua più adatta al racconto, e al tempo stesso placa quella sete di curiosità e di originalità che è parte del nostro mestiere. In questo film volevo rappresentare musicalmente il linguaggio Morse, che ho registrato con un organo Farfisa originale degli anni Settanta. Da lì è nato il “Morse Blues”, un piccolo omaggio a Umiliani e ai blues de I soliti ignoti. Ma, raccontando la multiculturalità di una Roma di periferia, ho voluto anche che ogni brano avesse un colore diverso: per questo ho coinvolto cinque musicisti, la “banda complottista”, che non si sono mai incontrati. Ognuno ha registrato la propria parte in momenti separati, improvvisando sulle tracce precedenti. Come dei veri complottisti, ognuno contribuiva a un disegno che scopriva solo alla fine. Credo che oggi la curiosità sia fondamentale: conoscere i generi serve non per imitarli, ma per trasformarli, unirli e renderli coerenti dentro un linguaggio personale. È questo, secondo me, il modo migliore di essere versatili: non cambiare stile, ma cambiare prospettiva.

CS: Il tuo studio si trova in un posto davvero speciale, lo stesso dove negli anni Sessanta nacque il primo Folkstudio. Ti va di raccontarmi cosa significa per te lavorare lì?

VG: Il mio studio si trova proprio dove nacque il primo Folkstudio, quello fondato da Harold Bradley nel 1961. Lavorare in quel posto è di grande ispirazione: mi piace pensare che quello spirito sia rimasto lì, tra quelle mura, una musica fatta con le mani, con le voci, con la verità delle persone. Ho avuto la fortuna di collaborare con Giovanna Marini, che in quegli anni aveva frequentato quel luogo. Da lei ho imparato tantissimo: come con pochissimi elementi si può arrivare all’essenza della musica. Una voce, una chitarra, un intervallo giusto bastano a raccontare un mondo intero. È una lezione che porto sempre anche nel mio lavoro per il cinema. Cerco quella stessa onestà, quella stessa semplicità piena di significato. Mi interessa che la musica resti viva, sincera, e che nasca da un gesto vero, come accadeva in quel piccolo posto che ancora oggi, per me, rappresenta un modo di intendere la musica: artigianale, immediata, ma sempre profondamente umana.

Vitto OPERAIO sul SET foto Alessandro Zoppis

Vittorio Giampietro vestito da operaio sul set di Testa o croce?

CS: Progetti futuri?

VG: I miei progetti futuri sono quelli di continuare a esplorare e sperimentare, magari comprando nuovi strumenti musicali e scoprendo tutto ciò che possono esprimere. È un percorso di ricerca sonora che per me resta sempre attivo, una curiosità costante verso tutto ciò che ancora non conosco. A livello di lavoro sto finendo di comporre e produrre le musiche originali per uno spettacolo di danza contemporanea che debutterà all’inizio del nuovo anno in Svezia. La danza è una delle mie più grandi passioni e sono sempre molto felice quando posso lavorare in teatro. Parallelamente sto lavorando a due progetti cinematografici — un film italiano e un film internazionale. Sono lavori molto diversi tra loro, ma entrambi estremamente stimolanti.

Foto a cura di Ring Film, tranne quella del compositore vestito da operaio che è di Alessandro Zoppis e foto al piano Saloon è di Enrico Brunetti

 

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Daniela Bocconi

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