Ennio Morricone. Il genio, l’uomo, il padre
Marco Morricone & Valerio Cappelli
Ennio Morricone. Il genio, l’uomo, il padre (2024)
Prefazione di Aldo Cazzullo
Sperling & Kupfer
pp. XIII / 257
€ 19,90

“Mi rendo conto una volta di più dell’importanza di raccontare dal mio punto di vista una figura che, attraverso la sua arte, tanto ha lasciato in questo mondo”. Così Marco Morricone nella Postfazione al suo libro, co-scritto con Valerio Cappelli (firma del “Corriere”, autore di commedie tra le quali la pièce Ci sono amori che non accadono mai, messa in musica proprio da Morricone), sull’illustre padre.
Ci sono libri di agevole definizione, ascrivibili ad un genere entro il quale si incastonano con esattezza millimetrica. Altri appaiono insofferenti di tassonomie ed etichette: non si lasciano prendere, simili a un panorama cangiante che l’occhio non riesce a fissare in forma stabile. “Ennio Morricone. Il genio, l’uomo, il padre” rientra nel secondo gruppo. L’oggetto è preciso, inequivocabile. Il resto fluttua tra biografia (del compositore), autobiografia (del primogenito), memorie esposte in libero flusso coscienziale, una continuità cronologica infranta da digressioni, flashback e flashforward. Mentre si legge, sembra in effetti di stare guardando un film, anzi di esserci dentro: grazie ad una scrittura molto visiva luoghi e persone si materializzano in spazi e figure, l’”aperta campagna” di Mentana, lo studio di affascinante disordine, la casa ravennate di Riccardo Muti con gli strumenti musicali esotici e il teatro di burattini. Le pagine fluiscono con piacevole facilità aiutate dall’andamento paratattico predominante, chiudi il volume con il disappunto dello spettacolo terminato troppo presto.
Si parte da un ricordo lontano, il bambino quinquenne che, non visto (crede lui), osserva il padre seduto alla scrivania, intento a scrivere, immerso entro una dimensione “altra”, siderale (“la tana del dio”). Da quel primo fotogramma memoriale si sdipana una sequenza cronologico-tematica articolata in quarantaquattro tableau: brevi capitoli, quattro-cinque pagine talvolta meno, agili e spediti, ciascuno dedicato ad un aspetto del Morricone “privato”. Riti quotidiani (le giornate scandite con tempistiche da caserma e sempre identiche nei tre momenti fondamentali, “scrivere musica a casa, registrazione in studio, concerti” – senza dimenticare la mitica ginnastica prealbare -), predilezioni (oltre alla musica, scacchi e pittura), insofferenze (verso la modernità intesa come ipertrofia tecnologica), affetti, incontri, religiosità, cibo, salute, momenti di vita professionale e familiare. La narrazione, affabile e partecipata, segue il duplice binario del percorso artistico – dalle “24 ore alla Rai” all’ultima composizione per le vittime del ponte Morandi - e del racconto dell’uomo nella sua esistenza ordinaria, con al culmine lo spiazzante autonecrologio, e nel suo vissuto interno enigmatico e contraddittorio. E’ il secondo aspetto a prevalere, il primo si pone come corollario. Aldo Cazzullo nella Prefazione parla di libro “in cui l’uomo prevale sul musicista, la persona sul personaggio”. Il “personaggio” lo abbiamo conosciuto attraverso le opere, le cronache dello spettacolo, i concerti, le interviste e i colloqui, questi ultimi diventati autobiografie guidate (De Rosa, Caramia): un vissuto esterno, talvolta risolto in autorappresentazione, che ci restituiva un’immagine mediata/mediatica, distante e mitica. Adesso, tramite il filtro di un narratore-testimone, anche gli elementi già noti sono funzionali al ritratto dell’uomo: ne illuminano i punti di forza e le debolezze, l’etica ferrea e la fragilità; e vengono rischiarati aspetti legati al quotidiano minuto e privatissimo (i bramati cioccolatini nascosti dalla moglie, cercati e spesso trovati) che fanno della inaccessibile icona “uno di noi”. Il genio: immerso “in una bolla”, con le note sempre in testa, le stanze disseminate di fogli e foglietti sui quali fissare l’idea fuggente, rigoroso e metodico, “fuoriclasse della melodia”, intransigente e “tiranno” con gli orchestrali non all’altezza, ruvido con le star che gli proponevano collaborazioni in forme a lui non gradite (si legga il capitolo “Litigate”, antologia di eroici furori; se lo perdevi, non lo recuperavi: avevi chiuso), indifferente e comunque scettico verso il rock di cui poco conosceva ed ancor meno desiderava sapere convinto che fosse, al meglio, un esercizio di abilità interpretativa al di qua della musica, mai soddisfatto (“si può fare meglio”), diviso tra voglia di sperimentare ed esigenza di comunicare evitando la banalità dei motivetti usa e getta, dibattuto tra le richieste dei registi (“non posso scrivere nulla che non segua l’idea del regista, e che non abbia come unico obiettivo quello di legarsi profondamente al film, e insieme esaltarne il senso”: da uno scritto privato, reperito nei cassetti) e il bisogno di scrivere musica con dignità (equilibrio precario, non da tutti raggiunto, da lui sempre). Ancora, l’indipendenza ideologica, il rifiuto di riconoscersi in teorizzazioni (“io sto al di fuori delle teorizzazioni” disse una volta a Sergio Miceli) e movimenti (con l’eccezione di Nuova Consonanza, gruppo fuori dal coro e dalle conventicole) e il conseguente isolamento, le diffidenze del mondo accademico e le tardive riabilitazioni, quella di Petrassi la più attesa e commovente, l’epopea degli Oscar strappati coi denti. L’uomo: “pigro ma non indolente”, “romano atipico”, ironico, concreto (Fa-Re), laconico (le note come “surrogato della parola”; ma – lo aggiungiamo noi - sapeva concentrare concetti complessi in aforismi penetranti, sentenze apodittiche), impulsivo, “credente pur con i suoi dubbi”, moderato nelle opinioni politiche, gelosissimo del proprio spazio lavorativo (il mitico studio inaccessibile, le chiavi sempre al collo, modiche concessioni per la moglie Maria “compagna fantastica di vita e di lavoro”; chi ebbe la grazia di accedere a quel non-luogo, non lo dimentica più), teso a preservare la propria creatività dagli influssi maligni (di qui la proibizione di ascoltare musica in casa, per non esserne inconsciamente influenzato; per il resto, fracasso a volontà). Il padre: severo nell’esigere il rispetto delle regole e insieme protettivo e ansioso, “indecifrabile” anche per i familiari. Si delinea il legame in progress tra il genitore e il figlio, rapporto distaccato e talora conflittuale sino alla svolta nel 1999, quando Marco si metterà a sua disposizione e lo accompagnerà in tutte le trasferte, sino alla fine.
Si (ri)compone, tessera dopo tessera, il quadro di una “vita meravigliosa e sofferta”, segnata dalla “durezza”: della guerra, di suo padre, del suo maestro Petrassi; ed anche di “una vita artistica scissa a metà”. Uno strano disagio assale a lettura ultimata, il rendersi conto del dietro le quinte, del retroterra di quella musica vissuta con entusiasmo da tanti: sofferenza, fatica, compromessi, frustrazioni, contraltari di una notorietà planetaria. Conoscere l’uomo porta a guardare con occhi diversi (adulti) alla sua opera multiforme. Uno dei tanti meriti di questo libro-testimonianza.
Marcel Proust osservava in Contre Sainte Beuve che “un livre est le produit d’un autre moi que celui que nous manifestons dans nos habitudes, dans societé, dans nos vices” (“un libro è il prodotto di un altro io rispetto a quello che manifestiamo nelle nostre abitudini, in società, nei nostri vizi”). Era un’esortazione a non identificare l’artista con la sua opera per non dedurne meccanici nessi causa-effetto e non incorrere in psicologismi ingenui. Metodo corretto: l’opera una volta creata vive da sola, può esistere senza punti di contatto con il suo autore. Eppure, il ritratto delineato da Marco Morricone e Valerio Cappelli non segna una cesura tra le due dimensioni. L’uomo colto nella sua totalità di persona e il compositore immerso nel flusso creativo si danno complementari, non estranei né tantomeno antitetici. Rette non parallele ma intersecantisi, travaso di un’intera personalità nelle note e che nelle note trova la forma al di fuori di esse informe. Con ciò, non tutto si spiega. “Non ci sono segreti. Misteri, molti”, chiosa Marco.
