Così come sei
Ennio Morricone
Così come sei (1978)
Cinevox Records/AMS Records/BTF Vinyl Magic LPOST027
14 brani – durata: 41’41”

Terzo ed ultimo capitolo con Alberto Lattuada dopo Matchless nel 1967 e Fraulein Doktor l’anno successivo, Così come sei si dà come conciso paradigma di taluni aspetti del comporre cinematografico morriconiano: il lirismo acceso e alato, la malinconia diffusa lungo i cromatismi dell’orchestra, qualche concessione manieristica, slittamenti rischiosi verso il popular. La ristampa dell’antico vinile Cinevox MDF 33/122, contemporaneo del film e riproposto in CD nel 2008 e da varie altre etichette nel corso del tempo (Ariola, Prometheus, Soundtrack Listeners Communications, Volcano) offre il destro per la rivisitazione di una score che concede più di un motivo di buon ascolto e un paio di autentiche perle. Si narra dell’architetto Giulio Marengo (Marcello Mastroianni, sempre a suo agio nei panni di personaggi perplessi, occupati da dubbi e angosce più o meno subliminali) alle prese con moglie, figlia, amante ventenne e relative appetibili di lei amiche. Il fulcro è l’invasamento del maturo signore per Francesca (un’abbagliante Nastassja Kinski, figlia del grande Klaus), che potrebbe essere addirittura figlia sua, avuta da una precedente compagna non più in vita. La sbilenca relazione procede tra slanci passionali, rammarichi e dubbi alimentati dal sospetto di un incesto (eventualità che per la fanciulla non sembra rappresentare un ostacolo, ma che turba l’attempato amatore assai più condizionato da certi tabù). Sarà Francesca a troncare l’anomala liason lasciando Giulio in stato confusionale, sgravato dal peso di quel legame ingombrante ma anche consapevole che altro non si potrà fare, a quel punto, se non appendere il cappello al chiodo. Coproduzione italo-spagnola (i due si sollazzano in un lussuoso hotel di Madrid), soggetto di Enrico Oldoini e Paolo Cavara, sceneggiatura di Oldoini e Lattuada, fotografia di José Luis Alcaine, scenografia di Luigi Scaccianoce, montaggio di Sergio Montanari; Francisco Rabal, Monica Randall, Giuliana Calandra, Barbara De Rossi, Anja Pieroni fra gli altri interpreti. Malinconie protosenili e ultimi fuochi dei sensi, atmosfere lolitesche, conflitto generazionale, discussioni su lecito e non nell’eros, sentenze tipo “Gli uomini si sposano per stanchezza e le donne per curiosità, alla fine restano delusi entrambi” (furto con scasso da Oscar Wilde): troppa carne al fuoco probabilmente, tanto che rimane difficile ascrivere il film ad un genere preciso a meno di non volerlo etichettare come «commedia drammatica», coperchio buono per tutte le pentole. Lattuada conferma comunque la sua propensione allo scandaglio delle jeunes filles con il loro erotismo ambiguo, come già in Guendalina (1957), I dolci inganni (1960), L’amica (1969) e in seguito La cicala (1980). “Fotoromanzo” pieno di “sfrenato sentimentalismo” secondo Giovanni Grazzini. Non però la musica di Ennio Morricone, che ancora una volta mostra una sensibilità ed una misura notevoli, non preme sul pedale dell’erotico e neppure del patetico, scansa le trappole dei cliché sentimentali (c’è solo un momento più convenzionale), e crea una partitura assai bella e molto ricca, con ben quattro temi più due tracce disco dance sia pure non eccessivamente spinte. Da queste ultime, difformi dal resto, si potrebbe partire, onde sgombrare il campo per lasciare più ampio spazio alla vera musica del Maestro, che fa a meno e per fortuna delle concessioni al pop più consumabile e fruibile. Eh sì, perché “Dance on” e “Spazio 1999” proprio questo sono, due brani facili con una giustificazione puramente «ambientale», di cornice al vissuto dei personaggi. Evocano la sala da ballo, la discoteca come si diceva allora, dove la ninfetta trascina l’attempato spasimante e si scatena sulla pista mentre lui le tiene dietro come può. Di gran lunga preferibile “Dance on”, su testo di Michael Fraser, che si segnala per vivace piacevolezza e leggerezza, e che sarà ripreso in Bianco, rosso e verdone e utilizzato come base per la sigla del cartoon Supercar Gattiger nel 1981 (https://www.hitparadeitalia.it/cartoni/serie/supercar_gattiger.htm; ultimo accesso: novembre 2022). E’ in linea con certe atmosfere disco del periodo e, ascoltato oggi, induce una qualche nostalgia. Al refrain della chitarra elettrica segue una breve frase intonata da un coro di vocette femminili molto teen, cui risponde un secondo fraseggio del moog, e avanti così per quattro minuti secondo la struttura elementare e ripetitiva di quel tipo di musica pensata più per il movimento che per l’ascolto, con brevi intermezzi nei quali campeggia la sola base ritmica. Ma che Morricone è questo? Il pezzo è gradevole, però anonimo, non porta alcuna cifra di riconoscibilità. Nasce appunto da quelle esigenze di copione che prevedono l’impiego di musica d’atmosfera, d’ambiente, magari come source, legata alla dimensione esterna degli eventi, e che lascia scarso margine all’inventiva. Noi si continua a dubitare che Morricone possa essere l’autore di un pezzo simile. Se poi sul serio lo fosse, chapeau per la destrezza nel riproporre i modi e lo spirito di una musica estranea ai suoi interessi e alla sua formazione. Per “Spazio 1999” si potrebbe invece parlare di una curiosa forma di autolesionismo paradossalmente involontario. Si tratta del recupero di un tema in precedenza (1975) scritto per la versione cinematografica italiana di alcuni episodi della serie britannica Space: 1999, in seguito ripreso nella miniserie Orient Express (1979) e in qualche altra occasione (cfr. https://chimai.miraheze.org/wiki/Track_Spazio_1999_(id4811); ultimo accesso: novembre 2022). (Come noto, Morricone elaborò solo due tracce ad hoc; per il resto della score attinse dalla library Dimensioni sonore).
Qui è ripreso in chiave disco, ritmica funky, linea melodica affidata a moog e chitarre elettriche, scansione veloce. Ancora una volta si trattava di creare un brano d’occasione, e in questi casi si va in economia – giustamente -, magari adattando proprio materiale pregresso. Tuttavia in questo caso l’operazione non convince, è come prendere una pagina di Bach, di Mozart o qualsivoglia classico, e «ammodernarla» nell’organico, nella ritmica. (E’ stato fatto, si pensi ai Bee Gees alle prese con la Quinta trasformata in disco dance, o ai goffi tentativi di risolvere Mozart, Tchaikovskj, Brahms ed arie d’opera varie in corrivi easy listening, vedi Waldo de Los Rios). Se si confronta la leggiadria dell’originale con l’insignificanza del derivato, lo sconcerto è d’obbligo. Il primo insoddisfatto sarà stato proprio l’autore, a malincorpo piegatosi alle richieste della committenza. Fine del cahier des doleances.
Di ben più vivida luce brilla la score appositamente scritta. Ritroviamo il Morricone di sempre, l’uomo di fiducia che non delude le attese. Si esordisce con il tema portante “Così come sei” e già si vola alto. Pagina sospesa, contemplativa e assai ben strutturata. Introduce la massa degli archi i quali, più che disegnare un motivo, effondono una vellutata indeterminatezza e avvolgono la musica entro uno spazio neutro incerto fra cielo e terra. Segue a breve il pianoforte, e sopra un primo segmento A affidato ad un qualche legno che svolge una melodia carica di aspettativa, sfociante in un secondo segmento B più fervido e vivace grazie anche all’intervento della percussione secca e netta che lo caratterizza in prospettiva dinamica in sciolto trapasso dal quieto sentire al vivido fantasticare. Si torna quindi ad A variato con la tromba assai smaltata e procace di Oscar Valdambrini, un quasi assolo su brevi attacchi percussivi del basso e sostenuto dal tappeto sibilante dell’orchestra, e si va a riposare sulla frase conclusiva assegnata nuovamente ai legni e contornata dalla vaga nube degli archi discendenti, preludio al nulla significante che sempre segue il suono echeggiandone i multicolori pulviscoli. Il Nostro si conferma fine cesellatore di climi incerti e sospesi ed ottimo dipintore di una suspense dei sentimenti che è tutta sua e concilia – leopardianamente - la vaghezza degli stati d’animo con l’esattezza delle note e la geometria della costruzione. Come confermato dalla prima ripresa sottotitolata “Differenza d’età” che vede accenni senza sviluppo di A consegnati allo sfumato dell’orchestra ed un recupero troncato di B, e dalla seconda con protagonista il flauto dolce evocatore di climi da locus amoenus (probabile esecuzione di Marianne Eckstein).
Momento grande “Così come sei”, grandissimo “A Nastassja”. Pochi seppero e sanno conferire consistenza di musica ai fantasmi della femminilità mirata con occhi contemplanti e sguardi innamorati come Ennio Morricone, che ha regalato ritratti di donna dolci e turbatori quali il “Tema di Ada” da Novecento, immerso in un temperato lume d’autunno; o “For Dalila” (Il bandito dagli occhi azzurri) con i suoi moti orchestrali sinuosi vezzeggiati da un pianoforte galeotto; o il pregnante dialogo pianoforte/fagotto di “A Florinda” (Un uomo da rispettare); o ancora l’orchestra flessuosa a tratteggiare l’ambiguità della colomba luciferina Irene (Dominique Sanda) in L’eredità Ferramonti. “A Nastassja” (ancora una dedica) è un altro pezzo pregiato di questa galleria; una pagina alta, di quelle firmate e autenticate. Ripiegamenti malinconici ed attimi di intenso trasporto si amalgamano entro un musicale flusso di coscienza erotico-sentimentale. Pianoforte su fondo orchestra in apertura e coda: qui l’autore ricorre ad un pianismo estenuato, dimesso, decadente che sarà approfondito nel coevo L’immoralità (partitura da riscoprire, riascoltare, rivalutare; quanto alla cronologia, se quest’ultima abbia seguito o preceduto quella per il film di Lattuada, è arduo stabilirlo; a voler troppo distinguere nel ginepraio della filmmusic – morriconiana e non - si rischia di smarrire la retta via, di perdersi in un labirinto senza minotauri ma anche senza fili d’Arianna). All’interno, una tessitura iniziata in sottotono, un rapido inciso pianistico quasi martellato, ripresa in crescendo e a seguire l’incendiaria tromba di un Oscar Valdambrini in stato di grazia, ancora ulteriore ripresa della cellula tematica in una sovrapposizione di pianoforte, archi e tromba. Brano d’una bellezza non negoziabile e che regge il confronto con le pagine migliori del maestro romano. La versione integrale è ripresa, scorciata, in “Occhi innamorati” che punta sull’evanescenza degli archi, sulle battute delicate, sognanti, del piano come un’illusione incompiuta; mentre fagotti e altri legni infondono pastosità all’organico in “Pelle morbida”; altrove compare il corno inglese.
“Preludio” e “Postludio d’amore” propongono un nuovo momento, astratto ed estatico, con contemporanea di coro etereo in funzione di controcanto orchestrale, svolazzi sensuali del flicorno (Valdambrini ancora), disegno melodico più definito e cristallino (campanelli?): un eros disincarnato, mistico. “Amore per amore” è il quarto tema. Apre una elegiaca frase dei flauti, replicata dal piano; segue uno sviluppo con archi avvolgenti e melati; si recupera l’incipit con interventi dell’oboe, del fagotto, di un carillon. Altrove subentra il flauto in vece degli archi; nella versione denominata “Verso Madrid” predomina il fagotto. (Come vedete, l’organico della partitura è ampio non meno che omogeneo: si prediligono i legni, il pianoforte e la famiglia degli archi utilizzata per lo più come sfondo immateriale, con l’aggiunta della tromba a sottolineare gli attimi di maggiore slancio). Si tratta di una composizione vistosamente morriconiana per consistenza melodica e movenze e timbrica; e però, rispetto al resto, un poco più di maniera, perfetta per generici momenti amorosi, che siano un casto bacio o più impegnativa ginnastica da camera. Gli altri temi risultano più incisivi e coinvolgenti, e di maggior spicco in prospettiva musicale.
Ad un primo paragone, la score di Così come sei risulta meno sperimentale rispetto a quelle dei due precedenti film di Lattuada, meno audace: mancano i succosi patchwork di Matchless (sorta di parodia del filone bondiano) e certe complesse costruzioni di Fraulein Doktor (tra cui l’elaborata «sinfonia dei gas», inclusa dal Maestro tra le opere «da salvare» accanto a Teorema, “Distanze per undici violini, voce di donna e percussione”, “Suoni per Dino”, “Totem secondo”, “Incontri a sei”, ed altre, raccolte nei quattro preziosi vinili GM 33/01 1-2-3-4 del 1979). Vengono assecondati i principi della tonalità, le note scorrono lineari in articolazioni fluide di pronta presa sull’immaginario di chi ascolta. Come peraltro è corretto in una love story ove la musica deve aprirsi ai sentimenti, alla psicologia. Non tutti i soggetti aiutano la ricerca musicale, ma in parecchi casi l’ovvio coincide con il giusto. Se poi (ri)ascoltiamo, non mancano i momenti nei quali la dimensione autoriale prevale su quella artigianale. La sospensione magica di Così come sei, lo spleen/rêverie di “A Nastassia”, i salti di ritmo, le ascese: insomma, la surrettizia erosione degli stereotipi romantici, della love music nella fattispecie con tutto il suo repertorio di locuzioni dolcigne, inerti languori, effusioni strabocchevoli, o risibili atmosfere soft. In effetti, Morricone è sempre stato corrosivo. Spesso in forme esplicite, plateali, come nei western e sul versante grottesco (tutto il filone che si dirama da Indagine), erotico, giallo, action, noir: musica dall’impatto forte, musica sorprendente. Per non dire delle contaminazioni vivaci e ribalde a partire da Escalation. Poi, l’altro versante, inserito nella retta della tonalità, del bel suono, del «buon gusto», del politically correct musicale. Eppure, è lì che ha giocato con più astuzia le carte mostrandosi gran simulatore e dissimulatore, usando le norme sempre con la superiore ironia dell’artista vero (e “Norme con ironie” – anagramma onomastico - è il titolo di un brano scritto nel 1970 per Città violenta, titolo che appare un manifesto di poetica, di metodo). Questa specie d’amore, Fatti di gente perbene, Nuovo Cinema Paradiso, La villa del venerdì, Love Affair, fino a En Mai Fais ce qu’il te Plait testimoniano questa rivoluzione senza spargimento di sangue. Come anche, appunto, Così come sei che, nei due momenti ricordati, si apre ad armonie di grande originalità. Non occorre essere grandi esperti per capirlo, certe cose – è il caso di dirlo - «si sentono».
L’ultima edizione in CD risaliva al giugno del 2017. Ora la Cinevox mette a disposizione una ristampa in vinile rosa 180 gr con artwork rinnovato e 14 brani (contro i 19 del CD e gli 11 del primo vinile: virtus in medio), per coloro che ancora non conoscono, o non possiedono, questo lavoro del maestro Ennio Morricone, ulteriore saggio del suo lirismo peculiare e di un eclettismo funambolico attestazione di un approccio multiforme al suono, senza timore di sporcarsi le mani; e potranno gustarlo in un formato vintage che rende fisicamente presenti il flavour di una musica, di un cinema e di una prassi discografica d’altri tempi.
