Crimes of the Future
Howard Shore
Crimes of the Future (Id. - 2022)
Decca Records/Howe Records
17 brani - Durata 38’20’’

Cronenberg torna al body horror perché ne sente l’esigenza, in un periodo storico in cui la figura umana è digitalizzata. Il maestro dell’horror dà sostanza alla carne, ci entra dentro e scuote l’animo umano, toccandolo dopo esser passato per tutti gli strati della pelle. Ancora una volta si serve delle composizioni musicali di Howard Shore. Dimenticatevi il compositore de Il Signore degli Anelli, qui il musicista canadese è essenziale, etereo e si addentra alla scoperta di ogni suono elettronico come il regista svela ogni organo del corpo umano. Costruisce i grani di una timbrica elettronica molto tensiva, ma anche rivelatrice e sospesa con delle sonorità acute squillanti che piovono su corposi e densi tappeti bassi. I suoni gravi di questa soundtrack sono personali: si formano con l’unione di synth, violoncello e ottoni. Il tema principale, che ha refrain molto spesso nel film, soprattutto nei brani “Crimes of the future” e “The future”, ovviamente racchiude tutto questo discorso. Il leitmotiv si ripete ostinatamente durante tutta la pellicola sotto l’aspetto di una rivelazione, di una scoperta, ma anche di una reiterazione di gesti insoliti e stranianti per il nostro occhio, ma quotidianità per la gente del futuro. Come detto, il tema ritorna spesso nel film, ad esempio in “Primordiale nature” e “Odile”, tuttavia Shore in ambienti di mondanità futuristica fa entrare a piccoli passi groove di una labirintica disco music. Mi riferisco a brani come “Klinek” e “Inner beauty pageant”. A questa digitalizzazione musicale tuttavia Shore unisce una ricerca armonica quasi barocca; un brano come “Caprice” ci stimola i nostri ricordi musicali legati a Handel con la ricchezza di riff bassi tenuti da ottoni e su cui si aprono violini piangenti. Il fenomeno che davvero colpisce il nostro orecchio è proprio questa fusione di costruzioni musicali barocche a sonorità futuristiche, che non mancano di distorcere certi passaggi; “A new organ” ne è un esempio. I grani sintentizzati da Shore sono netti, aspri, come dei tagli, su cui insiste: i brani “Body is reality” e “Brecken” sono scanditi da vere e proprie lame che lambiscono la nostra attenzione. L’orecchio dello spettatore è colpito da tagli verso il basso e verso l’alto, restituendogli la stessa sensazione che Cronenberg passa all’occhio attraverso le immagini sullo schermo. Il suono è molto riverberato, arioso, trasmettendo un mondo sonoro e visivo dove c’è spazio, spazio per altro. Perciò Shore dà un luogo alle assenze. Non parlo di silenzio, ma vuoto sonoro, che copre uno spazio frequenziale quasi con una propria timbrica, creata per l’appunto dal compositore stesso. Possiamo ascoltare questa assenza in “Router & Best”, “Surgery is the new sex” o “First autopsy”. Paradossalmente il compositore dà vita a nuovi temi nelle situazioni più lontane dalla nostra realtà, che però significano novità, come il “Deviant digestive system” o “The old sex”, per poi arrivare al “Time to try” che ci porta verso il finale con un fare epico e un tetracordo discendente drammatico e lacrimoso. A parer mio Shore firma una delle colonne sonore più importanti della sua intera filmografia. Una soundtrack così sincera, efficace e memorabile al cinema non si ascoltava da anni, con la responsabilità inoltre di colorare la quarta dimensione di un film che rimarrà nella nostra mente da qui al futuro.
