Il delitto Mattarella
Marco Werba
Il delitto Mattarella (2020)
Digitmovies SPDM015
18 brani – Durata: 42’00’’

E’ davvero rinfrescante al giorno d’oggi vedere un film biografico d’impegno civile che non si perde nell’agiografia e nella monotona elencazione dei fatti. Il delitto Mattarella di Aurelio Grimaldi sventa tali pericoli narrando la tragica storia della vittima di mafia Piersanti Mattarella con una buona dose di ellissi e bruschi (a volte funesti) cambi di tono. Laddove analoghi progetti nostrani (vedi Fortapàsc) avevano prediletto la linearità stringente e il sistema infallibile di immedesimazione di scuola hollywoodiana, il film di Grimaldi mescola le carte e preferisce soffermarsi non solo (e non tanto) sull’eroe e il suo dramma, quanto sulla società italiana del periodo, in cui le tentacolari mani della malavita toccavano le più insondabili sfere di potere: così, tra la pece in seno a Democrazia Cristiana – che si contrappone alle nobili figure di Pio La Torre e Giovanni Falcone, fra gli altri –, discreto spazio è riservato anche alla figura di Giulio Andreotti.
La felice eterogeneità del lavoro si riflette nella partitura di Marco Werba e degli altri compositori selezionati, tanto che essa risulta, se non la migliore, certo la più varia delle sue fatiche. In apertura (“L’aquila”) troviamo subito il Werba più noto, ovvero quello del thriller, con un ostinato di pianoforte e nervosi disegni degli archi a delineare un’atmosfera di soffocante tensione.
Anche “Corleone” resta sulla stessa linea scheletrica, pseudo-minimal ed efficace, appena riscaldata dall’accorato fraseggio della melodia. Un’anima nostalgica – sempre fine e trattenuta – trionfa in “Piersanti Mattarella”, con una fra le migliori melodie del compositore, intonata dal flauto di Federica Inson, e memore del Morricone più lirico almeno quanto le precedenti tracce lo erano di quello più teso e grottesco.
Veri e propri esercizi di stile sono affidati alle preziose mani degli altri compositori scelti dal regista Grimaldi a coadiuvare le composizioni di Werba: “Irma”, per la chitarra sola di Riccardo Rocchi, è opera di Maria Soldatini e interpreta la cornice sicula con un appropriato tratto spagnoleggiante, mentre “Palme” (sempre della Soldatini e di Luca Poletti, che ne cura anche l’arrangiamento), purtroppo non sfruttato a pieno nel film, è un sornione pezzo per big band dove si riconosce, seppur abilmente camuffato, il tema di “Piersanti Mattarella”.
In tale affresco, che fa di un’anima raffinata e retrò il suo punto di forza, non poteva mancare un brano come “Sicilia, 1980”, che dimostra nuovamente l’importanza della lezione morriconiana nel genere (Indagine su di un cittadino al di sopra di ogni sospetto, ma anche The Untouchables – Gli intoccabili): il suo contrappunto imitativo secco, colmo di nera ironia, palesa un omaggio al compianto maestro romano.
In fondo all’album troviamo una serie di versioni alternative dei temi incontrati in precedenza – tra cui una di “Piersanti Mattarella” con forte presenza della chitarra solista – e uno scandito, eppure spesso cantabile, brano di Louis Siciliano per soli archi (“Il delitto Mattarella”), che nelle ultime battute si complica in meravigliose dissonanze. Ficcante anche il ¾ neo-barocco di “Niente mare” (a opera della Soldatini), nella dimensione in cui nel film accompagna le figure della religione e della Chiesa, che attraversano indifferentemente vittime e carnefici. Werba torna invece con i lividi staccati d’archi di “L’incontro 1 & 2”, in cui si ritrova anche la chitarra di Riccardo Rocchi, e soprattutto con “Pensieri” – vero apice del suo contributo di orchestratore – dove si fa interagire il tema della Soldatini con progressioni ora allarmanti (per toni minori lontani) ora propositive.
L’utilizzo del brano di Purcell (“What power art thou?”), il cui tenore è sostituito nell’album da un suggestivo corno francese, è indicato quando contrappunta le scene di violenza, ma lo stesso non si può dire del breve studio per piano della Soldatini (“Il grigio, il verde”), che conferisce patetismo a scene che forse dovevano restarne totalmente prive.
Per tutto il resto, la partitura è l’ennesima prova del talento di Werba – anche direttore alla testa dell’Orchestra del teatro “Cilea” di Reggio Calabria – e dei suoi co-autori nell’interpretazione partecipe, sanguigna eppure controllata di certo cinema “nero” della nostra contemporaneità.
