Dolittle
Danny Elfman
Dolittle (Id., 2020)
Back Lot Music Digital download
21 brani + 1 canzone – Durata: 53’01’’

Come si sa, a partire da Alice in Wonderland la carriera di Danny Elfman si è rinverdita di titoli fantasy per ragazzi, dopo le molte parentesi action e drammatiche degli anni 2000 (The Next Three Days, Hellboy II: The Golden Army, Wanted). Hanno visto così la luce lavori come Oz the Great and Powerful ed Epic, i quali ancor più che nel film di Burton su Alice, hanno riportato la scrittura fantasy dell’autore ai fasti dei primi capolavori (Edward Scissorhands, Tim Burton’s The Nightmare Before Christmas), senza temi altrettanto memorabili ma con una maturità artistica e una sapienza concettuale forse ancora superiore. Curiosamente, all’inizio di questo successivo decennio, vede la luce un lavoro che, sebbene legato a un clamoroso fiasco com’è purtroppo questo Dolittle, basato sul celeberrimo personaggio di Hugh Lofting in grado di comunicare con gli animali, si presenta come un momento ulteriore di questa cristallizzazione stilistica. Difficile non considerare la recente fatica concertistica di Elfman, ovvero il bellissimo Concerto per violino “Eleven Eleven”, come principale ispiratrice di questa score che trasuda compostezza classica da virtualmente ogni battuta. Basterebbe la traccia d’apertura (“Opening”) a darne conto, con il suo tematismo lieve e l’andamento vagamente circense, certo memori di alcune soluzioni di Big Fish, ma anche per la magistrale ripartizione degli incisi e delle variazioni, che passano dagli archi alle percussioni fino ai fiati con piacevolissima fluidità.
La stessa che si ritrova nelle successive “Wonder”, con progressioni chiaramente memori dello score per l’Alice di Burton, e “Chess Match”, dove un inciso e una marcetta prokofeiviani (minuto 1:28) tendono impercettibilmente a quelle sonorità nere, sottilmente demoniache, cui Elfman ci ha spesso abituato. “Revelry” inizia con un tema già presentato nel finale di “Opening”, per poi estendersi nella solita, magica sequela di progressioni guidate da staccati degli archi, incursioni di coro femminile, arpa e legni. E se “He’s Back” concede forse un po’ troppo a ritmiche forsennate da cartoon, spetta alla stupenda “Teamwork” riprenderne un’idea tematica per svilupparla e farla dialogare col tema principale, tramite una serie di variazioni e progressioni che restano esclusiva di questo compositore.
L’Elfman più battagliero deflagra nella memorabile cavalcata di “Betsy Chase”, colma di idee tematiche tanto semplici quanto magistralmente distribuite in un discorso che – come in tutta lo score – tende a una specie di perfezionismo “classico”, eterogeneo (si veda l’uso delle percussioni, la scrittura per legni, l’utilizzo calibrato dei ribattuti di ottoni) ma mai dispersivo. “The Voyage Begins” è invece l’ennesima dimostrazione della sottigliezza drammaturgica di Elfman, poiché se nel film il momento della partenza non possiede alcuna sfumatura inquietante, la traccia invece alterna impagabilmente meravigliose progressioni, accensioni timbriche e brusche interruzioni, a sottolineare il legame indissolubile tra avventura e pericolo, tra speranza e preoccupazione.
Le tracce più deboli sono quelle che indulgono in un tematismo un po’ risaputo, seppur nobile e – come sempre – ottimamente orchestrato. E’ il caso di “Remembering Lily” e “We Belong Together”, in cui coro e rintocchi di campana riescono a stento a fare la differenza. Ma praticamente tutto il resto è la dimostrazione continua dei talenti incontrastati di Elfman nel fantasy, nonché di questa sua rinnovata (in parte già evidente nel recente Dumbo) sobrietà di stile, non corrispondente però – come fu invece in Alice in Wonderland – a una semplificazione straniante del discorso musicale. Ne è un esempio “Monteverde”, pagina action in cui la furente scrittura per archi, percussioni e ottoni (si vedano gli spasmodici glissando) conosce solo brevi soste; ma anche “Revelation”, tonalmente sospesa fra maggiore e minore come spesso nei “frangenti rivelazione” delle partiture di Eflman; e ancora “Victory”, cui spetta concludere il percorso del leitmotiv principale in un alternanza di esposizioni nostalgiche e trionfali.
Poco altro va aggiunto per descrivere una musica che, come sempre in questo autore, palesa la propria unicità soprattutto all’ascolto puro. Eppure, anno dopo anno, essa manifesta sempre di più la sua capacità di incorporare l’attenzione maniacale al dettaglio timbrico, al momento di colore, in una struttura più ampia e sorvegliata, matura ma non per questo meno fantasiosa, sorprendente ed emozionante che agli esordi.
