Mile 22
Jeff Russo
Red Zone – 22 miglia di fuoco (Mile 22, 2018)
STX Recordings/Sony Music
20 brani – Durata: 73’59”

I film di Peter Berg occupano un posto speciale nel vasto spazio del cinema d’azione made in USA intanto perché il regista vi introduce sempre elementi politicamente “scomodi”, ma soprattutto perché il suo stile secco ma raffinato, le doti di montaggio e il ritmo incalzante tengono lo spettatore inchiodato sia che racconti vicende di cronaca ampiamente note (Boston – Caccia all’uomo sugli attentati alla maratona di Boston, Deepwater – Inferno sull’oceano sul disastro ambientale della piattaforma petrolifera Deepwater Horizon) sia – come in questo caso – che affronti una vicenda di finzione sotto specie di spasmodica e pericolosa missione di spionaggio in Indonesia, sempre affidata al suo attore-feticcio Mark Wahlberg.
Ne deriva che la musica, nei film di Berg, svolge un compito diretto ed essenziale, privo di fronzoli e sfumature: ossia entrare a far parte del ritmo complessivo e sostenerlo con tutti i mezzi ritenuti necessari. Di qui la predilezione del regista per un compositore efficiente e dalle maniere spicce come Steve Jablonsky. Più di recente però i soundtrack dei film di Berg sembrano ambire a qualcosa di più complesso e nello stesso tempo astratto, rarefatto e psicologicamente sottile: in Boston ad esempio il duo Trent Reznor-Atticus Ross non ricercava né facili aggressioni acustiche né melismi consolatori ma avvolgeva la spirale soffocante degli avvenimenti in un magma sonoro inquietante e antinaturalistico, di radicale avanguardia elettronica.
Il chitarrista e rocker americano Jeff Russo, che nei primi anni '90 fondò con Emerson Hart la band dei Tonic, è un tipico esponente di quella generazione di musicisti quarantenni che si muove a cavallo tra vari campi e stili, molto attivo soprattutto in TV dove non a caso ha ricevuto premi ed elogi per la sua partitura della serie-cult Fargo. In questo caso però il suo accentuato polistilismo trova una strada ancora più ampia per esprimersi: Russo sceglie infatti di ricorrere ad una score prevalentemente hi-tech ma con ampi e frequenti inserimenti orchestrali (archi in particolare), utilizzando le due componenti come vasi comunicanti che si sostengono e si irradiano vicendevolmente. Il tono complessivo è lugubre, fatalistico, costruito di preferenza su ritmi di marcia solenne sui quali viene eretto un tema iterativo, simile ad una nenia lamentosa (“Main title”): anche l'andatura ritmica è continuamente spezzata, irregolare, soggetta a brusche variazioni e cambi di passo, mentre il suono è addensato per stratificazioni progressive, con timbri gelidi, respingenti (“Overwatch”), che concedono ben poco anche ai ben noti stereotipi di OST militaresche e d'azione.
Russo sembra piuttosto avere presenti la lezione dell'ultimo Goldsmith o alcune score all'adrenalina ma di estrema sofisticazione concettuale a firma di compositori nordici prestati a Hollywood, come Johánnsson o Görannsson: se ne ritrovano tracce nell'industrial sound di brani come “Overwatch variation”, che si fonda su una ossessiva “scarica” ripetuta regolarmente a sostegno di un imponente inno che incorpora synth e orchestra alla pari; o nel lento, ieratico sedimentare che con sonorità organistiche supporta in “Silva” una seconda, trasognata idea melodica.
A questo aspetto quasi mistico della partitura se ne contrappone uno ovviamente molto più rude e aggressivo, volutamente privo di qualsiasi “appeal” e schiacciato sul versante di un sound design di violento effetto: tali sono la prima, travolgente e assordante parte di “Street war” o il torturato “Bakery fight”, dove Russo con tutta evidenza dà fondo al proprio notevole bagaglio tecnologico, o ancora “Fight in apartment”, che pur mantenendo saldo l'impianto di una moderna “sinfonia di guerra” ne sfigura i contorni con raffiche, echi e distorsioni continue. Eppure la vocazione e il richiamo classici del compositore emergono costantemente, con modalità a volte preponderanti. La nervosa intro degli archi in staccato che apre la “End titles suite”, ad esempio, dimostra una capacità di asciutta, essenziale scrittura orchestrale, con il cupo levarsi dei corni, l'intenso disegno dei violini e la palpabile tensione delle armonie. Allo stesso modo, il lirismo allucinato e solitario del pianoforte in “Sweet brutal suite” o l'incedere apparentemente tranquillo delle tastiere in “Alice” celano in realtà a malapena un'inquietudine, un turbamento e un disagio che serpeggiano senza tregua nelle movimentate e faticose lotte che i protagonisti di Peter Berg ingaggiano per la propria sopravvivenza: e che la musica insieme affascinante e ansiogena di Jeff Russo sembra qui sintetizzare al massimo grado di consapevolezza.
