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29 Ott2018

Moby Dick

Scritto da Roberto Pugliese . Pubblicato in Cinema

cover moby dick oldPhilip Sainton
Moby Dick – La balena bianca (Moby Dick, 1956)
Naxos 8.573367
26 brani – Durata: 62’58”

Fra i compositori britannici del ‘900 e il mare c’è, da sempre, un rapporto privilegiato, ovvia conseguenza della collocazione geografica della madrepatria. Dai capolavori teatrali marinareschi di Benjamin Britten (“Peter Grimes”, “Billy Budd”), alla “Sea Symphony” di Ralph Vaughan-Williams, dal poema sinfonico “The Sea” di Frank Bridge alla Quarta Sinfonia di Arnold Bax, la musica inglese del secolo scorso è costantemente attraversata e suggestionata dagli sconfinati e affascinanti quanto temibili paesaggi dell'oceano, esplorati in un arco di stili che va dai severi e struggenti simbolismi di Britten alle venature descrittive e impressionistiche di Bridge e Vaughan-Williams. Pure, quando si trattò di scegliere il compositore per la più celebre tra le versioni cinetelevisive del capolavoro di Herman Melville, quella diretta da John Huston con protagonisti Gregory Peck e Orson Welles, l'indicazione non cadde su uno di questi compositori.

E non si orientò nemmeno verso altri musicisti hollywoodiani avvezzi alle storie fra le onde come Korngold o Max Steiner; né venne preso in considerazione il nome che apparentemente sarebbe venuto più naturale, ossia quello di Bernard Herrmann, anch'egli compositore più volte coinvolto in racconti e ambientazioni di mare (Il fantasma e la signora Muir, Tempeste sotto i mari), ma soprattutto autore nel 1937 dell'appassionata cantata “Moby Dick” per soli, coro e orchestra ispirata alle pagine melvilliane.
 La scelta di Huston e dei produttori cadde invece su un compositore inglese molto più in ombra, tanto prolifico quanto timido e riservato, Philip Sainton (1891 – 1967), autore di molta musica per balletto, sinfonica e cameristica, e tra queste alla fine degli anni '30 di un poema sinfonico, “The island”, che ne testimoniava la vena tardoromantica ispirata al grande filone dei Tondichtung di matrice mitteleuropea nei quali la natura domina incontrastata. Sainton non aveva mai scritto nulla per il cinema, né lo farà in seguito (nel '57 allacciò un contatto con il grande Charles Chaplin per Un re a New York, ma non se ne fece nulla), cosicché Moby Dick rimane il suo primo e ultimo contributo alla musica filmica. Un'eccezionalità che per trent'anni non ha trovato riscontro nella discografia, sino ad un LP Rca con la versione originale della score diretta da Louis Levy, stampato in Giappone e poi in un CD-bootleg nel 2012.
 Nel '98 la premiata ditta Marco Polo/Naxos-John Morgan-William Stromberg, quest'ultimo sul podio della magnifica Moscow Symphony Orchestra & Chorus, ha aggiunto un altro gioiello al proprio prezioso forziere di riscoperte della collana “Film Music Classics” registrando la prima esecuzione mondiale integrale della partitura, ricostruita e restaurata – come testimonia Bill Whitaker nelle sue dettagliate e imprescindibili note di accompagnamento – non senza difficoltà, a causa dello smarrimento di molte parti del manoscritto originale.
 Il linguaggio musicale di Sainton – che ebbe appena sei settimane per ultimare il lavoro - appare incontrovertibilmente “classico”, debitore del tardosinfonismo ottocentesco di Richard Strauss, ma anche proiettato verso pulsioni più aggressivamente moderne e spigolose, tra Shostakovich e Bartòk. L'impatto della partitura è brusco sin dai movimentati, anzi tempestosi “Main title”, l'orchestrazione vasta ma compressa in rapidi sobbalzi e continui cambi di passo, il tema principale ampio e nobile sottoposto a incessanti e centrifughe variazioni; il moto perpetuo dei legni, l'intarsio di arpe e celesta in raddoppio agli archi della “Sea music” guarda sicuramente a “La mer” debussyana, alcuni intermezzi di descrizione dei personaggi come “Queequeg's entrance” si muovono su una linea caricaturale, ritmicamente convulsa, grazie agli arabeschi dei legni e al dispiego in forze delle percussioni, il tutto a volte condensato in rapidi schizzi sinfonici chiusi, come la scintillante “Dock scene”. Sainton scrive una partitura esplicitamente d'azione, preoccupandosi di enfatizzare soprattutto il lato avventuroso della storia, e trovando su questo versante alcuni momenti di felicissima intuizione melodica e ingegnosità strutturale, come in “Pequod's depart”, con un triste tema di legni e trombe, o nei cupi chiaroscuri timbrici di “At sea”; altrove si appella a progressioni cromatiche quasi da cinema di animazione come nella complessa “Ahab's introduction”, in cui l'ossessione del capitano per la sua preda è convogliata nella violenza sinfonica secca e ultimativa di un tema martellante a lui dedicato. Momenti di rutilante festosità (“Carnival”, di matrice rimskykorsakoviana) si incrociano con ampie visioni naturalistiche (“Journey continues”), fasi di tesissima suspense (i violini sugli armonici di “Waiting”), rielaborazioni corali di inni tradizionali (“The ribs and terrors in the whale”), sino a rese dei conti (“Ahab's madness”, “Meeting at sea”) dove il groviglio delle idee tematiche e la furibonda concitazione dell'eloquio formano un paesaggio sonoro incandescente.
 In realtà la lotta smisurata, empia dell'Uomo vs. Natura si trasforma nella lettura di Huston attraverso la sceneggiatura di Ray Bradbury e Roald Dahl in una contesa più filosofica ed esistenziale che fisica; e alle tempeste del mare Sainton fa corrispondere con acume quelle dello spirito, come negli abissi orchestrali di “The great white whale” o nell'influenza, di nuovo scopertamente debussyana, di “St.Elmo's fire”. E gli assoli violinistici e dei flauti di “Eerie calm- He rises” hanno più l'aspetto di meditazioni solipsistiche e desolate che non quello di oasi liriche o men che meno sentimentali. C’è qualcosa di sotterraneamente blasfemo, nella sfida che Ahab scaglia contro l'”onnipotenza” del Mostro, che traspare anche dalla virulenta, drammatica e incontrollabile mobilità della partitura del musicista britannico, sino al trionfo illusorio e ambiguo del “Finale”, che suggella un lavoro unico non solo in quanto tale nell'opus del compositore, ma anche e soprattutto nella disposizione d'animo, tormentata e astiosa, che sembra sovrintendervi.

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Daniela Bocconi

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